
(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Avanti popolo, si torna indietro. La Grecia, culla della democrazia, ha varato la giornata lavorativa di 13 ore. Facoltative e ben remunerate, ci mancherebbe, però intanto la nuova legge approvata dal Parlamento ellenico rompe un tabù e inverte una tendenza. Quando l’ho saputo, quasi non ci volevo credere. Ridurre il tempo dedicato al lavoro era stata una delle conquiste della modernità, e procedeva da decenni in modo graduale ma, pensavo, inesorabile. Certo, dietro il paravento legalitario si è sempre mossa una realtà di tutt’altro segno, e ieri la ministra greca Niki Kerameos l’ha spiattellata in faccia a tutti con parole così poco ipocrite da apparire brutali: «Ci sono persone che già adesso fanno due o tre lavori per arrivare a fine mese. Noi daremo loro la possibilità di prendere gli stessi soldi senza doversi spostare da un posto all’altro».
Rinfoderati i sogni umanisti nell’album dei rimpianti, quel poco di politica che resta si è dunque assegnata l’unico compito di regolamentare l’ineluttabile, rinunciando definitivamente all’idea di cambiarlo o almeno di metterlo in discussione. Un paio di generazioni sono cresciute sventolando l’utopia del «lavorare meno, lavorare tutti». Invece lo slogan del nuovo pragmatismo recita «lavorare in meno, lavorare tanto». Da una parte un esercito di disoccupati e sottooccupati. Dall’altra una minoranza che, per conservare il proprio tenore di vita, sarà costretta a faticare sempre di più. Ma siamo proprio sicuri sia questo il mondo che vogliamo?
Anche in Italia si può lavorare per 13 ore al giorno, perché l’unico limite chiaro che la legge prevede è un riposo minimo obbligatorio di 11 ore tra una giornata lavorativa e l’altra. Certamente poi ci sono altre sfumature come i massimali degli straordinari che ogni contratto prevede alla settimana e per un intero anno, ma praticamente è così come in Grecia. Gramellini che non ha mai lavorato queste cose non le sa, ma le tratta dall’alto della sua saccenza.
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Se ne deduce l’obbiettivo che si pone un governo quando si oppone alla paga minima di legge. Se invece l’obbiettivo non è quello ma non gravare sulle imprese col costo del lavoro perchè non si può fare a meno delle alte imposte sul lavoro, allora si di mostra l’incapacità di trovare una via intermedia che soddisfi perlomeno il diritto di vivere a tutti. Se un governo non è in grado di risolvere questo problema i cittadini dovrebbero cambiarlo col prorio voto. Soprattutto andando a votare e ancor più quando ci sono referendum in cui si decide sui diritti del lavoro come da noi nello scorso referendum.
Quanto mi irrita il lamentarsi quando non si fa nulla per cambiare.
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«Ci sono persone che già adesso fanno due o tre lavori per arrivare a fine mese. Noi daremo loro la possibilità di prendere gli stessi soldi senza doversi spostare da un posto all’altro».
Sembra una dichiarazione della Santanchè: per lei il problema è lo spostamento di un lavoratore greco da un posto di lavoro all’altro, non il fatto che per arrivare alla fine del mese quello stesso lavoratore debba fare 3 lavori diversi.
A parte queste considerazioni, ci sono due problemi in Grecia ed anche in Italia.
Il primo è che non si può andare avanti tentando di “valorizzare” il lavoro povero; non dovrebbe neanche pensarlo chi si trova nella posizione di decidere e non dovrebbe accettarlo chi quelle decisioni li subisce.
Il secondo è che chi decide propone soluzioni a dir poco lunari, illogiche e chi subisce quelle decisioni non solo non se ne accorge nemmeno, ma in taluni casi applaude.
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Chi fu l’omino tra i responsabili principali dello stato in cui versa la Grecia oggi? Un certo Draghi. Ma gramello si guarda bene dal ricordarlo.
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