La fame come arma, i raid sugli ospedali, i droni-killer. Come spiegheremo ai nostri figli, o ai figli dei nostri figli, che negli anni Venti la civiltà ha fatto passi indietro di secoli? Che le opinioni pubbliche, con qualche lodevole eccezione, e la classe politica sono sostanzialmente indifferenti alla distruzione del diritto internazionale, alla conta quotidiana dei morti, alla logica brutale della forza?

(Gigi Riva – editorialedomani.it) – Verrà un giorno, probabilmente, in cui i figli, o i figli dei figli, ci chiederanno conto dove fossimo, cosa facessimo (cosa NON facessimo) negli anni Venti del ventunesimo secolo mentre la civiltà faceva passi indietro di secoli, veniva fatta strame di ogni diritto umano civile sociale, la morte mieteva vittime civili ogni giorno sui campi di battaglia nella sostanziale indifferenza, salvo eccezioni ovviamente, delle opinioni pubbliche. E la cavernicola legge del più forte aveva soppiantato qualunque altra regola grazie al potere assoluto conferito alla sopraffazione. Non sapremo cosa rispondere e saremo tentati di abborracciare qualche scusa, qualche spiegazione di comodo per coprire l’ignavia grazie alla quale ciò che sembrava incredibile è diventato vero.
Sarebbe stato incredibile, anche solo un lustro fa, immaginare una democrazia, anzi l’unica democrazia del Medio Oriente, Israele, che adotta un politica di pulizia etnica per cacciare i palestinesi da Gaza e senza nemmeno occultare l’intento attraverso un’operazione cosmetica, ma anzi rivendicandolo attraverso proclami di ministri del suo governo. E per essere più esplicita, quella democrazia, ordina di aprire il fuoco sulle file per il pane di gente stremata dalla fame, sulle donne, sugli anziani, sui bambini, sugli ospedali, sugli operatori umanitari, sui giornalisti.
Nessuna pietà
Nessun salvacondotto, come era esistito nelle guerre dall’antichità alla modernità, nessuna remora, nessuna pietà. Solo la volontà cieca di raggiungere il risultato a qualunque costo. E permettere così al leader, a Benjamin Netanyahu, di vantarsi per la volontà di estirpare alla radice qualunque minaccia all’esistenza dello Stato: come se quello fosse uno scopo perseguibile e i massacri quotidiani non creassero invece i presupposti per la diffusione di altro odio, in vista di massacri futuri.
Se quei figli, o quei figli dei figli, ponessero la domanda su quali giustificazioni adottassero i responsabili per la loro barbarie, sarebbe imbarazzante replicare che, restando seri, se la cavavano con un comunicato in cui ribadivano che sì, saranno pur morte, dieci, venti, cinquanta persone, però tra loro c’erano anche alcuni terroristi di Hamas. E il peggio è che quelle puerili spiegazioni trovavano orecchie capaci di accoglierle. Giorno dopo giorno l’assuefazione era tale per cui le stragi non facevano quasi più nemmeno notizia.
Come se si aspettasse, con rassegnazione il bollettino, quotidiano: quanti morti ieri a Gaza? Settanta? Vabbé, normale. Per poi passare oltre. C’era, si dovrà aggiungere ai ragazzi desiderosi di sapere, una parte dell’opinione pubblica che si mobilitava, sia all’esterno che all’interno di Israele, senza tuttavia avere la forza politica per cambiare drasticamente il corso degli eventi. Perché la maggioranza silenziosa non vedeva l’ora che il conflitto finisse non per bontà d’animo, ma per il timore che un allargamento riguardasse magari il proprio paese. E dunque in nome della pace, era disposta ad accettare anche la legittimazione del primato della forza brutale.
Comunicati quotidiani
I leader politici, dal canto loro, emettevano quasi quotidianamente dei comunicati, usando probabilmente il copia incolla. Scritti in cui si condannava, in cui si ammoniva, in cui si stigmatizzava, in cui si denunciava che la reazione di Israele era andata «oltre i limiti della proporzionalità». Quest’ultima affermazione era il massimo che era riuscita a produrre, ad esempio, la presidente del consiglio italiana Giorgia Meloni, implicitamente ricordando che l’intera vicenda aveva avuto un inizio, il 7 ottobre del 2023, una carneficina che era un grumo di Shoah, perpetrata dai terroristi palestinesi di Hamas in Israele, con 1400 vittime e alcune centinaia di ebrei presi in ostaggio dal gruppo terroristico.
Per quanto possa sembrar paradossale, quasi due anni e sessantamila palestinesi morti dopo, in maggioranza innocenti, il 7 ottobre riusciva ancora ad essere la foglia di fico dietro la quale nascondersi. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva scelto il suo mantra-rifugio ricordando ad ogni piè sospinto che l’Italia era in prima linea nella distribuzione degli aiuti umanitari a Gaza. E tanto doveva bastare. Era inutile chiedere a Palazzo Chigi segnali più forti a cui si erano spinte altre nazioni, ad esempio il riconoscimento della Palestina, una ferma protesta diplomatica, il ritiro dell’ambasciatore. Non che avessero ottenuto risultati concreti, ma almeno avevano espresso una condanna più piena e compiuta.
La comunità internazionale annaspava scorata per una serie di motivi che avevano radici più lontane. Da anni, in nome del sovranismo, dell’essere padroni a casa propria, erano stati delegittimati tutti gli organismi sovranazionali, a cominciare dall’Onu, creati apposta per dirimere le questioni internazionali. Nel contempo era drasticamente diminuita la fiducia nelle democrazia. Da orizzonte a cui l’intero pianeta doveva tendere a sistema di potere obsoleto perché farraginoso e lento nelle decisioni. Popoli impauriti dalla globalizzazione reclamavano l’uomo forte capace di difenderli dal mondo fattosi ostile.
Dopo un breve approccio alla democrazia parlamentare in seguito all’implosione dell’Unione sovietica, la Russia si era ben presto con Vladimir Putin piegata in democratura, la Cina proseguiva imperterrita con il partito unico e il capitalismo di Stato. Ma nessuno poteva aspettarsi che gli Stati Uniti d’America mandassero alla Casa Bianca una macchietta come Donald Trump, assolutamente insofferente ai lacci e ai lacciuoli del sistema che lo aveva premiato. Senza alcun rispetto per gli organi di controllo propri delle democrazie, convinto che l’elezione fosse simile a un’unzione divina e che come comandante in capo potesse permettersi qualunque decisione solitaria, compresi i capricci di cambiare opinione quando gli fosse aggradato.
La postura degli autocrati
Una postura simile a quella degli autocrati, con cui, di fatto, andava d’amore e d’accordo. Fingendo di proporsi come arbitro, Donald Trump di fatto avallava qualunque rivendicazione dell’amicone Putin sull’Ucraina. Così come sognava assieme all’altro sodale Netanyahu di trasformare Gaza in una Riviera di resort per ricchi una volta cacciati tutti i palestinesi.
Riassumendo per i figli e i figli dei figli. Questo era lo stato del mondo. Due grandi potenze, Usa e Russia, coalizzate, la terza, la Cina, indifferente. Lo Stato militarmente più forte del Medio Oriente, Israele, spalleggiato da Washington e con la non-ostilità degli altri due. La Terra era una giungla in cui i leoni erano altri e noi gazzelle. La si può raccontare così, assolvendosi. Oppure avere la fantasia e il coraggio di immaginare che la Vecchia Europa può avere uno scarto di dignità, e forte di una ritrovata unione, guardare i leoni negli occhi. E cercare di disegnare un diverso destino