Il cattivo esempio della manovra: soffocati dai commi

Abbiamo un profluvio di leggi sul groppone, senza rispettarne nemmeno la metà. E senza prendere sul serio la più alta, la Costituzione

(Michele Ainis – repubblica.it) – Quando un delitto si ripete, quando non desta più allarmi né denunce, allora l’abuso si tramuta in uso, diventa prassi, costume, regola non scritta. È accaduto (accade) rispetto alla legge di bilancio.

Dove il nostro bicameralismo perfetto – due Camere con gli stessi poteri – funziona in modo imperfetto: una Camera ne esamina il testo, lo emenda, lo delibera; l’altra annuisce, perché non c’è più tempo per modifiche ulteriori, perché altrimenti scatta l’esercizio provvisorio del bilancio. E dove il governo chiude la partita stringendo una tenaglia sui parlamentari: maxiemendamento, voto di fiducia.

Tutti i governi, di qualsivoglia colore. Come mostra l’esperienza ininterrotta degli ultimi anni, per mano dell’esecutivo più a sinistra della storia repubblicana (Conte II), di quello più lontano dai partiti (Draghi), di quello più spostato a destra (Meloni).

Sicché anche stavolta va in scena il medesimo copione. Norme apparse e poi scomparse, tira e molla sui fondi destinati a questo o a quell’affare, notti insonni in commissione, e ovviamente un rosario d’errori e strafalcioni.

Come i 44 provvedimenti votati senza copertura finanziaria, provocando l’altolà della Ragioneria dello Stato (che tuttavia andrebbe interpellata prima, non dopo ogni votazione). Finché il governo mette un punto, presenta il nuovo testo ponendo la fiducia, la Camera dei deputati l’approva in fretta e furia durante la vigilia di Natale, mentre al Senato restano quattro giorni per timbrarlo senza discussioni.

Monocameralismo alternato, lo chiamano così: l’anno scorso fu la Camera a subire la legge del bavaglio, ora tocca al Senato. E diritto alterato, potremmo inoltre aggiungere. Giacché per effetto del maxiemendamento il testo originario di 174 articoli ha generato 488 pagine e un primo articolo di 522 commi, tutti stipati dentro quell’unico convoglio normativo, come giapponesi nelle vetture della metropolitana.

Anzi: i commi sono molti di più, a fare un po’ di conti. Perché si suddividono spesso in sottocommi, o perché vi s’affianca un comma bis, ter, quater. Un solo esempio: il comma 94 interviene non si capisce più su che decreto, aggiungendo all’articolo 62-quater.1 la lettera c-bis.

Ostrogoto, e non soltanto per i cittadini comuni. Anche per gli avvocati, anche per chi ha tre lauree in tasca. E per i parlamentari, come no. Quanti di loro avranno mai compreso il significato delle norme su cui dovevano votare?

Insomma, un caso patologico. Però lasciato incancrenire senza cure, senza medicine né dottori. Eppure qualche soluzione ci sarebbe, a volerci mettere rimedio. Se i tecnicismi rendono il testo incomprensibile, basterebbe affiancargli uno specchietto riassuntivo, scritto nella lingua dei vocabolari d’italiano. Se i parlamentari presentano troppi emendamenti, potremmo limitarli: una sola proposta per ciascuno.

E se due Camere rappresentano un inutile doppione, si può sempre adottare un sistema monocamerale, come avviene in Svezia, in Israele, in Portogallo, in 39 Stati in tutto il mondo. Oppure farle lavorare insieme, devolvendo al Parlamento in seduta comune non solo la legge di bilancio, ma altresì la conversione dei decreti: ulteriore fattispecie dove la seconda Camera viene costretta a un prendere o lasciare, perché i decreti scadono dopo 60 giorni, e perché la Camera che li esamina per prima impiega quasi per intero questo tempo.

Ma dopotutto è questa la nostra dannazione: abbiamo un profluvio di leggi sul groppone, senza rispettarne nemmeno la metà. E senza prendere sul serio la legge più alta, la Costituzione.

Sicché chiamiamo “premier” il presidente del Consiglio, o “governatori” i presidenti regionali, benché il primo s’incontri in Inghilterra, mentre i secondi alloggiano negli Usa. Legiferiamo normalmente per decreto, benché i costituenti ne avessero previsto l’uso soltanto in casi eccezionali. E teniamo in vita due Camere gemelle, pur celebrandone – a turno – i funerali.

Dopo di che inutile stupirsi se in Italia c’è una crisi di legalità: come suol dirsi, il pesce puzza sempre dalla testa.

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3 replies

  1. OTTIMO ..che dire di più!
    Il popolo non conto un … e tanto meno i suoi rappresentanti in Parlamento!
    E il garante?

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  2. Decine di Migliaia di migliaia di leggi scritte male, contorte, assurde, criptiche. Un oceano di norme in cui naufragare. Questa è l’Italia che sta sempre per affondare, ma ahimè non affonda mai, perchè se un bel giorno affondasse si potrebbe (forse) cancellare, eliminare tutto il marcio, il decrepito che alberga nei palazzi, nelle istituzioni, nell’animo dei cittadini. Una volta affondata si potrebbe ricostrire tutta la barca dall’inizio con regole più rigorose memori di come è andata dal 1946 ad oggi. Si potrebbero porre vincoli ai quali sia assolutamente vietato derogare.
    Si potrebbero fare tante cose per il bene del Paese e dei cittadini. Solo bisognerebbe averne voglia, oltre che la capacità di scrivere poche norme, chiare e comprensibili a tutti. Perchè un Paese in cui le regole non sono chiare, consente ai furbi di eluderle con grave danno del vivere civile e delle persone oneste. E quel Paese è destinato, prima o poi, al fallinento.

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