Perché votare al referendum rafforza la nostra democrazia

(Chiara Saraceno – lastampa.it) – La partecipazione al voto per i referendum ha seguito negli anni lo stesso trend della partecipazione alle elezioni: molto alta fino a metà degli anni novanta, bassa in seguito. Nel caso delle elezioni, tuttavia, non c’è problema di quorum, con il risultato che si possono avere parlamenti che rappresentano meno della metà degli elettori e maggioranze che ne rappresentano un quarto. Nel caso dei referendum, invece, una bassa partecipazione lo rende nulloconfermando lo status quo. In entrambi i casi, come ha ricordato anche il Presidente Sergio Mattarella, la non partecipazione al voto – che si tratti di una forma di protesta o di pura indifferenza – indebolisce la democrazia perché consegna di fatto nelle mani di pochi tutto il potere decisionale. Certo, la partecipazione politica non si esaurisce nell’esercizio di voto. Si esercita anche nel controllo critico sugli eletti, nella partecipazione al dibattito su quali debbano essere i contenuti dell’agenda politica, nel costruire opportunità e condizioni per dare voce ai punti di vista dei cittadini sulle questioni che ritengono di interesse collettivo, inclusa la possibilità di cancellare norme che ritengono superate o ingiuste.

Il referendum è uno degli strumenti a disposizione dei cittadini per partecipare alla cosa pubblica, con effetti di durata più lunga di una elezione. Per questo è preoccupante che, mentre dal 1974 al 1995, il quorum è stato raggiunto in tutte le altre 9 consultazioni, ad eccezione del referendum su caccia e pesticidi del 1990, delle 8 consultazioni effettuate dal 1997, solo quella del 2011, sulla gestione pubblica dell’acqua, abbia raggiunto il quorum. Un mancato raggiungimento che in alcuni casi è stato non tanto l’esito del disinteresse dei cittadini, o dell’obiettiva complessità dei quesiti, quanto dell’attiva propaganda da parte di qualche parte politica a che gli elettori ed elettrici non andassero a votare e piuttosto andassero al mare. Fu il caso, ad esempio, del referendum per l’abrogazione delle norme non solo restrittive, ma altamente pericolose per la salute delle donne, sulla procreazione medicalmente assistita (legge 40), in cui anche la Chiesa cattolica si spese per il non voto e si dovettero attendere le pronunce dei tribunali perché le norme più lesive della salute e della libertà delle donne venissero cancellate. Certo non una bella pagina per la democrazia.

I cinque referendum abrogativi per cui siamo chiamati ad esprimerci la seconda domenica di giugno riguardano da vicino la vita di milioni di persone, quindi dovrebbero sollecitare ciascuno di noi che ha diritto al voto non solo ad esprimere la propria opinione, ma a far raggiungere il quorum, per far sentire a chi siede in parlamento e a chi governa come la pensa su queste questioni così importanti la maggioranza degli elettori ed elettrici. Quattro riguardano i rapporti di lavoro – due sulla disciplina dei licenziamenti illegittimi, uno sulle norme che riguardano i contratti a termine, uno sulla responsabilità delle aziende committenti e non solo di quelle appaltatrici e sub-appaltatrici in caso di infortuni – uno il requisito temporale di permanenza in Italia per accedere alla cittadinanza, per riportarlo a 5 anni come era prima della legge Bossi-Fini. Si può o meno essere d’accordo con tutte le specifiche proposte di abrogazione. Ma è importante esprimere il proprio voto e raggiungere il quorum. Perché non si dica che ai cittadini/e non interessa la materia della sicurezza sul lavoro, della precarietà, del modo migliore di trattare i licenziamenti illegittimi, o di quanto tempo gli stranieri devono aspettare per fare domanda di cittadinanza, anche rinunciando a trascorrere lunghi periodi nel paese di origine, o in un altro paese, a prescindere dalla loro situazione famigliare o lavorativa. Se non si raggiunge il quorum, il governo e il parlamento si sentiranno legittimati a non fare nulla per migliorare questa norme che se la maggioranza dei votanti avrà votato a favore della loro abrogazione.

Quanto a me, sono senza alcun dubbio d’accordo sul ritorno a cinque anni di residenza continuativa per poter fare richiesta di cittadinanza (gli altri requisiti rimangono uguali). Sono un tempo minimo, che di fatto è spesso ben più lungo, tra tempo necessario per ottenere la residenza legale e tempo che trascorre tra la presentazione della domanda e il suo accoglimento. Faciliterà anche l’acquisizione della cittadinanza dei figli minorenni, in attesa di una legge sullo jus scholae che non sembra alle viste. Sono anche d’accordo ad abrogare la norma che esenta le ditte committenti dalle responsabilità in solido con quelle appaltatrici e sub-appaltatrici in caso di infortuni. Troppo spesso si è visto che nella catena infinita dei sub-appalti quella delle responsabilità si sfalda. Sugli altri ho i miei dubbi e continuerò a informarmi. In ogni caso, votando, contribuirò a fare in modo che il raggiungimento del quorum dia l’opportunità a chi ha una posizione chiara in un senso o nell’altro di farla valere.