Escalation. Il New York Times riporta l’irritazione della Casa Bianca per il nuovo blitz ucraino non concordato con gli alleati. Ieri il ponte di Kerch, che collega la Russia alla penisola di Crimea, è stato riaperto parzialmente al traffico. Un tentativo di tornare alla normalità che non deve […]

(DI SABRINA PROVENZANI – Il Fatto Quotidiano) – Ieri il ponte di Kerch, che collega la Russia alla penisola di Crimea, è stato riaperto parzialmente al traffico. Un tentativo di tornare alla normalità che non deve illudere: le conseguenze del suo parziale collasso rischiano di essere devastanti per gli equilibri del conflitto in Ucraina, anche fra gli alleati Kiev e Washington. La ragione immediata è di logistica militare: il viadotto è cruciale per i rifornimenti delle truppe russe nel sud dell’Ucraina, che rischiano ora di ritrovarsi schiacciate dall’avanzata di Kiev, con collegamenti ridotti con la madrepatria.

Soprattutto, ora la grande incognita è la reazione di Putin, che su quel ponte, costruito all’indomani dell’annessione della Crimea e da lui inaugurato, ha investito un enorme capitale politico e simbolico. Mosca accusa Kiev di sabotaggio, e promette vendetta. Putin ha immediatamente affidato il comando delle operazioni in Ucraina al generale Sergei Surovikin, falco fra i falchi, ed è prevista per oggi la riunione del Consiglio di Sicurezza, mentre le sue truppe intensificano gli attacchi contro civili. L’ipotesi di una grave escalation del conflitto si fa sempre più concreta, e allarma molte cancellerie europee e mondiali. Fra tutte, la Casa Bianca. Gli ucraini, sia gli esponenti dell’esecutivo che semplici cittadini, non hanno mancato di esprimere la propria soddisfazione per l’attacco che colpisce al cuore il Cremlino, ma hanno finora negato ogni responsabilità. Il New York Times però, che finora si è fatto portavoce degli umori non ufficiali dell’amministrazione Biden, ieri riportava, citando come fonte un anonimo alto funzionario dell’amministrazione ucraina, la notizia che dietro l’attacco ci sia l’intelligence di Kiev, che avrebbe “orchestrato l’esplosione, utilizzando una bomba caricata sul camion esploso sul ponte”. Anche questa informazione potrebbe essere parte di una cortina fumogena, visto che diversi esperti sentiti dai principali media optano per una diversa ricostruzione: ma il fatto che il prestigioso e autorevole quotidiano la riporti sembra segnalare l’irritazione di Washington. Per la seconda volta in pochi giorni: il 6 ottobre sempre il New York Times riportava la frustrazione dell’intelligence Usa, che denunciava come dietro l’omicidio di Darya Dugina, figlia del politologo putiniano Alexandr, ci fossero i servizi ucraini, che avevano agito senza informare gli alleati. Il quotidiano parlava apertamente di malcontento fra i funzionari Usa per la “mancanza di trasparenza” da parte del governo ucraino “in merito a piani militari e sotto copertura, specie in territorio russo”. Joe Biden sostiene lo sforzo militare ucraino, ma non vuole operazioni che portino la guerra oltre il confine. Ha evocato il rischio di Armageddon nucleare se Putin si sentisse messo all’angolo da una sconfitta militare. E, se molti analisti si dicono scettici su questa possibilità, l’Armageddon può arrivare anche nella forma di un attacco/invasione russa di un paese Nato, che costringerebbe l’Alleanza Atlantica ad intervenire nel conflitto allargandolo. Non è un caso che Biden sia rimasto sordo alla richiesta di Kiev di missili ad ampio raggio che, appunto, potrebbero colpire obiettivi in territorio russo.

Insomma, per la Casa Bianca Zelensky deve rientrare nei ranghi, evitare sortite, condividere le decisioni con gli alleati, controllare i suoi, che ora avanzano proprio grazie alle generose forniture militari occidentali e Usa in particolare. Sempre che il presidente abbia davvero il controllo completo di questa guerra e dei molti attori che, anche in Ucraina, hanno obiettivi diversi. Come suggerito ieri da Repubblica, a Kiev sembra esistere “un centro di potere parallelo che agisce senza consultare gli alleati”, anzi in opposizione alla loro strategia, per alzare ulteriormente il livello dello scontro. Tipo Gladio-Stay Behind. Che a controllarlo sia Zelensky, o forze più estreme che portano avanti l’agenda nazionalista e neonazista già incarnata dal battaglione Azov, il gruppo paramilitare creato nel 2014, nella prima fase della guerra del Donbass, per combattere i secessionisti filorussi, nel 2015 inquadrato nell’esercito regolare e ora sostanzialmente dissolto, è tutto da capire. Di certo c’è soltanto che nessuno sa più esattamente chi stia usando i miliardi e gli armamenti forniti da Washington, Nato ed Europa. E con quali obiettivi.