
(Flavia Perina – lastampa.it) – Kiev come la Berlino del Muro: è l’ultimo tabù della destra infranto dal mondo trumpiano, e non ci sarà smentita sufficiente a cancellare l’idea che di questo si stia trattando negli incontri al Cremlino. Non è il solo caposaldo ideologico dei conservatori italiani travolto dal Made in Usa.
Pochi giorni fa la giornata del Kiss My Ass aveva stracciato un altro punto fermo della narrazione delle relazioni con l’America, la teoria degli “amici sì, sudditi mai” ripetuta da decenni per descrivere le relazioni con Washington. E poi, subito dopo, il riferimento della Casa Bianca alla trattativa con l’Europa e non con i singoli Stati: anche questo uno sfregio, seppure ad acquisizioni più recenti come la prevalenza delle Nazioni sui sistemi a cui partecipano, insomma il sovranismo. Non c’è da stupirsi della cautela con cui Giorgia Meloni, i suoi amici, i suoi consiglieri, stanno preparando l’incontro del 17 alla Casa Bianca, e non c’entrano tanto le partite concrete sui dazi o sul futuro della difesa quanto la difficoltà di aggiornare il racconto del trumpismo come ispirazione politica e culturale dei conservatori.
L’intervista al Times dell’inviato Usa per l’Ucraina, il generale Keith Kellogg, è sotto molti profili il più grave degli episodi destabilizzanti degli ultimi giorni. La sola evocazione della Berlino del’45 come modello di un accordo tra superpotenze alle spalle di Kiev è una sciabolata al cuore della destra italiana e al suo intero background fondato sulla contestazione costante, collettiva, indomabile della spartizione d’Europa alla fine della Seconda Guerra mondiale. Non solo. La destra da cui proviene Meloni e molta parte della sua classe dirigente operò anche concretamente contro quell’accordo, giudicato un’infamia e una vergogna, collaborando negli anni’60 e’70 a fughe rocambolesche dalla Germania Est. Immaginare un’America che, di nuovo, si fa complice di uno smembramento territoriale alle spalle di uno Stato sovrano e dell’Europa intera, per di più in favore dell’aggressore russo, è una prospettiva ingestibile per chi viene da quella storia.
Il trumpismo italiano può reggere alle tariffe, raccontandole come un’arma negoziale, come un cannone contro la Cina, come qualsiasi cosa diversa dall’atto di supremazia di una Presidenza votata all’eccesso. Può reggere al disimpegno americano dalla difesa europea e presentarlo come l’esito di un processo storico cominciato ben prima di Donald Trump. Persino gli insulti agli europei scrocconi e parassiti, persino il Kiss Me Ass, potrebbero passare in cavalleria: modi di dire, pane al pane, free speech, badiamo al sodo. Ma la punizione dell’Ucraina aggredita e colpevole solo di aver resistito all’aggressione è un’altra cosa. La frase «Kiev come Berlino» è un’altra cosa.
La destra conservatrice italiana, insomma, comincia a capire che non potrà tenere insieme la sua storia con quella del mondo Maga: il gelido silenzio che da giorni accompagna le esternazioni del presidente Usa e dei suoi amici è la conferma che questa percezione sta facendosi strada con sempre maggior forza. Il punto non sono le relazioni euro-atlantiche, che saranno difese come è ovvio da Giorgia Meloni, nella sua veste di presidente del Consiglio, in nome dell’interesse nazionale. Il punto è il racconto dell’altra Meloni, la fondatrice, la leader, il volto di Fratelli d’Italia, che non può indicare come ispirazione ideologica e politica una destra americana pronta a svendere Kiev alla Russia secondo i due schemi emersi in queste ore: quello della “soluzione Berlino” proposto da Kellog e quello esposto dal mediatore Steven Witkoff dopo l’incontro con Vladimir Putin: consegnare a Mosca le quattro regioni orientali ucraine aggredite nel 2022. Meloni premier forse potrebbe trovare il modo di infiocchettare un’intesa di quel tipo, Meloni leader della destra non potrà farlo con facilità, forse non potrà farlo affatto.