
(CHIARA SARACENO – lastampa.it) – Il problema è reale e va affrontato: i bambini e ragazzi di origine straniera fanno in media più fatica dei nativi a scuola ed hanno tassi di abbandono più alto, soprattutto quando non sono nati in Italia, non hanno frequentato nido e scuola dell’infanzia in Italia e sono arrivati in Italia già grandicelli. C’è sicuramente un problema linguistico, ma anche più in generale di adattamento a un contesto di vita, di norme e relazioni, nuovo ed insieme di perdita di ciò che invece era noto e familiare. Il “lavoro” di questo adattamento e il bisogno di comprensione e accompagnamento sono troppo spesso sottovalutati, nella fatica mentale ed emotiva che comportano, ma anche nella loro potenzialità educativa per i bambini e ragazzi coinvolti direttamente, ma anche per i loro compagni e gli stessi insegnanti. Non va, inoltre, ignorato, che i bambini e ragazzi di origine straniera spesso condividono le condizioni di svantaggio educativo dei loro coetanei nativi più poveri.
La povertà educativa, con le sue conseguenze in termini di apprendimenti e di abbandono scolastico, infatti, è particolarmente concentrata tra chi nasce e cresce in povertà, una condizione che riguarda in Italia oltre il 14 per cento di tutti i minorenni residenti, ma tocca il 30% nel caso degli stranieri. Accanto ai problemi linguistici e di adattamento, quindi, c’è un problema più generale di scarsità di risorse per sviluppare appieno le proprie capacità, una scarsità che dovrebbe venire compensata da una scuola accogliente, ricca di stimoli, attenta alle circostanze e capacità individuali e capace di valorizzarle, anche tramite una didattica e attività educative diversificate nei modi e negli strumenti.
Lungi dal rallentare, come denuncia il ministro Valditara, gli apprendimenti degli studenti con meno difficoltà, una scuola e una didattica accoglienti non per “buonismo”, ma perché tesi a costruire contesti fisici, relazionali, e di apprendimento aperti e diversificati (anche con l’uso delle nuove tecnologie) che sollecitino le capacità di ciascuno, avrebbero un impatto positivo sugli apprendimenti di tutti. Ciò non significa che non si debbano anche approntare laboratori linguistici per coloro per i quali l’Italiano non è la lingua madre (ma anche per i nativi che hanno problemi con questa lingua), così come corsi di potenziamento per la matematica e altre materie fondamentali per chi ha qualche difficoltà, straniero o non straniero che sia. Per altro, già la legge 40 del 1998 prevede che il Collegio dei docenti, valutato il livello di competenza linguistica dell’alunno straniero all’atto della prima iscrizione, possa organizzare specifici interventi individualizzati o per gruppi di alunni, per facilitare l’apprendimento della lingua italiana, da realizzarsi in orario scolastico o extrascolastico, anche nell’ambito delle attività aggiuntive di insegnamento per l’arricchimento dell’offerta formativa.
Un orientamento ribadito nelle linee guida del 2009 del Ministero per l’integrazione degli studenti stranieri. Che queste indicazioni non siano sempre applicate, e che non siano state fornite alle scuole adeguate risorse per applicarle, non giustifica un ritorno alle classi differenziali del buon tempo antico, questa volta sulla base della provenienza migratoria, sia pure intese in modo transitorio. Non solo per evitare effetti di stigma e di esclusione sociale, ma perché tutte le ricerche mostrano che l’apprendimento linguistico di tipo comunicativo avviene meglio e più in fretta tra pari, nella relazione quotidiana con i propri compagni. È positivo che il Ministro si renda conto che l’integrazione scolastica degli studenti stranieri richiede di investirvi risorse di tempo, persone, perciò anche finanziarie.
Ma, oltre a far attuare ciò che sulla carta è già previsto da tempo, sarebbe opportuno che facesse tesoro delle molte esperienze di scuola inclusiva e “capacitante” che ci sono in giro per l’Italia, anche in contesti difficili e non limitati alla sola presenza di studenti stranieri, spesso in collaborazione – non delega – con il terzo settore, nel quadro di patti educativi integrati.
si chiama ghettizzazione IGNORANTE!!!!
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