
(di Barbara Spinelli – ilfattoquotidiano.it) – A prima vista sembra inspiegabile, la testardaggine capricciosa con cui Emmanuel Macron sforna un primo ministro dopo l’altro – l’ultimo è Sébastien Lecornu, fedelissimo, incaricato ben tre volte – pur di non ammettere l’evidenza: i partiti di centro che lo sostengono sono sempre più striminziti, la sua politica è stata sconfitta alle elezioni del giugno 2024, le ore del suo soggiorno all’Eliseo sono contate. Lunedì Lecornu spiegherà quel che l’Eliseo vuole e concede, ma presto cadrà anche lui, come i due premier (Michel Barnier, François Bayrou) che l’hanno preceduto. Invece la testardaggine e i capricci sono spiegabili. Se Macron resta abbarbicato al potere è perché non vuole in alcun modo che le proprie scelte neoliberiste vengano disfatte: in particolare la scelta di proteggere dal fisco le grandi ricchezze e la riforma delle pensioni che gli elettori di estrema destra e di sinistra respingono, chiedendone una più giusta.
Macron è “solo davanti alla crisi”, affermano giornali e reti tv, ma così solo non è. Lo appoggiano i grandi patrimoni, le multinazionali, le imprese raggruppate nella confindustria francese (Medef). È a loro che Macron promette regali fiscali da quando fu eletto nel 2017. Con loro si identifica, mentre la sua popolarità crolla al 13-14%.
Il dramma Succession è iniziato e nessun candidato presidente vuol essere contaminato dal macronismo, anche se sono rari quelli se ne discosteranno davvero. Giornali e televisioni insistono sulla riforma delle pensioni che sinistra ed estrema destra vorrebbero abrogare, e su finte mini-concessioni del binomio Macron-Lecornu. La riforma non sarebbe abrogata ma dilazionata o perfino sospesa, in attesa che passi quando sarà eletto il nuovo presidente, in teoria nel 2027 ma forse prima se Macron dovrà dimettersi. Ma ancor più temuta dall’establishment economico-finanziario è la tassa sugli ultraricchi – detta anche tassa Zucman, dal nome dell’economista Gabriel Zucman. Un’imposta minima, applicata ai patrimoni di chi ha redditi annui superiori a 100 milioni di euro: aiuterebbe a salvare lo stato sociale e anche le pensioni, grazie a un introito 15-25 miliardi. Ma la confindustria erige un muro massiccio a difesa dei regali fiscali di Macron e preme in prima linea sui deputati socialisti. L’organizzazione imprenditoriale ha diffuso nelle settimane scorse un opuscolo confidenziale – un kit di mobilitazione – che spiega ai singoli deputati la catastrofe che potrebbe derivare dalla tassa Zucman o tasse somiglianti: fuga di capitali, instabilità, caos infine. Il kit cita l’esodo dei capitali in Norvegia, quando fu approvata una tassa simile. Omette di dire che quell’imposta colpiva i redditi annui superiori a 1,7 milioni di euro, non i 100 milioni annui indicati da Zucman. La tassa viene descritta come diabolica “predazione della ricchezza”. Anche in questo caso la maggioranza dei francesi la sostiene (86%), mentre la classe politica sopisce, tronca e ascolta le lobby.
Per capire qualcosa del caos francese occorre andare indietro nel tempo e individuare il momento in cui l’idea di democrazia “rappresentativa” ha vacillato non solo sotterraneamente, ma in maniera palese. È accaduto poco prima della nascita dell’euro. Nel 1998, il presidente della Banca centrale tedesca, Hans Tietmeyer, se ne uscì con una dichiarazione dirompente: a decidere è il “plebiscito permanente dei mercati”, oltre a quello degli elettori. Nel 2007 Greenspan disse la stessa cosa: grazie alla globalizzazione sono i mercati mondiali a prendere le decisioni politiche. Monti espose tesi analoghe, da presidente del Consiglio, quando disse che non poteva negoziare il salvataggio dell’euro a Bruxelles “tenendo pienamente conto” del proprio Parlamento (Spiegel, intervista del 6.08.2012). Da allora l’appello alla sovranità popolare viene assimilato al populismo o sovranismo. Nella strategia di Macron la sinistra francese doveva essere sfasciata, e il tentativo di unione nelle Legislative del 2024 andava affossato. È quello che è accaduto.
Oggi il Partito socialista è un intruglio, ma su un punto è sicuro: la criminalizzazione dell’ex alleato Mélenchon, che propugna idee redistributive della socialdemocrazia classica e avversa l’economia di guerra in Francia e Europa. Accusato delle peggiori nefandezze – antisemitismo, filo-putinismo, radicalismo – Mélenchon è ben più temuto e ostracizzato dell’estrema destra di Le Pen-Bardella. Il Partito socialista rischia di imboccare la strada centrista proprio quando il centrismo vive in Francia un declino spettacolare. È la strada che esalta la “cultura del compromesso e dell’umiltà”, abusivamente chiamata socialdemocratica. Di fatto non è più sinistra. E la terza via di Blair, naufragata da tempo in Inghilterra. O di Keir Starmer, sull’orlo del naufragio.
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“Invece la testardaggine e i capricci sono spiegabili. Se Macron resta abbarbicato al potere è perché non vuole in alcun modo che le proprie scelte neoliberiste vengano disfatte: “
Partiamo dalla spiegazione che Spinelli da del motivo per cui Macron è riluttante a lasciare la poltrona.
Affermazione decisamente debole sul piano logico: Macron tra due anni dovrà lasciare la presidenza della repubblica e non è più rieleggibile; che senso ha impuntarsi per rimanere a difendere una qualcosa che tra due anni rischia di essere spazzato via visto che non è gradito alla maggioranza dei francesi?
Trovo molto più pragmatico, concreto e provato il fatto che Macron stia cercando di tutelare gli interessi particolari per accreditarsi presso strutture che lo paghino lautamente; cosa non nuova nel panorama politico: lo ha fatto Barroso che adesso è in Goldman Sachs, lo ha fatto Schroeder col gas russo ed infatti risiede stabilmente nel CDA di Gazprom, lo ha fatto Draghi, lo ha fatto nel suo piccolo Renzi, lo ha fatto Blair.
Ma soprattutto chiedo a me stesso cosa avrei fatto io se mi fossi trovato nei loro panni.
Il dramma Succession è iniziato e nessun candidato presidente vuol essere contaminato dal macronismo, anche se sono rari quelli se ne discosteranno davvero.
Uno scorcio di lucidità che avremo modo di sviluppare tra poco.
Andando al sodo i motivi reali ( si fa per dire) sono la riforma delle pensioni e la tassa sugli ultraricchi.
La riforma delle pensioni di cui adesso si discute è nata in realtà nel 2023 e prevedeva l’innalzamento da 62 a 64 anni e un periodo retributivo di 43 anni.
Attualmente la Francia spende per le pensioni il 14% del suo PIL ( circa il doppio della media OCSE) ; secondo la corte dei conti francese il deficit pensionistico sarà di 6,6 MLD nel 2026 per arrivare a 30 MLD/anno nel 2045 se non saranno adottate misure di contenimento.
French pension deficit to more than double in a decade, audit office says | Reuters
Quindi quei maledetti burocrati della corte dei conti francese in combutta con gli ordoliberisti di Macron hanno detto che il sistema pensionistico francese non è sostenibile ed i giornali e i telegiornali diffondono tali idee sediziose.
Queste cose alla destra e alla sinistra francese non vanno bene e anche a Spinelli sembra non vadano bene.
Quindi siccome la realtà non va bene bisogna cambiarla; tuttavia sono rari quelli se ne discosteranno davvero.
Chissà come mai non si discosteranno e soprattutto CHI non si discosterà; fossi al posto di Spinelli proporrei la distribuzione di massa del peyote; sicuramente quelli che discosteranno dalla realtà saranno molti di più e pazienza per le conseguenze.
Ma cosa propongono coloro che sono avversi alla riforma che si dovrebbe attuare?
Tralasciamo il fatto che si chiedano o meno se le loro proposte siano sostenibili; anche in Francia le poltrone sono lautamente pagate; però io me lo chiedo e dunque
Il Nuovo Fronte Popolare chiede
Ripristino dell’età pensionabile a 60 anni (io avrei proposto a 22 anni e 6 mesi= garanzia certa di essere eletto, specie tra i più giovani) anziché 64.
Aumentare la pensione minima contributiva al livello del salario minimo (SMIC) e aumentare la pensione minima di vecchiaia al livello della soglia di povertà.
Costo 25-30 MLD di euro/anno
Costo aumento pensione al salario minimo 8-10 MLD di euro/anno
Chissà se il Nuovo fronte popolare si discosterà o meno dalla realtà.
Barbara fai presto, a questi il peyote serve con urgenza!
La France Insoumise
Chiede di abolire la riforma di cui si discute. rimane quindi in vigore quella del 2023
Permettere pensionamento anticipato per chi ha iniziato a lavorare molto giovane (< 20 anni) o per trenta/quaranta anni di contributi.
Costo: 13,5 MLD di euro/anno
Costo pensione anticipata 1-3 MLD di euro/anno.
Socialisti: lo stesso di France Insoumise
Le Pen/Bardella lo stesso dei socialisti e di France Insoumise.
Quindi a parte i lungimiranti del Nuovo fronte popolare dopo aver visto i costi, vediamo come intendono finanziarla
Aumento dei contributi sociali (0,3–0,4 punti di PIL = ~8–10 mld €/anno).
Tassazione dei redditi da capitale e alti patrimoni (stima governo 2024: massimo +5–6 mld €/anno).
Lotta all’evasione ( detta anche la mitologica che sfascia i conti pubblici) circa 2 MLD
Quindi a occhio e croce sembra che, a parte il nuovo fronte popolare, la cosa possa funzionare; quindi perchè la diatriba riforma si/no continua?
Dai conti si vede che le coperture per le proposte più realistiche sono risicate ed in parte aleatorie (la lotta all’evasione) l’aumento dei contributi prevede che l’1,8 % sia a carico dei datori di lavoro e 0,3% a carico dei lavoratori.
E’ a questo che confindustria francese (MEDEF) si oppone e cerca sponde in Macron.
Già ad oggi il sistema pensionistico francese si sostiene con coperture parziali provenienti dalla Sécurité Sociale; il travaso di fondi dall’assistenza alla previdenza.
Il Conseil d’Orientation des Retraites (COR, giugno 2025) mostra che anche con la riforma il bilancio resterà negativo di 0,2–0,5% del PIL fino al 2030.
Quindi ogni concessione (es. pensione anticipata per lavori usuranti, indicizzazione più generosa) richiede coperture immediate per evitare che il debito sociale aumenti; cioè che si eviti di sfasciare la corrispondente INPS francese.
Ed è proprio nel tentativo di trovare coperture sostenibili che emerge il secondo totem della politica francese recente: la tassa Zucman.
Tatatà-tarattààà!
Le stime della tassa Zucman variano molto un po’ come per le manifestazioni: per gli organizzatori si tratta di un’adunata oceanica e per la questura di una festa di compleanno.
Stime generose parlano di 25-30 MLD anno, quelle più prudenti di 5 MLD anno.
Quale che sia la stima il fatto certo è che, al di la della base imponibile 1.7 MLN o 100 MLN, la tassa colpisce il patrimonio mobiliare che notoriamente ( su infosannio meno notoriamente) si sposta facilmente.
Ma la tassa Zucman prevede che anche se sposti il patrimonio mobiliare all’estero per i successivi 5 anni sei ugualmente tassato.
Il punto è che questo patrimonio mobiliare non è costituito da soldi liquidi ma sono azioni, obbligazioni, titoli, partecipazioni in imprese non quotate ed in genere attività illiquide la cui valutazione è spesso difficile.
Per funzionare bene la tassa Zucman prevede alta trasparenza, coinvolgimento di stati terzi, convenzioni internazionali contro l’evasione fiscale.
Non si può certo dire che Zucman manchi di realismo; ma tutte queste cose richiedono tempi lunghi per essere attuate ed invece i soldi servono subito.
A questo bisogna aggiungere che la riforma delle pensioni si inserisce in un quadro economico nazionale a tinte fosche caratterizzato da una riduzione complessiva della base imponibile (disoccupazione, calo degli utili d’impresa).
Il terreno su cui si muove questa riforma è molto accidentato, quindi sarebbe meglio evitare di affrontare l’argomento con meno ideologia e pragmatismo e lungimiranza., magari tenendo presente che i ricavi dei padri possano diventare costi per i figli.
E soprattutto, quando si affronta un problema, si analizzano le cause non gli effetti.
Non è il migliore dei mondi possibili, ma sfasciarlo in un altro modo non è sinonimo di aggiustarlo.
In Francia, come altrove, il problema non è scegliere tra neoliberismo e populismo, ma trovare un equilibrio tra sostenibilità finanziaria e giustizia sociale.
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