Il docente israeliano Pini Zorea (a sinistra), allontanato su disposizione del rettore del Politecnico Stefano Corgnati

(Chiara Saraceno – lastampa.it) – Trattare la questione della temporanea sospensione dall’insegnamento del professore Pini Zorea da parte del rettore del Politecnico a causa di una sua non solo inappropriata, ma tragicamente fuori contesto, descrizione dell’esercito israeliano come «il più corretto al mondo» non può, a mio parere, essere affrontata in termini di libertà di insegnamento, come invece hanno fatto su questo giornale sia Sileoni sia Revelli, pur giungendo a valutazioni opposte. L’affermazione, infatti, è stata fatta non nel contesto di un insegnamento, ma in un contesto di confronto provocato dall’interruzione della lezione (su materia che nulla aveva a che fare con il conflitto israelo-palestinese) da parte di studenti Pro-Palestina. Chi l’ha fatta non si trovava in quel momento neppure in posizione di autorità e potere, non parlava in quanto docente, con l’autorità, per altro sopravvalutata, delle parole pronunciate ex cattedra. Anzi, al contrario, si trovava di fatto in una posizione di debolezza e disconoscimento della sua autorevolezza e persino legittimità come docente da parte di chi lo aveva interrotto e contestava la sua presenza come tale al Politecnico. Quella stupida, anche sconcertante alla luce di ciò che sta succedendo, affermazione, basata, a dire del professore, sulla sua esperienza da soldato di 15 anni fa, ignorando ciò che sta facendo l’esercito in queste settimane e mesi a Gaza soprattutto, ma anche in Cisgiordania, i termini di ingaggio che ne guidano l’operato, non depone a favore della capacità di riflessione critica ed empatia di chi le ha pronunciate. Ma non riguarda la libertà di insegnamento, bensì quella di esprimere le proprie idee, per quanto discutibili o empiricamente infondate, per altro senza insultare nessuno, salvo la tragica verità dei fatti. È su questo terreno che gli studenti avrebbero dovuto ingaggiare un confronto, portando le proprie argomentazioni e ragioni. Un tipo di confronto che sembra sempre più difficile in un dibattito polarizzato tra amici e nemici. Ma che sarebbe compito dell’università promuovere e alimentare come parte del proprio compito educativo. Altrimenti si legittima, come è avvenuto di fatto in questo caso, anche al di là delle intenzioni, un’idea del confronto come esercizio di sopraffazione e azzittimento reciproco, dove vince chi è più forte, non chi ha argomenti migliori. Con il risultato di un impoverimento complessivo del dibattito, tra violenze verbali e censure, ma anche autocensure di ogni genere, per paura o quieto vivere. È un modo di (non) confrontarsi ormai molto diffuso in politica e sui social. Bisognerebbe evitare che si diffondesse anche nelle scuole e nelle università, ovvero nei luoghi ove l’educazione al confronto ragionato, alla verifica dei fatti e delle fonti, quindi alla capacità di argomentare le proprie ragioni e ascoltare criticamente quelle altrui dovrebbe essere un obiettivo altrettanto importante dell’apprendimento delle specifiche discipline.