L’invasione di Putin ha provocato una geografia internazionale informe, un caos globale dove la forza è l’unico criterio nel rapporto tra le nazioni

Il conflitto che fa rimpiangere l’equilibrio della Guerra Fredda

(DOMENICO QUIRICO – lastampa.it) – Lo so: è un azzardo. Ma sono tentato di fronte ai rischi inesplorati della guerra mondiale in atto, ai quotidiani subbugli e spargimenti di sangue, dal redigere nientemeno che un paradossale elogio della Guerra Fredda. Come aspirazione a un equilibrio nelle relazioni tra i Grandi, a un ritorno a quella che fu, seppure precaria e gonfia di cupezze e loschi compromessi, una condizione di tregua durata quasi mezzo secolo. Il Male minore. Insomma lo strano lievito della Guerra Fredda era portatore anche dei summit periodici, dei travagliosi e produttivi appuntamenti a Helsinki, Vienna e Ginevra, del virtuoso cammino del reciproco disarmo. E l’Onu serviva ancora a qualcosa, almeno come immobiliare sede del discutere.

E ora, nel terzo e sgangherato Millennio? Sono diventate cerimonie impossibili, sostituite da forsennate, reciproche adunate guerrafondaie, da sguaiati discorsi di acquirenti di volgarità militaresche e di vittorie totali, che non hanno purtroppo accettato di farsi rudere. Gli appelli churcilliani di Fulton sembrano, al confronto, invocazioni pacifiste. Per scendere sul biografico, Kennedy e Kruscev, che furono i protagonisti di quel rassicurante Freddo, mi paiono più rassicuranti di Putin e di Biden.

Mi si ammonisce: ti fai adescare da termini ormai logori, ideologie invecchiate dai tempi del Muro, figure sclerotiche di una storia geopolitica già ipotecata dal lieto fine che fu, allora, anno domini 1989, la vittoria dell’Occidente. Quel che è fatto è fatto. Di più: perché tirar su dalla cantina modelli screditati o peggio ancora trappole micidiali? Non ci saranno, sotto sotto, le solite stagionate nostalgie dei Politburo affollati di ex rivoluzionari decrepiti, dei misteri moscoviti decifrati dai cremlinologi, delle magnifiche sorti del socialismo ahimè! reale, e del Mondo Libero senza se e senza ma? Purtroppo la guerra in Ucraina ha messo in piedi una geografia internazionale informe dove l’Ordine americano del dopo Ottantanove, arrogante e subito sfiancato da omissioni, asinerie e ritirate, spasima e si indebolisce; leghe e alleanze, Nato, Unione europea, l’Eurasia russo-cinese, i non allineati, sono come abiti troppo stretti o troppo larghi. E siamo orfanelli della posticcia Weltanschauung globalista, di quel monumento all’Acquisto senza frontiere che era il nostro trastullo, di mondo ben fornito di palanche e passaporto: assassinato dalla prepotenza putiniana senza che la pietra del sepolcro possa miracolosamente spalancarsi. Siamo impantanati, gli ucraini, i russi, noi, nella guerra di usura, la più costosa in perdite umane e la più soggetta al rischio che qualcuno giochi la carta del tutto per tutto per svellere i piedi dal fango. È un caos che ha i suoi segni, i suoi messaggi, i suoi geroglifici. Che sono il ritorno alla forza come criterio nel rapporto tra le nazioni; la formazione di blocchi contrapposti economici, militari, culturali, disumani; la edificazione di una trincea dal Baltico al mar Nero attraverso cui ci scarmigliamo scambiando cannonate e messaggi di reciproca negazione; il ritorno in gran voga di dittatorelli munificati dalla geografia e dal sottosuolo che si vendono a gran prezzo all’uno e all’altro in cambio di omertà e immunità .

Mi accorgo che, se non si è ipnotizzati dai centimetri di carta geografica persi e rubati che sono sanguinanti ferite sulla pelle degli ucraini, ho appena descritto i veri obbiettivi di guerra di Putin. Che in questo mondo trova, purtroppo, una sua permanente ragione di esistere. E forse per questo bisognerebbe riconoscerlo già vincitore. Ben oltre i misteriosi golpe del Cuoco.

Erano i connotati anche della Guerra Fredda ma li si era aggiustati all’interno di un sistema di regole, scritte e non, che ne limitavano i rischi, a iniziare da quello della Apocalisse. Perchè il confronto veniva legato a terrene e transeunti ideologie, comunismo e liberismo, e non riportato come oggi a teologiche sfide finali tra il Bene e il Male. Era un sistema pratico che ha impedito lo scontro atomico per mezzo secolo e ha, ad esempio, reso possibile tra l’altro lo smantellamento del colonialismo. Con tutti i suoi limiti, bugie e vergogne costituiva una armatura chiusa che dava in fondo una sensazione di sicurezza esponendosi al fuoco della concorrenza tra i due giganti armati di atomiche.

Forse il modo per impedire che la guerra sul terreno diventi senza fine, e per non consentire a Putin conquiste di fatto, è quello di un vertice tra Grandi che metta a punto un sistema di equilibrio, fissi nuovi spazi reciproci di sicurezza, eviti avventure catastrofiche, sapendo che nel confronto tra sistemi le idee diventano ipertrofiche e corrono spesso a un estremo pericoloso.

Dal 24 febbraio viviamo in una età sommamente e pericolosamente retorica. Arte che, tra l’altro, consiste nell’attribuire al prossimo e a noi stessi per ingannarlo meglio sentimenti che esso non ha e di persuaderlo a crederci. Si muovono le opinioni pubbliche in base a problemi mal posti, a ipotesi interessate, a dilemmi posticci. La resa incondizionata o la vittoria totale per esempio. Dalle due parti, atlantista e moscovita, per paura di servitù ipotetiche, dubbie siamo chiamati ad accettare violenze presenti e sicure. E il circolo vizioso della stupidità coatta.

Capisco che un regime come quello russo abbisogni per sopravvivere del “nemico alle porte’’, della ‘’lotta all’ultimo sangue’’; ma che le democrazie vi si acconcino, ecco due buoni esempi di retorica pericolosa.

La macchina bellica nelle piane ucraine lavora con metodica lentezza rugginosa. Ogni giorno ne stiamo in ascolto come animali nel bosco. Sul campo di battaglia ci si dissolve come una boccata di fumo, a migliaia.

Penso alle città ucraine sparite e ai loro ruderi enormi, di cui solo gli archeologi potranno ricostruire la topografia originaria e gli innesti con la vita.

Domanda: sarà davvero questo il mondo nuovo? Quello in cui le generazioni della de-globalizzazione si preparano a entrare è dunque lo stesso del nostro e lo rimarrà per un pezzo? Con la Bomba, le dittature, i venditori di cannoni che ingrassano, i popoli denutriti, le polizie persecutrici , la liquidità delle idee, la tentazione di sfuggire al disastro accettandolo e facendone una morale.