
(di Alex Corlazzoli – ilfattoquotidiano.it) – Uniforme scolastica obbligatoria, dall’infanzia alle medie, a spese dei genitori. A comunicare questa decisione ai genitori dell’istituto comprensivo “Ruggero De Simone” di San Pietro Vernotico, in provincia di Brindisi, nei giorni scorsi, è stata la preside Loreta Chirizzi. Per i bambini della scuole elementari e della scuola secondaria di primo grado, è prevista una t-shirt bianca (preferibilmente con il logo dell’istituto); pantaloni blu/jeans (non strappati) sia per i maschi sia per le femmine e felpa con cappuccio grigio scuro e blu, con il simbolo della scuola. Non solo. Nella missiva inviata alle mamme e ai papà – pubblicata sull’albo online del “Ruggero De Simone” – si specifica dove acquistare il tutto: presso la ditta Allegrini confezioni di Cellino San Marco. Una spesa “a prezzo invariato rispetto agli anni scorsi” che va comunque ad incrementare i costi che le famiglie già sostengono.
Per le famiglie si tratta di tirar fuori dalle tasche venti euro per le felpe; dodici euro per la maglietta a maniche corte e cinquanta centesimi in più per quella a maniche lunghe. Sconti per le famiglie numerose non sono previsti (lo abbiamo verificato interpellando la ditta che ha avuto assegnato l’incarico dalla scuola). Ma non è finita. La dirigente dell’ dell’istituto ha deciso anche come si devono vestire i più piccoli. All’infanzia, infatti, dall’inizio delle lezioni sino al 31 ottobre e dal 2 maggio fino al termine della scuola , gli allievi devono portare una t-shirt bianca e dei pantaloncini blu per i maschi e maglietta bianca e fuseaux blu per le femmine. “Per il restante periodo dell’anno – spiega la dirigente nella circolare – gli alunni della scuola dell’infanzia riprenderanno a indossare il grembiule”.
Una scelta, quella del De Simone che sta provocando diverse reazioni tra i genitori: c’è chi è d’accordo e chi no nel momento in cui si impone l’acquisto di un preciso capo di abbigliamento. Sui social, tante mamme e papà, stanno discutendo di questa delibera che era comunque già stata adottata in passato. Non è la prima volta che una dirigente impone il dress-code ma all’infanzia e alla primaria è raro. A Milano, ad esempio, all’istituto comprensivo Leonardo da Vinci la dirigente aveva inviato una circolare alle famiglie ricordando che le alunne e gli alunni dovevano evitare di andare in classe con pantaloncini, canottiere, bermuda e ogni altro capo di abbigliamento inadeguato al contesto scolastico. A Rimini la preside Sabina Fortunati e il consiglio di istituto del Belluzzi – da Vinci avevano condotto una battaglia contro i pantaloni corti, i jeans con i buchi, le magliette stracciate, le canotte, i cappellini, le berrette, le ciabatte e le infradito: dopo tre infrazioni nota o richiamo scritto per chi infrangeva le regole. A Quartu, in provincia di Cagliari, invece, il preside di un liceo artistico aveva vietato ai ragazzi piercing e creste definendo questi atteggiamenti troppo estroversi.
Sono di sinistra Sono d’accordo sulla non distinzione in base all’ all’abbigliamento. Ma uno di bae deve fornirlo la scuola non le famiglie.
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Si andava da dio quando c’erano i grembiuli: democratici, pratici e poco costosi. In lavatrice e via, tutti uguali: la scuola dava, anche nell’abito, una idea di uguaglianza, sobrietà, praticità.
Poi il Mercato ha avuto la meglio anche lì e sono cominciati i ” Io ce l’ho e tu no…”.
Ovviamente travestiti da ” sinistra”, come tutto ciò che favorisce il Mercato, ormai…
Il grembiule era ” fascista”, mica si poteva essere ” creativi” sfoggiando il top firmato… Se ogni giorno diverso, meglio…
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D’accordissimo, oltretutto se ci si lamenta che i ragazzi devono comprare abiti ‘consoni’ come mai gli si concede invece di comprarsi abiti meno ‘consoni’ ma molto più costosi?
Nei licei inglesi o giapponesi è normalissimo avere divise uguali per tutti. Persino sul fumetto di Lamù, dove l’unico ad essere diverso è Shotaru Mendo, il quale essendo ricchissimo, anziché una divisa nera ha una divisa bianca, ma pur sempre una divisa.
Invece adesso vediamo ragazzini di 6 anni che vanno in giro come fossero veline e rockstar, con appeso al collo un iPhone ultimo modello, naturalmente.
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C’è il rischio, con le divise fornite dalla scuola, che si finisca come in Giappone dove per attirare iscritti ci si affida agli stilisti, ad esempio Armani.
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Non è escluso.
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E tutti di nuovo in uniforme, come ai bei vecchi tempi.
Avanti, marsc. Avanti, marsc.
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Il grembiule sarebbe un’uniforme?
Negoziante di abiti, per caso?
Massì, dai, fin dall’asilo occorre marcare le differenze: la maglietta firmata da mostrare per fare vedere ” chi si è”. Che importa se è da lavare tutti i giorni nonostante le raccomandazioni ” Non sporcarti il vestitino nuovo”…
Poi la pancia fuori con il top di Dolce e Gabbana per fare schiattare chi lo compra da Primark. Così sì che si è ” antifascisti”…
Non occorre che il grembiule ( o un altro tipo di abito, che so, una casacca, l’importante è che sia comodo e poco costoso) lo fornisca la scuola: quando ero piccola l’avevamo tutti e non ci sentivamo per nulla ” fascisti”. Anzi. Molto ” comunista” era l’idea: almeno a scuola un minimo di uguaglianza…
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“Almeno a scuola un minimo di uguaglianza”: grembiulaia militare, per caso? L’uguaglianza, sì, a chiacchiere inutili. Le differenze sono ben altre, altro che magliette firmate. È nella testa dei ragazzi che vogliono azzerarle, le differenze, magari facendo mettere a mezz’asta la bandiera italiana per uno che alle minorenni … eh? Ma no, è la menzione della “pancia fuori” che fa andare fuori di testa, ma tanto che problema c’è? Fai indossare di nuovo ai ragazzi un bel sacco e via, molto poco comunista con tanto becero e fascista.
Queste ragazze e questi ragazzi, ma piantatela di ributtargli addosso il vostro vecchiume, e lasciateli in pace.
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Tranquilla, si farà come dice lei: il Mercato il grembiule non lo vuole: vai di firme e pancia in fuori. Non sia mai che chi ha non mostri, anche a scuola.
Lasciamo in pace i ricchi di fare i ricchi ed i poveri di subire. Gli altri Paesi? Tutti fascisti. Vede come funziona a pennello la propaganda? Basta un grido ” al fascismo! ” e, anche se non ci entra alcunché, anzi, tutti calano le braghe.
Tutto pur di vendere.
Penso che lei sia giovanissima: fino ad una trentina di anni fa si andava a scuola con un comodissimo grembiule che si buttava in varechina se si sporcava di pennarelli o marmellata. Ora anche all’asilo la bimba è preoccupata di non sporcarsi la maglietta firmata: la mamma la sgriderà…
Ah, questi ” fascisti”…
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“Ragazzi, ma con questo ” fascismo” hanno proprio fatto il lavaggio del cervello: non vi accorgete che non si può discutere più di alcunché che subito salta fuori?”
Ecco, la lascio qui, anche perchè contro la tastierite proprio non vi è rimedio.
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Ragazzi, ma con questo ” fascismo” hanno proprio fatto il lavaggio del cervello: non vi accorgete che non si può discutere più di alcunché che subito salta fuori?
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Infatti, anche contro la “antifascistite” che guarda caso accarezza sempre il pelo al Mercato c’è ben poco da fare: vincerà sempre.
Solo una precisazione: i giovani ( come tutti noi) non sono affatto ” liberi” : sono schiavi della povertà o ricchezza dei loro genitori, oggi più che mai ostentata con l’abbigliamento.
La lascio alla sua ” tastierite”, nuova offesa rivolta a chi si vorrebbe fare tacere.
Solo l’odio e l’insulto sono apprezzati, qui.
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Sì, sono schiavi del loro abbigliamento (noi no, invece), a differenza delle loro pance.
Io non voglio far tacere proprio nessuno, se lo è inventato, un pò come l’antifascistite e il 99% di quel che scrive: offese, odio e insulti può ritrovarli tutti lì, se vuole. “Tastierite” sta per tendenza a buttar giù di tutto (se vuole lovscrivo così) e mi scusi ma qui penso che sia più che appropriato, visto che comporta un certo furbesco disprezzo nei confronti tanto della discussione che dell’interlocutrice.
Non usi questi mezzucci, faccia un pò il piacere.
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C’è un farmaco contro la tastierite altrui: non leggere. Io non leggo, ad esempio, le decine di insulti ( spesso sessisti) che tanto spesso si rincorrono in questo blog : quando parte uno…
Non le sono simpatica, me ne farò una ragione, ma da consumatrice e madre che lavora continuo a rimpiangere la comodità del grembiule e la sua democrazia.
No, non mi piace vedere le pance né le minigonne all’inguine sui banchi di scuola; ci sono altri luoghi in cui mostrarsi.
La pensiamo diversamente, facciamocene una ragione.
La chiudo qui.
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Ecco, mezzuccio nr. 357: “non le sono simpatica”.
Ora come un fungo spunta anche l’esempio dell’insulto sessista (cosa c’entri qui… da far cadere le braccia). Sensazionale l’out-out, menu a due sole portate: o il grembiule monastico o le minigonne all’inguine. Sembra quasi uno spot della Digrignante del Consiglio: quella, famosa, che prima promette e poi mantiene.
Non è la sola madre che lavora, mi permetto di ricordarglielo. Ce ne sono tante (posso ben dirglielo) che hanno opinioni ben diverse dalle Sue. Anche se una cosa sono le opinioni, un’altra è scrivere “solo l’odio e l’insulto sono apprezzati, qui” quando non si sa che altro dire. Tutto qua.
Il rimpianto è a volte bella e comunque sempre legittima cosa, ma “grembiulizzarlo” per rifilarlo alle ultime generazioni (così gli impacchettiamo via dalla vista gli stracci o gli abiti di firma, convinti magari di democratizzarli con una bella pezza blu, e avanti, marsc) e ai loro genitori (centinaia di euro per figlio in più, di questi tempi, e mica finisce lì, altro che grembiuli: questo il sugo dell’articolo) significa vivere nel passato, certo non nel presente.
I nostri figli sono diversi, come è giusto che sia. Cerchiamo di farli vivere in un paese migliore senza rompergli troppo le scatole sul quel che conta di meno; cosa, per noi, infinitamente più facile.
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Ecco, cominciamo ad educarli all’UGUAGLIANZA, che sarebbe già qualcosa.
Specie adesso che ci sono famiglie che hanno messo su delle REGGIE al posto di vecchi casali di campagna, mentre altre sono in affitto e pure morose.
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Educarli.
All’uguaglianza.
Incartandoli con delle pezze blu.
Così risolviamo anche le diseguaglianze, mai più masserie o affittuari morosi bei guai.
Come no.
Craaa! Craaaa!
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Sicuramente, con cotanta madre, i figli della signora annarita cresceranno libbberi e bbbbelli!
Che invidia…
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Altrove, da sventurata madre fuori venne cotanto figlio, un povero burlokretino. L’invidia, tutto quel che rimane.
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Non è l’abito che fa la persona, ma la libertà del pensiero che si ottiene attraverso la cultura, la lettura, il pensiero, il dubbio…
Purtroppo il Mercato ci insegna altro, e un comodissimo grembiule, di poco prezzo, ugualitario, comodo, facilmente lavabile, che non ammette frivolezze né l’eterno mostrare la propria ricchezza, che tutti abbiamo portato senza mai sentirci ” fascisti” diviene ora, anche lui poveretto, un simbolo politico di cui non si può discorrere pena la solita chiusura di bocca: ” fascista”! Cioè se ti metti il grembiule per non sporcarti sei fascista! Ma ci accorgiamo di come ci hanno ridotti?
Ok, continuiamo con i vestitini: chi può permetterseli belli, firmati, puliti e cambiati ogni giorno e chi no. Si chiama ” libertà” e solo i ricchi possono essere liberi! I poveracci sono schiavi del portafogli, come tutto, come sempre: il vestitino firmato e magliettina di Armani indicherà fin dall’ asilo che è ” libero” e chi no. Perché la libertà è di chi ha.
Tutto questo è molto di ” sinistra” invece.
Il mondo alla rovescia.
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Ma infatti. Aria fritta.
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Riferito a me o riferito a lei che non se ne fa scappare una?
Il mio più assiduo lettore…😄
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Mah… Solo qui hai postato un commento su tre. Alla faccia di chi non se ne fa scappare una 😏
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