
(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Siamo il Paese in cui giornalisti, attivisti delle ong e perfino religiosi vengono spiati illegalmente con un trojan di produzione israeliana, fornito esclusivamente ad organi e agenzie statali, ma il governo non fa niente per individuare e punire i responsabili. Eppure dobbiamo sorbirci le destre (con i giornali di complemento al seguito) accusare di dossieraggio il commercialista Gian Gaetano Bellavia, colpevole unicamente, oltre ad essere la vittima di un furto di dati, di fare da consulente a Report, il programma di inchiesta Rai più odiato dalla politica in generale e dall’attuale maggioranza in particolare.
Colpire Bellavia per attaccare Ranucci e la sua squadra: uno schema che si ripete, ciclicamente, governo dopo governo ma che con la destra al potere ha raggiunto vette inesplorate. Non poteva mancare l’intervento del Garante della privacy, che ha aperto alla velocità della luce un’istruttoria su Bellavia. La stessa autorità, cosiddetta indipendente, che ha multato Report per 150mila euro (in relazione al caso Boccia-Sangiuliano) all’indomani della visita di uno dei suoi commissari, Agostino Ghiglia, ex parlamentare di An, beccato proprio dalla trasmissione di Ranucci a varcare la sede di Fratelli d’Italia a Roma. La stessa autorità che si è appena vista confermare in Cassazione l’annullamento di un’altra sanzione inflitta al programma di Rai 3 per un’inchiesta del 2020. Musica per le orecchie delle destre di governo, che trasudano garantismo da tutti i pori quando si tratta di difendere gli indagati/condannati che siedono tra i propri banchi, ma non si fanno scrupoli a condannare senza processo la vittima di un reato (Bellavia) per usarla come una clava contro Report.
Ecco, ora chiedetevi che riforma della giustizia può aver partorito una destra così. Con la scusa di separare le carriere dei magistrati, trasforma il pm in avvocato dell’accusa, che anziché la verità cercherà unicamente la condanna dell’imputato. Senza contare l’obiettivo finale non dichiarato: sottoporre il pubblico ministero al controllo del potere esecutivo. Con il governo o il Parlamento di turno – fa poca differenza – a dettare l’agenda (a misura della politica) dei reati da perseguire prioritariamente ai magistrati. Ecco perché non c’è alternativa: al referendum, votare No.
Referendum Giustizia, il governo forza: alle urne senza aspettare le firme, comitato pronto al ricorso
Carriere separate. Lunedì il Cdm fisserà il voto per il 22 marzo. Ma la Carta dà tempo per le adesioni online fino al 30 gennaio
(di Lorenzo Giarelli – ilfattoquotidiano.it) – Il governo insiste. A meno di imprevisti, il Consiglio dei ministri di lunedì stabilirà la data del referendum sulla separazione delle carriere, fissandola al 22 marzo. Ed esponendosi così al forte rischio di ricorsi al Tar e a un procedimento di fronte alla Corte costituzionale, visto che in questo modo l’esecutivo di Giorgia Meloni indirebbe il voto mentre è ancora in corso la raccolta firme online per un quesito sullo stesso tema.
Si dirà: essendo già stata dichiarata idonea la richiesta presentata dai parlamentari, il referendum sulla separazione delle carriere si può fare anche senza raccolte firme. Vero, ma come spiega il giurista Massimo Villone, “la raccolta delle firme è un diritto costituzionale” e, a prescindere dal fatto che la sostanza del referendum sia la stessa, sarebbe “una forzatura” fissare la data “prima del 30 gennaio”, cioè prima della scadenza della sottoscrizione.
Lo conferma al Fatto anche l’avvocato Carlo Guglielmi, portavoce del gruppo di 15 cittadini che ha avviato la raccolta firme: “Il governo dovrebbe aspettare almeno fine gennaio, ci troveremmo nella situazione assurda di una raccolta firme per un referendum che è già fissato”.
I promotori hanno studiato i quattro precedenti di referendum costituzionali nella storia della Repubblica. In tutti e quattro i casi, è la conclusione, il governo in carica ha interpretato il quadro normativo lasciando tutto il tempo per la raccolta firme. Il riferimento più esplicito è quello del Consiglio dei ministri del 24 aprile 2001, agli sgoccioli del secondo governo presieduto da Giuliano Amato: “All’indizione del referendum confermativo della legge costituzionale sul federalismo potrà procedersi entro i 60 giorni successivi alla scadenza dei tre mesi stabiliti dall’articolo 138 della Costituzione così da consentire all’apposito Comitato di cittadini di promuovere e eventualmente completare la raccolta delle 500 mila firme prescritte”.
Seguendo lo stesso principio, il governo Meloni dovrebbe aspettare il 30 gennaio, scadenza della raccolta firme e dei tre mesi dalla pubblicazione in Gazzetta ufficiale della riforma sulla separazione delle carriere. “A quel punto – dice Villone – la Cassazione può ammettere il quesito promosso dai firmatari e il governo ha una finestra fino da 50 a 70 giorni per fissare la data”. Si andrebbe probabilmente ad aprile, ma il punto non è tanto una settimana in più o meno (resta ancora la possibilità del 29 marzo) , quanto l’idea di fissarla a raccolta firme ancora aperta, vanificando l’iniziativa dei promotori. “Chiediamo che sia lasciato ai cittadini il diritto di firmare”, scandisce Guglielmi.
In caso contrario, l’ipotesi è quella di impugnare il provvedimento al Tar. Per altro le firme sono già 265 mila e l’obiettivo delle 500 mila non è affatto irrealistico. Il governo lo sa bene e sa bene che il fronte del No al referendum potrebbe crescere, anche grazie a questa iniziativa. Per questo vuole accelerare, anche se ieri ad Affaritaliani il portavoce nazionale di Forza Italia, Raffaele Nevi, ha negato che la questione della data sia chiusa, ostentando disinteresse: “Per la data deciderà il governo. Non ci azzuffiamo per 10 giorni in più o in meno”.
Ieri però proprio Forza Italia ha organizzato una riunione operativa per il referendum alla presenza di Antonio Tajani. E in quella circostanza il ministro ha anticipato l’intenzione di portare il decreto sul referendum in Cdm la prossima settimana. Ancora irrisolta, invece, la questione cruciale di come finanziare la campagna per il Sì: Forza Italia ha un “suo” comitato di riferimento in cui il partito potrebbe far confluire centinaia di migliaia di euro per la propaganda, magari tassando i parlamentari, ma al contempo c’è anche il comitato “di governo” voluto da Alfredo Mantovano, quello che ha tra i portavoce il giornalista Alessandro Sallusti. Più complicato, per Forza Italia, raddoppiare l’impegno economico per sostenere due comitati. In questo contesto, aiutare la campagna a costo zero, aggirando i tempi dell’indizione, val bene una forzatura costituzionale.
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Certo che sentire dire da un ministro che la riforma serve anche per chi viene dopo di loro…è la dimostrazione che ” l’Esecutivo” può mettersi sottro i piedi la Magistratura!
hahahha…grazie nordio…. aiuta il NO ad andare avanti !
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Non so perche’ ma quando vedo e sento Nevi anche a Tagadà non riesco a non scompisciarmi dalle risate……!!!
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Sono sbalordita dalla vigliaccheria di chi ci comanda. Non credo di aver visto mai nel corso della storia una compagine simile di cialtroni, incapaci, inetti, appiattiti sotto una codardia senza limiti, individui di una bassezza morale sconcertante, pronti a giurare il falso e a difendere l’inverosimile con la pusillanimità dei meschini. INDIVIDUI ASSOLUTAMENTE MISERABILI!! Ministri, giornalisti, politici…. una corte di SENZA-FACCIA.
Meloni, Gasparri, Salvini, Tajani, Donzelli, Sechi, Sallusti, Panebianco, Porro, Nordio… una selva di vigliacchi che fanno massa tra loro.
Come diceva Bernanos, “Le più grandi canagliate della storia non sono state commesse dalle più grandi canaglie, ma dai vigliacchi e dagli incapaci.”
C’è qualcosa di più terribile della violenza dei bruti: la violenza dei vigliacchi. Lo ha detto Benigni, uno che parlava bene ma alla violenza dei vigliacchi sè prostrato per amore del denaro.
Il codardo è troppo codardo per fare quello che sa essere giusto, così come è troppo codardo per evitare di fare quello che sa essere sbagliato.
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Te, Viviana, sei un mito. Punto! 👏🏼
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e…si !!!
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