Putin non è Hamas: ha un arsenale atomico che obbliga alla cautela. Zelensky verrebbe cancellato se rinuncia ai territori

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Raccontano che ai tempi ormai antichissimi di Camp David, (guarda un po’: un’altra “pace” per modo di dire apparecchiata nel Vicino Oriente), l’americano George Tenet, l’uomo della Cia, andò da Arafat e lo ammonì per cavargli preventivamente ogni illusione di resistenze e distinguo: «Attento, noi – e lo disse come se pronunciasse ogni sillaba in lettere maiuscole -, possiamo creare nuove frontiere, nuovi popoli, nuovi regimi». Allora il francese Hubert Védrine definiva gli Stati Uniti «l’iper-potenza», e non certo in tono amichevole.
Vale ancora quella Weltanschauung un po’ malavitosa, la capillare volgarità di Donald Trump l’ha rimessa forse in auge in questa epoca che a ragione è stata definita era post-americana? Si è in attesa, ansiosa, del sì di Hamas e del suo ministero degli Esteri, ovvero il Qatar, alla “pace” israelo-americana scritta a quattro mani dai due inseparabili soci, Trump e Netanyau. Ma già molti disordinati plotoni di Candide esultano e si chiedono quando il presidente americano affonderà con profitto lo stesso metodo nelle viscere occulte dell’altro nodo bellico, la guerra tra Russia e Ucraina. In fondo che differenza c’è, si dice? Lo stile Trump è imperfetto, un po’ volgare, un po’ vizioso, un po’ furbo, ma è sfacciatamente accanito a maneggiare e divorare tutto. Altro che diplomazia classica! A un simile rivendugliolo per cui non c’è un nucleo ideologico serio se non il narcisismo, nessuna dottrina se non chiacchiere, nessun comandamento morale ma solo il (proprio) interesse e la minaccia della forza, nessun affaruccio è impossibile. Perché il piazzista di New York non dovrebbe produrre dilettosi miracoli anche nell’Europa centrale?
La risposta permette di svelare i peritosi sottintesi, le deliberate bugie e i limiti invalicabili che distinguono le due guerre. In due parole: la proposta per fermare il massacro di Gaza, con qualche secondaria concessione da parte di Israele e innocui coinvolgimenti dei regimi arabi vassalli che non chiedono altro che salvare la faccia, non è un progetto di pace, è una intimazione di resa. Non solo di Hamas che deve consegnare le armi; ma dei palestinesi tutti che vengono fatto regredire a una amministrazione controllata da tempi dei mandati coloniali (da quelle parti erano di moda purtroppo), e sono invitati a rinviare le loro «legittime aspirazioni». Splendida scelta linguistica che li riporta indietro di decenni. Tutto da capo, poi si vedrà. Altro che le tiepide fiabucce dei due popoli e due Stati. Dura realtà di cui hanno impiegato pochissimo ad accorgersi, salvo la banda di trafficanti e collaborazionisti dell’ex autorità nazionale palestinese che sperano di lucrare, stando zitti, ancora qualche bustarella. Qui l’intimazione di resa è possibile, che altra scelta c’è se non arrendersi a discrezione?
Ecco il punto: la confusione che in Occidente utilizziamo come sommesso ed elusivo modo di evitare coinvolgimenti diretti, la pia frode tra pace (giusta) e resa senza condizioni. È la truffa linguistica di Versailles del 1918 al termine della prima ecatombe mondiale: sui libri di scuola è scritto «pace di Versailles»; invece fu un diktat imposto agli imperi centrali senza alcuna discussione. I tedeschi non furono neppure convocati, se non per la umiliazione della sigla. Come i palestinesi. Firmare o sarete annientati: non ricorda la spiccia prosa di Trump dopo l’annuncio?

Ma quello che è possibile (forse) con Hamas non lo è per diversi motivi con i due contendenti della guerra europea che dura da quattro anni. Con Putin non funziona perché la sua potenza atomica obbliga a cautele di necessaria deterrenza per evitare scorciatoie per la città dell’Apocalisse. Quindi, condizioni come il ritiro da tutti i territori invasi, pagare i costi della guerra, accettare l’ingresso dell’Ucraina in tutte le organizzazioni immaginabili, la presenza di soldati Nato alle frontiere russe servono solo alla propaganda interna degli impotenti leader europei. Imporre la pace a Zelensky vuol dire costringerlo a rinunciare ai territori persi in cambio di qualche garanzia che non sia l’adesione alla Nato e alla pericolosa trappola automatica dell’Articolo 5. Il presidente ucraino, ovviamente, non accetterà mai queste condizioni, e bollerebbe a ragione come un tradimento stile Monaco 1938. Accettare quattro anni di distruzioni e perdite umane e anonimi eroismi sarebbe una sconfitta che lo cancellerebbe da ogni futuro politico. L’Occidente fin dall’inizio, gli europei soprattutto, si sono legati le mani quando hanno dichiarato che «sarà l’Ucraina a decidere quando e a che condizioni vorrà arrivare alla pace». Patologico: non vi pare? Troppo anche per Trump.
zelensky è gia cancellato, ma sta ancora li perchè a qualcuno fa ancora comodo che sia li, non si sa ancora per quanto
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Quirico è intelligente, lui lo sa
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Ma tu di più però
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Ovvio
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