
(Bartolomeo Prinzivalli) – Quanto è facile fare del male a qualcuno protetti da uno schermo luminoso; quanto è naturale cimentarsi in ingiurie ed illazioni senza il timore della presenza; lo è ancora di più se l’interlocutore si nasconde dietro un sorriso di facciata e filtri su filtri per mostrare una vita perfetta, oppure dietro un avatar da mandare avanti a prendersi elogi e pugnalate. Durante il lockdown i rapporti umani si sono ulteriormente deteriorati, la mancanza di contatto ci ha resi più cinici, vuoti, soli, e forse proprio per questo più spietati.
È probabile che la ristoratrice non abbia retto all’ondata di polemiche sulla veridicità della recensione e sia giunta al gesto estremo, eppure quei riflettori addosso pare li avesse cercati.
Ricordo certi commenti sotto i miei post nel periodo in cui anch’io godevo di un briciolo di notorietà: gli insulti da parte di chi non ne capiva il senso, gli insulti da parte di chi invece l’aveva capito, gli insulti da parte di chi non credeva fossi un fabbro ma un giornalista al soldo di questo o quel politico, gli insulti diretti o indiretti alla mia famiglia. Non ho mai risposto per evitare lunghe diatribe per far cambiare idea a chi aveva già emesso la propria sentenza, oppure frecciatine dialettiche contro chi scadeva nel turpiloquio vantandosene; al massimo creavo un altro post per evidenziare la scelleratezza di alcune polemiche, alimentandone di nuove.
La verità è che nessuno compie lo sforzo di guardare oltre il selfie photoshoppato per capire l’angoscia, la frustrazione, il rifiuto di accettare il proprio aspetto o la propria vita, il bisogno di comprensione ed aiuto. Così si diventa semplicemente bersagli.
Le tragiche esperienze familiari degli ultimi anni mi hanno insegnato tanto sul dolore: a combatterlo, a conviverci, a veicolarlo per migliorarmi ma anche a riconoscerlo negli sguardi altrui, ed è praticamente rarissimo che ne siano privi. A volte per alcuni basta davvero poco: una gratificazione, una pacca sulla spalla, un abbraccio, un’iniezione di fiducia o la consapevolezza di non essere isolati, incompresi. La scorsa settimana un cliente pensionato è venuto in officina con un tubetto di colla in mano, aveva sostituito autonomamente la guarnizione a treccia nella caldaia e temendo di avere fatto un casino voleva un mio parere sul suo operato; pur non essendo esattamente il mio mestiere ho esaminato i prodotti usati, mi sono fatto spiegare passo passo il procedimento ed alla fine non solo gli ho fatto i complimenti, ma gli ho detto che se mi fosse capitato un altro con lo stesso problema l’avrei mandato da lui, così siamo scoppiati a ridere entrambi. Ieri ho installato un cancelletto zincato, sul posto ho trovato muratori ed idraulici, come sempre abbiamo collaborato per non intralciarci a vicenda, ci siamo raccontati vicissitudini ed aneddoti, dati consigli tecnici e prima di andar via ho salutato e ringraziato tutti personalmente, perché non ha alcun senso fare il borioso e sentirsi chissà chi, poiché della vita non rimane nulla tranne il buon ricordo che si lascia di sé. L’importante è non scadere nell’archetipo del bravo ragazzo che vive pateticamente per compiacere il prossimo, ma dell’uomo gentile ed empatico perché temprato dal dolore.
Come sempre è solo una questione di equilibrio…