
(di Michele Serra – repubblica.it) – Appena dopo avere visto A House of Dynamite, scopro che il film ha irritato Casa Bianca e Pentagono perché — nella finzione — si fa l’ipotesi che il sistema di difesa anti-missile degli Stati Uniti non sia infallibile, e sia dunque possibile che una testata nucleare ostile possa raggiungere il territorio americano.
Si sa che l’America ha fatto decine di guerre ovunque nel mondo (una perfino meritoria: quella contro Hitler e Mussolini), ma per ragioni territoriali si considera inviolabile: è una squadra che preferisce giocare in trasferta.
Anche per questo l’attacco alle Torri Gemelle l’ha gettata nel panico — oltre che nel lutto — perché la guerra, per gli americani, è qualcosa che accade altrove, anche se con il tributo di sangue dei propri soldati. Si capisce, dunque, che un film che mette in scena la vulnerabilità dell’America possa irritare le istituzioni politiche e militari.
Chissà se fa parte del dibattito aggiungere una constatazione, come dire, scientifica: la sola certezza matematica, riguardo all’impossibilità assoluta che un missile a testata nucleare cada su una città degli Stati Uniti (così come su qualunque altra città di qualunque altro Paese), è la dismissione dei missili nucleari. Insomma, il disarmo.
Se da un lato questa prospettiva rientra, innegabilmente, nell’utopia, dall’altro è con ogni evidenza la sola vera garanzia di invulnerabilità atomica non solamente dell’America, ma di chiunque nel mondo.
Il resto — tutto il resto — è solo un faticoso tentativo di scongiurare la catastrofe, senza che il successo sia mai garantito al cento per cento. Si cammina sul filo. Niente è funambolico come cercare la pace armandosi, e riarmandosi.
Noi possiamo dormire tranquilli con i nostri scienziati al potere.
Loro una formula ce l’hanno: Si vis pacem para bellum.
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