(Giuseppe Di Maio) – L’Europa è un piccolo e popoloso angolo del pianeta dove sono sorti gli stati nazionali. Nacquero come estensioni territoriali attorno ai dominî di un padrone che col tempo ebbero l’ambizione di raccogliere tutte le popolazioni della tribù che parlavano la stessa lingua e credevano nello stesso Dio. L’eredità di queste formazioni territoriali è stata la bellicosità tra vicini, che hanno fatto della guerra la caratteristica più rilevante dell’intero continente. Le lotte di predominio continuarono anche quando le piccole nazioni furono il centro di vasti imperi coloniali, fino a che l’età contemporanea s’incaricò di distruggere questi possedimenti che non avevano con la madrepatria una continuità territoriale. Unico fra gli stati europei a mantenere i suoi territori fu la Russia di Nicola I, che estese il suo governo oltre gli Urali, sulle regioni più inospitali dell’Asia e persino del nord America.

E’ stata dunque la guerra che, accrescendo negli stati europei l’imposizione fiscale, ha creato quella struttura statale che organizzerà poi ogni aspetto della vita sociale e civile, e che darà vita al welfare. Purtroppo i valori che riempiono di orgoglio la civiltà europea sono stati edificati dal surplus commerciale e dalla rapina sistematica degli altri continenti. Il nostro vero primato è una virtù che è stata smascherata, e che il resto del mondo ormai rispedisce al mittente assieme al Cristianesimo e alla Democrazia. Difatti è proprio quest’ultima, che dopo essere stata esportata a suon di bombe, ha dimostrato di fallire il suo compito proprio nei paesi che l’hanno generata. La nostra Europa ha trattato il resto del mondo con la forza delle armi e del debito, e le sue ampollose sovrastrutture non hanno convinto. USA, Brasile, Canada, Russia, Cina, Australia… questo è il tempo dei macro territori che occupano insieme più della metà del pianeta. E’ il tempo delle economie di scala e l’artigianato dei piccoli stati europei, per quanto mirabile, deve soccombere alla forza dei numeri.

Ora sarebbe venuto il tempo di rifiutare la nostra eredità, sarebbe l’ora di cambiare paradigma. L’Europa Unita fu un progetto lungimirante, dacché gli eserciti d’America e Asia calcarono i nostri territori, ma la lunga e immeritata pace ha allevato i mostri del nostro passato e ci ha fatto perdere di vista l’intelligente disegno. In un mondo che si appresta più che mai a competere, e in cui saremmo di media grandezza anche se fossimo uniti, ci ostiniamo ancora a beccarci come i polli di Renzo e a crescere negli egoismi regionali. Se è così, siamo destinati a diventare un museo delle iniquità che si appresta a sparire, se nel resto del pianeta, mentre si svolge la lotta per l’egemonia, cresce la consapevolezza di un governo mondiale, l’esigenza di avere obiettivi generali, di mettere fine ai conflitti territoriali e di classe. Chi oggi pensa a tattiche e strategie sovraniste è un nemico del nostro futuro, un pericoloso ignorante che ci condurrà alla rovina.