Intervista alla deputata eletta l’anno scorso nella formazione guidata da Giuseppe Conte: “Il disagio è diffuso soprattutto a livello locale. A tratti pare che oltre a non aver realizzato la democrazia partecipativa si sia in qualche modo abolita anche quella rappresentativa”

Onori (M5S): “Non possiamo essere l’ennesimo partito leaderistico, bisogna coinvolgere di più i territori”

(di Matteo Pucciarelli – repubblica.it) – Federica Onori, 35 anni, è stata eletta alla Camera con il Movimento 5 Stelle lo scorso anno. Una novizia insomma, la prima però, dopo molto tempo, a esprimere un dissenso sulla gestione del partito guidato da Giuseppe Conte.

Nel M5S sembra andare tutto bene, perlomeno da fuori: è così?

“Abbiamo un disperato bisogno di tornare a supportare i territori, che sono in grande sofferenza ormai da troppo tempo. Riceviamo segnalazioni da tanti gruppi di attivisti che lamentano una gestione non democratica e poco inclusiva, con referenti a diversi livelli nominati dall’alto anziché eletti. O ancora, segnalazioni di iscrizioni che risultano sospese per un tempo non determinato e per motivazioni non sempre chiare. Purtroppo questo tipo di gestione si riflette senza sconti sui risultati alle elezioni amministrative e regionali”.


C’è altro che non le piace del nuovo corso del partito di Conte?

“La politica italiana ha sempre abbondato di forze politiche che puntano tutto sull’uomo o la donna soli al comando. Mentre la proposta innovativa del M5S, alla base del suo successo negli anni addietro, era quella di una maggiore partecipazione. Non dobbiamo accontentarci di essere l’ennesimo, più o meno piccolo, partito leaderistico”.


Intanto la vostra vicepresidente Alessandra Todde è stata candidata alla guida della Regione Sardegna per il centrosinistra. A qualcuno nel M5S, e rigorosamente a bassa voce, la cosa non è piaciuta per via dei due ruoli. Non so cosa ne pensi lei, ma era già avvenuto lo stesso con Giancarlo Cancelleri, quando Conte non c’era.

“Todde ha dato prova di grande competenza e serietà quando ha ricoperto il ruolo di sottosegretario e poi di viceministro, la sua candidatura a Presidente della Regione Sardegna per l’ala progressista è motivo di pregio e di vanto per la comunità politica del M5S. Ma in effetti è proprio così: secondo una di quelle regole storiche che in molti reputavano nel dna del M5S, chi sta già ricoprendo un mandato non potrebbe essere candidato a ricoprirne altri, a meno di non trovarsi in prossimità della scadenza del mandato in corso. Ed essendo stata eletta in Parlamento solo un anno fa, la candidatura di Todde rappresenta di fatto una deroga ad una regola storica. Esattamente come la deroga concessa a Cancelleri da Luigi Di Maio nel 2019. All’epoca Cancelleri si era da poco insediato come consigliere regionale in Sicilia ma due anni dopo si dimise perché nominato viceministro”.


Ne fa una questione di linea politica o di regole interne?

“Ne faccio una questione di onestà intellettuale e di strategia politica. Mi spiego meglio: il M5S si dotò di tutta una serie di regole per stabilire la possibilità o meno di candidarsi o ricandidarsi, quella citata prima, ma anche quella del limite del secondo mandato, eccetera. Ora, a fronte di diversi anni di presenza nelle istituzioni, credo si possa provare a fare un ragionamento su queste regole: hanno funzionato? Ci sono state storture? Se sí, quali? Probabilmente la stortura più eclatante è quella per cui si può essere eletti fino ad un massimo di due volte ma, teoricamente, si può fare il ministro o addirittura il primo ministro tante volte quante lo si desideri. Ora, poiché il limite del secondo mandato dovrebbe rispondere all’esigenza di porre un limite al potere politico, mi chiedo: ha più potere un parlamentare magari all’opposizione o un primo ministro? Credo la risposta sia abbastanza scontata. Ma tornando alla deroga, sono due gli aspetti che mi preme sottolineare: quando si dovrebbe derogare ad una regola? E chi dovrebbe decidere in merito? Ecco, secondo me la risposta è molto chiara: si dovrebbe poter derogare ogni volta che questo è nell’interesse del M5S e, proprio per questo, a deciderlo dovrebbero essere i territori, con un voto democratico degli iscritti della circoscrizione di appartenenza. Se non viene affrontato in modo collegiale e coinvolgendo i territori, mi pare abbastanza inevitabile infatti il rischio di attirarsi l’accusa di decidere la derogabilità o meno di una o più regole secondo la propria convenienza politica personale, e non quella del M5S”.


Cosa intende? Sia più specifica

“Facciamo l’esempio della regola del secondo mandato. Ferma restando l’esigenza di realizzare un ricambio nella classe politica, che in effetti più difficilmente si osserva negli altri partiti, credo si imponga la necessità di fare una riflessione importante: il M5S perde personalità di spicco che non possono più ricandidarsi e, in questo modo, alle elezioni ha un chiaro svantaggio competitivo rispetto agli altri partiti. Ora, proprio per via di questo prezzo che il M5S paga, mi pare che la modalità con cui vengono invece scelti i futuri candidati non sia affatto secondaria: il rischio che vedo è che tra listini bloccati e candidature di personaggi più o meno vip come fu per Donatella Bianchi nel Lazio, i territori ancora una volta si trovino a subire le scelte prese dall’alto, invece di essere i veri protagonisti del cambiamento”.


Il M5S di Grillo e Casaleggio, e poi con Di Maio, era per caso più democratico? Qui almeno c’è uno Statuto.

“Ai tempi di Grillo e Casaleggio seguivo da elettrice e non conosco nei dettagli le dinamiche interne di quel periodo. Ma non dobbiamo accontentarci di miglioramenti parziali o comunque largamente perfettibili. Dobbiamo puntare a una struttura e un modello che siano i più efficaci e performanti per realizzare in pieno la nostra rivoluzione culturale. Che era quella della democrazia partecipativa. Ora invece a tratti pare che oltre a non aver realizzato quella partecipativa, si sia in qualche modo abolita anche quella rappresentativa”.


Ha fatto presente queste criticità? Qual è stata la risposta?

“Questa domanda mi permette in effetti di argomentare la mia ultima affermazione. Il Consiglio Nazionale, l’organo che da Statuto dovrebbe coadiuvare il Presidente nell’elaborazione della linea politica, e di cui anche io faccio tecnicamente parte, nell’ultimo anno si é riunito soltanto tre volte. E purtroppo, di queste tre volte, due volte non sono stata proprio convocata, mentre una volta non sono stata messa nella possibilità di partecipare perché la riunione, indetta di corsa per approvare il bilancio, era stata fissata durante una mia missione all’estero in qualità di membro della Commissione Esteri della Camera. Come dicevo in apertura, quella dall’assenza di collegialità è una criticità importante che chiunque può facilmente rilevare”.


Il suo è un disagio personale o sa di altri?

“Il disagio è decisamente diffuso, soprattutto nei territori. Per questo abbiamo lanciato e promosso, insieme al collega Fabio Massimo Castaldo, una petizione che proponeva di destinare una quota corposa dei proventi del 2×1000 del M5S ai progetti dei gruppi territoriali. Se invece la sua domanda si riferiva ai miei colleghi: confermo che anche lì un certo disagio si percepisce. Evidentemente, esporsi non è facile. Io stessa sono ben consapevole che, essendo solo al primo mandato, sarebbe per me ben più conveniente esimermi dal sollevare certi temi. Voglio però pensare e sperare che non subirò rappresaglie, come ad esempio quella di vedere compromessa una mia futura ricandidatura, per aver espresso liberamente il mio pensiero. Ma accetto il rischio: la politica, se è priva di coraggio, non è niente più che interesse personale”.