Un conflitto serve prima a distruggere e poi a ricostruire: un investimento che rende due volte a chi lo sfrutta. Ma c’è chi perde tutto, anche la vita. Ora i contendenti accettano di discutere e dalla pace è scomparsa la parola pace

(di Domenico Quirico – lastampa.it) – Perché si fanno le guerre? Per distruggere. E perché, qualche volta, si fanno finire? Per ricostruire. Così quelli che le amministrano e le sfruttano, generali finanzieri affaristi e mercanti riuniti in allegre conventicole che assomigliano un po’ troppo a banali società per azioni, realizzano la perfezione dell’investimento, cioè guadagnare due volte. fornendo a caro prezzo prima i mezzi per la distruzione bombe carri armati aerei droni; e poi facendosi assegnare gli altrettanto lucrosi appalti per rimettere insieme i cocci. Fregiandosi anche del titolo di benefattori.
Chi è che non ha guadagnato nulla, anzi ha perso tutto case beni affetti la vita? Chi l’ha combattuta nelle trincee, prestando fede a slogan quasi sempre bugiardi, a infatuazioni epicizzanti, difendere la patria o ricostruirne la grandezza, applicare il diritto internazionale o realizzare i nostri sacri interessi… E coloro, molti di più, che l’hanno vissuta senza poter dire niente nelle retrovie che non esistono più perché sono solo un altro fronte, ridotti ad atti inutili come fuggire sopravvivere sperare.
Nei venti giorni trumpiani che cambiarono, forse, il mondo, questo doveva accadere, come se niente fosse, in Ucraina. Il presidente americano è uno che vende fumo ma lo vende con brio. Non è certo uno che si ingarbuglia nelle sottigliezze del torto e della ragione, del colpevole e dell’innocente. Le Furie erano ritenute dai greci anteriori agli dei. Per Trump dopo la guerra e le vendette non viene Zeus, vengono i buoni affari, la ricostruzione e lo sfruttamento delle terre rare per ingolosire Zelensky. Ha gettato il suo sasso nella palude della guerra dei tre anni e come per incanto la melma si è smossa, i cerchi hanno iniziato ad allargarsi. Era quello che chi lo ha preceduto alla Casa Bianca non poteva fare, avrebbe perso la faccia. Così i due contendenti che si scambiavano solo insulti, nazista criminale di guerra invasore servo della Nato, hanno accettato quello che fino a ieri avrebbero definito tradimento, ovvero di discutere. In un conflitto fratricida dove la vendetta è l’unico imperativo, una necessità organica, si è compiuto il passo impossibile.
Dopo le ultime moine propagandistiche secondo necessario passaggio, far sparire le condizioni non negoziabili, ovvero l’uscita di scena di Zelensky (e di Putin), la intangibilità dei confini del 2014, le ritirate preventive dei russi. Non so se Trump, da temerario dilettante abborracciatore, infatuatosi e infatuando con lo slogan faccio finire la guerra in ventiquattro ore, avesse coscienza o cognizione dei progressi fatti o si sia imbussolato il cervello di quelle teorie della signoria americana con avventata millanteria di potenza. Il fatto è che le intemperanze del cui stile c’è da avere rossore indelebile hanno ottenuto quello che in tre anni diplomatici sacri e profani, sedicenti mediatori e fini cervelli delle élite non hanno nemmeno sfiorato.
È scomparso, ed è stato un segnale che avremmo dovuto notare con maggiore attenzione, un aggettivo a cui soprattutto noi europei siamo rimasti ottusamente incatenati per tre anni legandoci a una comoda impotenza, ovvero l’aggettivo ‘’giusta’’ appiccicato alla parola pace. Non lo pronuncia più nessuno. Per la verità non l’ha mai utilizzato Zelensky che ha sempre coniugato la parola pace con vittoria che per lui significava vedere i russi in umiliante ritirata ripassare i confini fissati per l’Ucraina nella disinvolta disintegrazione della unione sovietica. Putin, beh Putin si è sempre mantenuto nel vago, in fondo era una operazione speciale non c’era bisogno di fissare dei limiti. In questo modo al momento in cui anche lui accetta di passare alla fase delle trattative, nessuno può dire che non abbia raggiunto i suoi obiettivi. Visto che restano ipotesi.
Il concetto di pace giusta (quella ingiusta si definisce resa) l’hanno ripetuta fino allo sfinimento i leader europei con la loro politica inetta ad affrontare difficoltà e i pericoli per dare alle opinioni pubbliche e al severo Zelensky l’impressione di essere dei trinceristi della resistenza a oltranza al male assoluto, al nuovo Hitler. Quando in realtà il loro «essere con gli ucraini» consisteva, a grattare sotto la crosta dei discorsi, solo nel riempire gli arsenali e fornire denari alla tragedia: un’unione sciagurata di improvvido machiavellismo e di avara debolezza. La esclusione dal tavolo dei negoziati ne sarebbe una meritata punizione.
Allora Trump è stato il detonatore, ma la guerra potrebbe arrivare a una tregua per una ragione che consiste nel reciproco riconoscimento di una condizione di sfinimento. È questo il vero modello coreano evocato come possibile via di uscita. Zelensky non ha più uomini da gettare nella fornace e rischia ogni giorno che passa il tracollo della sua linea di difesa. Potrebbe perdere così un territorio ancora più vasto di quello che i russi con la loro strategia brutale, lenta e implacabile gli hanno rosicchiato negli ultimi mesi. Putin sa che, anche dispiegando propagande spregiudicate e stringendo i bulloni autocratici, non può spremere i russi oltre un certo punto. La sua non è la grande guerra patriottica che cementa il popolo davanti a una invasione.
Dunque come si interrompe una guerra come questa? Il primo passo, la scelta del mediatore, Trump, sembra accettata. Ora bisogna trovare un luogo neutrale dove trattare il cessate il fuoco o una tregua. Un passo difficile per Zelensky perché si parte dalla regola dell’ uti possidetis: i due eserciti a una certa ora smettano di sparare lungo il fronte che si è formato fino a quel momento.
Lo slogan della geopolitica della palanche è dunque: non fate la guerra fate soldi. Purtroppo sembra l’unica via possibile in un tempo che non crede più a niente neppure alla propria ombra. Ma che cosa diranno Putin e Zelensky alle decine di migliaia di parenti dei morti, ai feriti, ai mutilati che si sarebbero battuti per tre anni per far crescere i fatturati e i dividenti di quelli che un tempo si definivano, ingenuamente, i padroni del vapore?
Per non deludere le aspettative di Quirico, dovremo raggiungere in Ucraina a una pace come quella nell’ ex Jugoslavia e non come quella in Afganistan. Insomma devono vincere e dettare le condizioni gli amici dell’ occidente.
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