Per la premier fu determinante “nel combattere la violenza politica”. Ma tace sulle uscite golpiste e sul ruolo degli ex missini nelle stragi Fino alla targa per Acca Larentia. Quanto reggerà questo suo equilibrismo? […]

(DI GAD LERNER – ilfattoquotidiano.it) – Quando Ignazio La Russa e Isabella Rauti, il 26 dicembre scorso, decisero di commemorare, in omaggio ai loro genitori, l’anniversario della fondazione del Movimento Sociale Italiano, fu richiesto alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, di commentare l’opportunità di quella celebrazione.
La risposta che lei diede nel corso della conferenza stampa di fine anno merita di essere riportata per esteso: “Io credo che il Msi sia un partito che ha avuto il ruolo di traghettare verso la democrazia milioni di italiani che erano usciti sconfitti dalla guerra… Ha avuto anche un ruolo molto importante nel combattere la violenza politica, il terrorismo – penso alle dichiarazioni di Almirante che diceva ‘doppia pena di morte per i terroristi di destra’ – Aveva la responsabilità di accompagnare persone che altrimenti avrebbero fatto scelte diverse”. Non so se Giorgia Meloni sarebbe favorevole a reintrodurre in Italia la pena di morte, sulla scia di Almirante che nel 1982 promosse una raccolta di firme a tale scopo. Credo e spero di no, sebbene oggi a chiederlo, nel suo Paese, sia proprio il premier polacco Morawiecki, suo partner europeo prediletto. Ma è il suo giudizio storico sul Msi che voglio prendere in parola, anche nelle inedite ammissioni che contiene. Lei sa bene a chi si riferisce quando sottolinea la delicata responsabilità di “accompagnare persone che altrimenti avrebbero fatto scelte diverse”, cioè di natura violenta ed eversiva. La prendo sul serio a ragion veduta. Se non altro perché, sul fronte opposto in cui militavo negli anni Settanta, posso testimoniare che anche Lotta Continua operò (non senza rischi e accuse di tradimento) per scongiurare che altre centinaia di giovani intraprendessero la via della lotta armata. L’Italia, lo sappiamo, è un Paese in cui è stato difficile incanalare nell’alveo delle regole democratiche – troppo spesso violate pure dall’alto degli apparati statali – militanti convinti della necessità del ricorso alla violenza politica. Ma una volta riconosciuta l’esistenza del problema, bisogna saper essere severi con se stessi.
Questa definizione benevola di un Msi virtuoso traghettatore dei post-fascisti verso l’approdo a una destra democratica si scontra con troppe circostanze di fatto. Basti qui citare degli atti parlamentari di facile reperimento. Subito dopo il colpo di Stato dei colonnelli in Grecia, nell’aprile 1967 (diecimila arresti nelle prime ore, seguiti da sette anni di dittatura), il vicesegretario e capogruppo del Msi, Ernesto De Marzio, così si espresse nell’aula di Montecitorio: “Onorevoli colleghi, io sono entusiasta di quanto avvenuto in Grecia. Il nostro governo non può non giudicare positivamente avvenimenti i quali mirano a impedire al comunismo di insediarsi in un’area geografica così prossima al nostro Paese”. Per le strade, intanto, i missini esultavano al grido minaccioso di “Ankara, Atene, adesso Roma viene”. Nel settembre 1973, lo stesso De Marzio, sempre parlando alla Camera, salutò con queste parole il golpe del generale Pinochet in Cile (oltre tremila morti): “I militari cileni hanno agito in conformità al loro dovere patriottico”.
Non è dunque una forzatura sostenere che i vertici del Msi negli anni Settanta rivendicavano in Parlamento la propria vocazione golpista e antidemocratica. È altresì certificato da diverse sentenze definitive che fuoriusciti dal Movimento sociale italiano perpetrarono in quegli anni numerose stragi, agendo grazie alla copertura di simpatizzanti missini collocati ai vertici delle forze armate e dei servizi segreti; alcuni dei quali vennero poi eletti in Parlamento.
Giorgia Meloni non era ancora nata, ma ciò non la autorizza a edulcorare la storia e l’ideologia del partito a cui scelse di aderire giovanissima.
Sappiamo che, quando si iscrisse quindicenne al Fronte della Gioventù, Giorgia Meloni entrò in relazione con militanti protagonisti di quella stagione violenta. La memoria che le trasmisero – è lei stessa a ricordarlo spesso – pesò assai nella sua formazione politica. Cito per tutti Marcello De Angelis, condannato per banda armata e oggi responsabile della comunicazione istituzionale della Regione Lazio. Quanto importante sia stato per Giorgia Meloni quel legame giovanile, lo si legge in dettaglio nell’ultimo libro di Luigi Bisignani e Paolo Madron, I potenti al tempo di Giorgia (Chiarelettere). Vi si trovano altri nomi di persone a lei vicine che all’epoca oscillarono sul crinale fra “doppiopetto” e scelta “antisistema”. E che oggi rivestono ruoli istituzionali.
Non importa qui stabilire se tale imprinting consenta tuttora di annoverare Giorgia Meloni quale esponente di un post-fascismo evoluto, o se invece vada considerata definitiva la sua conversione a una destra democratica. Ma è significativo che lei stessa riconosca, sia pure solo in un accenno, l’inevitabile tortuosità di quel passaggio, tutt’altro che risolto una volta per tutte. Non esistono nella natura umana metamorfosi tali da recidere i legami col proprio vissuto. I sentimenti nostalgici che Giorgia Meloni ha tutto l’interesse di minimizzare non possono essere liquidati come innocuo residuo del passato. Il percorso accidentato dei militanti missini che ai giorni nostri aspirano a trasformarsi in classe dirigente, gli imporrebbe di esprimersi sulle loro radici senza reticenza, com’è toccato fare agli ex comunisti per diventare davvero ex. Farlo aiuterebbe Giorgia Meloni a interrogarsi anche sul frustrante senso di “esclusione” che spesso dichiara di aver sofferto e al quale ha voluto ribellarsi. Dovrà pur ammettere che qualche motivazione ce l’aveva.
Meritano certo rispetto le parole con cui ha commemorato l’atroce morte dei fratelli Mattei nel rogo di Primavalle del 1973, a opera di militanti di Potere Operaio. Ciò che vale ugualmente per i tre giovani missini assassinati a colpi di pistola nel 1978 davanti alla sezione di Acca Larentia (i primi due da killer di sinistra, il terzo poche ore dopo da un poliziotto nel corso di una manifestazione di protesta). Tornerò sulle ripercussioni provocate da quel delitto. Ma intanto è significativo che proprio Giorgia Meloni, nel 2012, cioè quando era già stata vicepresidente della Camera e ministra nel governo Berlusconi, abbia presenziato con Federico Mollicone alla polemica sostituzione della lapide che ricorda quell’eccidio. Considerando troppo generica la targa che si limitava a ricordarli in quanto “vittime di violenza politica”, ne posero un’altra che li definiva “assassinati dall’odio comunista e dai servi dello Stato”. Con una firma inequivocabile: “I camerati”. Ripeto, era il 2012. Erano passati 34 anni dai fatti, ma l’autorappresentazione da incidere nella lapide restava quella.
Oggi “camerati” non si usa più, almeno in pubblico. Si preferisce offuscare il passato ricorrendo al più neutro “patrioti”. Ma la generazione che fu ribelle antisistema e che ora ama definirsi “generazione Tolkien” dovrebbe trovare il coraggio dell’autoanalisi. Altrimenti il suo richiamo alla necessità di una pacificazione, ora che hanno vinto, figurerà meramente strumentale. Se davvero – e voglio crederlo – hanno vissuto un percorso di adesione al patto costituzionale, non è stato certo il Msi a traghettarceli. Provandoci, favorirebbero anche una riflessione sincera sulle degenerazioni che hanno macchiato l’antifascismo militante nel corso degli anni Settanta. Di esse, per completezza, scriverò domani.
Vabbè, fanno solo a gara a chi ruba per primo il mazzo, adesso rubano loro ! Degenazioni !e a noi non cambia nulla , solo i nomi di chi ruba di più!
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L’articolo non parla di chi gioca o ha giocato a rubamazzetto.
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Gad Lerner appartiene a quel gruppo dirigente della sinistra extraparlamentare degli anni 70 che diede il massimo contributo per annientare il movimento giovanile rivoluzionario dell’epoca. Tutto quello che scrive è denso di omissioni, discrasie e falsi storici. Come il suo amico e collega Sofri senior è corresponsabile morale dell’efferato omicidio di un funzionario di polizia, che era stato diffamato di aver ucciso un anarchico durante le prime convulse indagini sulla strage di Piazza Fontana. In un paese civile e democratico dovrebbe fare un lavoro non pertinente alla comunicazione ed informazione in quanto inidoneo a produrre autentico giornalismo. Invece occupa un ruolo di punta nell’informazione “de sinistra”, degno guiderdone per i servigi resi negli anni 70 ai padroni dell’Italia d’allora che lui diceva di combattere. Coloro che invece l’hanno fatto o sono morti o sono stati ostracizzati o sono emigrati.
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Ne pattriotti ne camerati solo una banda di troglos ai livelli dei Flintstone,con modi di pensare medievali
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“Ma non sono fassisti” :con questo slogan faranno passare di tutto e i cittadini li giustificheranno…e così prima o poi ci arriveranno!!
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