
(Tommaso Merlo) – A Gaza i palestinesi selezionano a mani nude le macerie, recuperano ferro e mattoni ancora buoni per riparare le case sventrate dai missili. Ma solo pochi privilegiati, gran parte delle abitazioni sono state infatti rase al suolo e i più vivono ancora nelle tende. Ma senza arrendersi e lottando per riconquistare sprazzi di normalità. Una resilienza davvero eccezionale quella del popolo palestinese. Sono oltre settant’anni che resiste alla brutale persecuzione sionista e dopo ogni aggressione si rialza più forte di prima. La vera ricostruzione a Gaza non è ancora iniziata, serviranno miliardi ma anche sufficiente stabilità politica. Oggi il regime sionista controlla ancora metà della Striscia ed ammazza chiunque osi passare nei pressi dell’immaginaria linea gialla. Perché ogni scusa è buona e perché intendono il cessate il fuoco alla sionista e cioè gli altri devono smettere di combattere mentre loro continuano ad ammazzare a piacere. Lo sterminio di massa ha comunque rallentato anche se nessuno ha capito il vero perché. C’è chi dice sia stato il bombardamento sionista in Qatar contro i negoziatori di Hamas a far infuriare la Casa Bianca. Quell’ennesimo crimine di guerra che ha fatto ribellare anche altri paesi arabi dove i Trump costruiscono resort extralusso. E vista la caratura morale della cricca presidenziale, non sorprenderebbe che siano stati gli affaracci loro a sbloccare la situazione. Netanyahu l’avrebbe fatta quindi fuori dal vaso finendo in castigo e adesso il genero e l’inviato immobiliarista di Trump pianificano anche la Riviera palestinese. Secondo altri la pausa del genocidio si deve alla rivolta anti Israele scoppiata negli Stati Uniti e soprattutto tra la ex base presidenziale, un devastante ed inedito terremoto politico che potrebbe aver convinto la lobby sionista a Washington a tirare il freno a mano, perché senza i soldi dei cittadini americani, il progetto coloniale è destinato a sventolare bandiera bianca. Ormai sono schierati su posizioni anti Israele tutti i big del dibattito pubblico statunitense mentre i burattini della lobby vengono sommersi di verdura marcia non appena aprono bocca. Decenni di capillare propaganda finiti in fumo. La lobby sta investendo cifre folli nel disperato tentativo di riprendere le redini mediatiche e quindi politiche, e nuove foto di bambini dilaniati dalle bombe non aiuterebbe certo l’impresa. Da escludere invece che abbiano inciso altre pressioni esterne, tipo l’ONU ormai ridotta ad uno straccio vecchio, o l’Europa morta di tecnocrazia emorroidaria mentre i singoli paesi occidentali più che sbaciucchiare le chiappe dell’inquilino di turno alla Casa Bianca non sanno fare. Vi sarebbe poi la pista interna, anche Israele è in macerie. Moralmente devastata, socialmente divisa e sempre più sul lastrico grazie al boicottaggio internazionale. Ma il problema vero non è politico, è ideologico e quindi più profondo. Certo, Netanyahu ha bisogno della guerra permanente per non finire appeso a testa in giù in piazza Gerusalemme, e chi lo rimpiazzerà potrà essere meno sanguinario e manipolatore, ma la sostanza sionista sarà la stessa. Basta stare alla cronaca. Mentre anche a Tel Aviv si leccano le ferite, la pulizia etnica ha accelerato in Cisgiordania dove si moltiplicano gli infami raid dei coloni e si vocifera stiano preparando una nuova aggressione all’Iran. Continuano anche a bombare il Libano alla faccia del cessate il fuoco mentre degli ultimi pezzi di Siria che hanno rubato non parla più nessuno. Nemmeno il neo presidente siriano Al Jalani che viene ricevuto alla Casa Bianca con tutti gli onori. Uno che fino a ieri aveva una taglia di 10 milioni di dollari sulla testa per la gavetta spesa tra le file del jihadismo che culminò con l’11 settembre. Sono passati pochi anni e mentre i Talebani governano sereni a Kabul, un tagliatore di teste stringe le mani del presidente americano a Washington e ammicca a Tel Aviv. Decenni di sangue inutile e miliardi buttati, per ritrovarsi in una disarmante schizofrenia geopolitica che non fa presagire nulla di buono se non la fine della disastrosa leadership americana. Il tutto mentre a Gaza setacciano le macerie e lottano per riconquistare sprazzi di normalità dopo due anni di feroce genocidio. Una resilienza davvero eccezionale. Sono oltre settant’anni che resistono alla persecuzione sionista e lottano. Lo scenario è confuso, ma i palestinesi si rialzeranno più forti di prima e col mondo intero dalla loro parte riusciranno a conquistare la libertà e la pace.
Yousef Elqedra
(1983)
Posso scrivere una poesia
con il sangue che sgorga,
con le lacrime, con la polvere nel mio petto,
con i denti della ruspa, con le membra smembrate,
con le macerie dell’edificio, con il sudore della protezione civile,
con le urla delle donne e dei bambini,
con il suono delle ambulanze, con i resti di un albero che amo,
con tutti questi volti che cercano i loro dispersi,
con la voce del bambino Anas sotto le macerie che dice: “Sono ancora vivo”,
con i corpi senza lineamenti,
con l’attesa, l’attesa, e ancora l’attesa!
Posso scrivere una poesia con il fragore del tradimento,
con il silenzio nudo,
con la neutralità viscosa, con l’impotenza svelata,
con il servilismo verso l’America.
Cosa può una poesia?
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Fidaa Ziyad è una poetessa di Gaza. Questa poesia è stata scritta sotto bombardamento il 24 ottobre 2023, pubblicata il 25 novembre, rivista il 5 dicembre.
Vivo questo genocidio attraverso l’immaginazione di tre bambini
Il primo si è nascosto sotto le lenzuola
Dicendo Vorrei essere un fantasma
Perché gli aerei non mi vedano
Il secondo ha detto, dallo schianto delle navi da guerra
È la voce della piovra nel mare
E la terza, una bambina: Vorrei essere una tartaruga
Per nascondere tutti
Sotto il mio guscio
O tu, la mano dell’immaginazione,
culla il sonno di questi piccoli,
preserva per loro tutti questi sogni.
O tu, la mano dell’immaginazione,
non andare oltre l’orrore della realtà.
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Haidar Al Ghazali poeta di Gaza
La bambina il cui padre è stato ucciso
mentre portava un sacco di farina
sulla schiena
continuerà a gustare
il sangue di suo padre
in ogni pane.
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Oggi il regime sionista controlla ancora metà della Striscia ed ammazza chiunque osi passare nei pressi dell’immaginaria linea gialla. Perché ogni scusa è buona e perché intendono il cessate il fuoco alla sionista e cioè gli altri devono smettere di combattere mentre loro continuano ad ammazzare a piacere.
Già questo la dice lunga.
Una linea IMMAGINARIA, nemmeno segnata da un filo spinato, con gli occupanti che stanno in una terra NON loro, e non soltanto in Gaza, ma in Cisgordania e Siria.
Da quando è scattato il cessate il fuoco (sembra strano ma è circa 1 mese appena) hanno ammazzato quasi 300 palestinesi, dall’anno scorso con il Libano circa 300 libanesi, come se fosse Antani, contro zero israelosionisti.
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