I politici uomini sono comprimari o tramano con scarsi risultati. Le battaglie femministe però restano al palo

Nella foto Marina Berlusconi, Giorgia Meloni e Elly Schlein

(Flavia Perina – lastampa.it) – Chissà quando siamo diventati la Finlandia, chissà quando la politica italiana dei brontosauri maschi (i Forlani, gli Andreotti, i Martinazzoli, eccetera) e poi dell’arci-maschio (Silvio Berlusconi) e infine degli urlatori maschi (i Grillo, i Salvini, i Conte) è diventata territorio di signore affilate e poco accondiscendenti, dentro i partiti e fuori. Perché non ci sono solo le signore Giorgia Meloni, Elly Schlein e Marina Berlusconi (formalmente non-in-politica, ma chissà) a duellare sulla scena esterna: pure dentro i partiti la competizione è affare da signore, la signora Silvia Salis con le sue ambizioni nazionali, la signora Arianna Meloni che tiene a bada correnti indisciplinate, e se Forza Italia non ha un volto femminile che incalzi l’establishment nel dibattito interno è solo perché a suo tempo ha azzerato tutte quelle che avevano voce, carattere, reputazione (e ce n’erano tante).

Due modi di vederla: non siamo la Finlandia, è solo teatro, perché dietro ogni donna potente d’Italia, in fondo, c’è un uomo che l’ha incoronata. Oppure, al contrario: è saltato il tappo dell’inveterato maschilismo italiano e a ogni latitudine è successa più o meno la stessa cosa: non le hanno viste arrivare, erano distratti, forse sono un po’ scemi, e quelle ne hanno approfittato. Sceglieremo la seconda. Non per convenienza di genere ma perché è politicamente chiaro come sia nato questo gioco di matrioske. Primo e secondo stadio: la vittoria di Meloni e poco dopo il simmetrico successo di Schlein alle primarie Pd, la controparte più credibile di una premier giovane, spregiudicata e soprattutto femmina (basta immaginare un duello tv tra Meloni e Bonaccini per afferrare il concetto). Terzo stadio: frenetico attivismo dei capicorrente maschi per ingabbiare le leader e prendersi pezzettini di comando. A destra parte la corsa a dichiararsi Numeri Due, e il risultato è l’ascesa di Arianna (la sola contro cui nessuno può obbiettare: cos’ha più di me?). A sinistra si è costretti a cercare un ragazza (un uomo che manovra contro una giovane leader donna sarebbe crocifisso): tocca a Salis che in cinque minuti diventa personaggio nazionale. Quarto e ultimo stadio: le signore, tutte, stappano champagne. I signori ingoiano rospi.

Al centro il problema non si pone perché è ovvio che il ruolo di generalissima tocca alla figlia di Silvio Berlusconi, e semmai volesse prendersi quel pennacchio anche formalmente i maschi di FI non potrebbero che dire: prego, si accomodi. I ricorrenti spifferi su una sua possibile discesa in campo confermano che quel pensiero non è stato del tutto archiviato, e comunque è usato come un potente guinzaglio: la Dottoressa lo tira quando serve, quando si riapre la partita delle banche, quando c’è una sentenza sul fondatore sottovalutata dal partito, quando ci sono da correggere certi eccessi di trumpismo. È firmato da Marina, a inizio anno sul Foglio, il manifesto liberale più articolato prodotto dall’area centrista. «Un predellino intellettuale», disse all’epoca Giorgio Mulè, ma anche un atto di comando che lasciò basito e silente per ventiquattr’ore Antonio Tajani. E dunque, in campo oppure no, non ci sono dubbi su chi eserciti il potere da quelle parti e vai a vedere che i sussurri su un possibile colpo di teatro della capa di Mondadori, tornati da qualche giorno a circolare, prima o poi non diventino realtà.

E dunque, ecco a voi la Finlandia, cioè l’Italia, e la sua politica diventata nell’arco di pochi anni una cosa da donne, per donne, tra donne, dove gli uomini sviluppano le loro sottotrame con risultati al momento scarsi e i capipartito maschi rimasti in gioco – Matteo Salvini, Giuseppe Conte, per molti versi anche Matteo Renzi – risultano elementi di spalla, comprimari costretti ad alzare i toni per cercare visibilità.

La critica principale a questo nuovo assetto è che abbia prodotto poco o niente per le donne “normali” e manifesti scarsa attenzione per temi e battaglie del campo femminile e femminista. È in gran parte vero. E ci ricorda che in fondo non siamo la Finlandia: lì il potere femminile è stato il frutto di un’emancipazione di lungo corso, ha prodotto molte donne leader perché la parità era da tempo dato concreto e indiscutibile. Da noi è il frutto di abilità individuali, eventi fortunati, confusione maschile, eredità dinastiche, ma comunque esiste e quindi: bene così.