Crisi del grano: come Putin sta forzando l’immigrazione dall’Africa verso l’Europa

(Francesco Battistini, Milena Gabanelli e Massimo Sideri – corriere.it) – La Russia, con 10,1 miliardi di dollari di valore all’anno, è il primo esportatore di grano al mondo. Può non sembrare enorme rispetto ad altri mercati (gas e petrolio), ma da essa dipende la maggior parte dell’apporto calorico e del foraggio da animali da allevamento in molti Paesi poveri. E si tratta di grano tenero, quello per fare il pane, che ha un peso importante sui panieri dei prezzi di tutti i Paesi: come per l’energia, chi controlla il grano controlla il carovita. Una lista dei Paesi che dipendono per più del 50% delle proprie importazioni dal grano russo fornisce un’idea accurata del peso di Vladimir Putin nella geopolitica della fame: secondo la Fao, Kazakhstan, Mongolia, Armenia, Azerbaijan e Georgia dipendono quasi al 100% dal grano russo, mentre hanno una dipendenza tra il 50 e il 100% Bielorussia, Turchia, Finlandia, Libano, Pakistan e molti Paesi africani.

La vera vittima: l’Africa

L’Egitto comprava dall’Ucraina il 22% del proprio fabbisogno, la Tunisia il 49%, La Libia il 48%, la Somalia il 60%, il Senegal il 20%, la Repubblica Democratica del Congo il 14%, la Tanzania il 4%, il Sudan il 5%. Come è noto questo grano è bloccato. Ma cosa sta accadendo nei porti russi? I numeri ci svelano che il granaio del mondo non ha mai smesso di mandare grano verso Turchia, Medio Oriente e i clienti africani: l’Egitto continua a ricevere da Mosca il 60% del proprio grano importato, la RDC il 55%, la Tanzania il 60%, il Senegal il 46%, il Sudan il 70%, la Somalia il 40%, il Benin il 100%, e di poco si discosta l’Eritrea.

Numeri che fanno comprendere bene alcune solide alleanze che si sono venute a creare in questi mesi sullo scacchiere della guerra russa contro l’Ucraina. In primis la Turchia, un Paese che ha un’importanza strategica visto lo sbocco del Mar Nero sullo stretto dei Dardanelli: non è un caso che all’inizio della Prima guerra mondiale proprio in questo imbuto si giocò una strategia «della fame» simile a quella che sta creando la Russia bloccando le navi ucraine. L’Impero Ottomano bloccò il passaggio del grano verso il Mediterraneo per colpire Francia e Gran Bretagna. Questo causò già allora un’esplosione dei futures sul grano (+ 45%) sulla Borsa di Chicago, ancora oggi la maggiore piazza al mondo per le materie prime. I futures sono dei prodotti finanziari che ne permettono l’acquisto a un prezzo atteso in una data futura.

La storia si ripete

La stessa missione navale Ue per scortare i carichi di grano ucraini, se mai ci fosse, avrebbe bisogno del placet di Ankara: la Convenzione di Montreux del 1936 stabilisce che, quando c’è una guerra nell’area, spetta alla Turchia l’ultima parola su chi può navigare attraverso i Dardanelli e il Bosforo. Solo Bulgaria e Romania, altri due Paesi rivieraschi e membri della Nato, avrebbero il diritto di scortare i convogli navali. Per inciso, gli altri maggiori esportatori di grano, Europa a parte, si trovano tutti distanti dal Mediterraneo: sono Canada, Argentina, Stati Uniti e Australia. In tutto il mondo, nel 2021, sono stati prodotti 777 milioni di tonnellate di grano (tipo wheat): la produzione negli ultimi dieci anni, come è accaduto con tutti i cereali (2.799 milioni di tonnellate totali), è aumentata. Ma, di pari passo, sono cresciuti anche gli stock, cioè le capacità di conservazione che per il grano può superare i due anni.

Le vie alternative: impraticabili

Ricapitolando: il grano ucraino è fermo. Prima della guerra, l’Ucraina utilizzava per il 95% delle esportazioni i porti di Mariupol, Berdiansk, Kherson e Odessa. Impossibile usare altre vie: i quattro porti fluviali sono vecchi e piccoli, non possono esportare più di 300 mila tonnellate al mese; sulle tredici autostrade che portano in Polonia, Slovacchia, Ungheria, Moldova e Romania, possono marciare non più di 20 mila tonnellate al giorno, con alti costi di carburante e dogane; i treni sono impraticabili, perché i binari ucraini hanno un sistema di scartamento diverso da quelli europei.

Il grano russo viaggia più di prima

Il blocco dei cereali ucraini apre la porta a nuovi acquirenti di grano russo fuori dall’Europa. Lo scorso marzo, a guerra già iniziata, la Russia ha incrementato del 60% le esportazioni di grano secondo ProZerno, la «borsa» agricola russa: 1,7 milioni di tonnellate, contro l’1,1 milione di tonnellate del marzo 2021. Gli ultimi dati ufficiali disponibili, successivi all’inizio della guerra, riguardano la prima metà di aprile. Nonostante le sanzioni e nonostante la crescita del costo di trasporto, circa 900 mila tonnellate di grano sono state caricate nei porti russi, in linea con i dati di marzo (fonte AgFlow). I maggiori acquirenti rimangono la Turchia (602 mila tonnellate solo nelle prime due settimane di aprile) e l’Egitto (231): insieme coprono quasi il 50% del totale dell’export russo. Dal rapporto del «Russian grain Union», nell’ultima settimana di maggio verso l’Africa stanno andando maggiori quantitativi: l’Egitto ha importato un po’ di più (62.000 t), la Libia è tornata fra gli acquirenti (60.000 t) e in Nigeria spedite 40.000 tonnellate. Anche il prezzo di vendita ha avuto una leggera flessione: 399 dollari a tonnellata, la settimana prima il prezzo era di 410 dollari a tonnellata, circa il 3% in meno (Fonte FOB).

Il grano rubato a Kiev

Mosca si sta appropriando anche del grano ucraino: secondo Kiev tra le 400 e le 600 mila tonnellate sono state «rubate dai silos» e portate via mare dal porto di Sebastopoli prima in Egitto (che però ha rifiutato il carico) e poi in Siria. Un altro quantitativo da 1,4 milioni di tonnellate è stato tolto dal mercato ucraino per essere portato in Russia, via Rostov. I satelliti di Planet Labs hanno fotografato due navi russe (la Matros Pozynich e la Matros Koshka) nella zona di carico del porto di Mariupol, mentre imbarcavano il grano da un silos. Trenta camion con rimorchi sono stati visti sull’autostrada di Melitopol. SovEcon, istituto che monitora i transiti di grano sul Mar Nero, conferma che la Russia ha aumentato queste esportazioni soprattutto verso il Medio Oriente e l’Africa (Turchia, Egitto, Iran e Libia), rimpiazzando le esportazioni ucraine bloccate nei porti.

I prezzi e la geopolitica della fame

Qual è l’effetto reale sui prezzi? Questa è la domanda chiave per comprendere l’affermazione della Fao secondo cui, anche a causa della guerra, le persone nel mondo che rischiano di soffrire la fame saliranno a 440 milioni. L’impatto sui prezzi è innegabile: il grano tenero è salito del 4,8% dall’inizio della guerra, ma del 57% negli ultimi 12 mesi. Ad incidere sono soprattutto i costi di trasporto (aumentati già per effetto del Covid). In più quelli sul Mar Nero sono saliti dal 50 all’80% perché le navi che non battono bandiera russa non vogliono attraccare nei porti russi, sia per evitare noie internazionali, sia per la crescita dei costi assicurativi. Paesi come la Tunisia importavano il 50% del proprio fabbisogno di grano esclusivamente da Russia e Ucraina. Per il momento la Tunisia sostiene di avere scorte per tre mesi. Ma per evitare rivolte del cibo via Twitter, come accadde nelle Primavere arabe, i prodotti di base – dalla pasta alla semola – sono sovvenzionati e calmierati dal governo: il prezzo della baguette, da 10 anni, è bloccato a circa 6 centesimi di euro, indipendentemente dal costo delle materie prime. Anche l’Algeria, secondo consumatore africano dopo l’Egitto (10 milioni di tonnellate all’anno), ha imposto prezzi calmierati così come in Marocco. Si tratta di due Paesi che non importano grano tenero né dalla Russia, né dall’Ucraina, e pertanto non prevedono cali di materia prima (fonte: Ufficio algerino dei cereali). L’Egitto invece, per fronteggiare i rincari, ha dovuto indebitarsi per tre miliardi di dollari con l’Itfc, International Islamic Trade Finance Corporation, strumento di finanza islamica che sta in Arabia Saudita.

La leva dell’emigrazione

In tutto il Maghreb, i prezzi agricoli stavano già aumentando molto prima dell’invasione russa dell’Ucraina dice il ministro del Bilancio del Marocco, Fouzi Lekjaa, a causa di siccità, costi del carburante e carenza di concimi. Lo scenario drammatico in Africa non si è ancora verificato, ma presentarlo già come esploso rischia di innescare l’emigrazione di massa come è accaduto nel 2011.

Uno spostamento che si andrà ad aggiungere a quello ucraino e che l’Europa non sarà in grado di reggere. Lo scenario migliore per Putin, e forse parte della sua strategia: utilizzare la leva alimentare per destabilizzare. Ci aveva già provato ammassando migranti al confine con la Bielorussia. Gli era andata male. Di certo non ha nessuna pietà per quei 41 milioni di persone già sull’orlo della fame, che non contano niente perché non avendo i soldi per pagare lo scafista o il trafficante, non potranno mai spostarsi. A loro non manda nemmeno un chicco del suo raccolto. Sono le popolazioni dello Yemen, del Ciad, dell’Etiopia, dell’Afghanistan, del Bangladesh, assistite dal programma alimentare delle Nazioni Unite: il 45% del grano a loro destinato il World Food Program lo prendeva dall’Ucraina.

dataroom@corriere.it

33 replies

  1. “… una strategia «della fame» simile a quella che sta creando la Russia bloccando le navi ucraine.”
    E, dopo questa frase, non ha senso continuare a leggere. FNKL.
    Le mine nei porti chi le ha messe? Chi non le vuole togliere con la scusa di temere un attacco russo dal mare?
    Ma la colpa è SEMPRE dei russi, anche se da tempo LORO avevano chiesto corridoi verdi per il grano, nell’indifferenza degli ucraini, intenti solo ad accusarli anche delle condizioni atmosferiche e ad approfittare di qualsiasi problema per addossarglielo!
    Mi ricorda il metodo Raggi…molto più in grande.

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  2. “Di certo non ha nessuna pietà per quei 41 milioni di persone già sull’orlo della fame, che non contano niente perché non avendo i soldi per pagare lo scafista o il trafficante, non potranno mai spostarsi. A loro non manda nemmeno un chicco del suo raccolto. Sono le popolazioni dello Yemen, del Ciad, dell’Etiopia, dell’Afghanistan, del Bangladesh, assistite dal programma alimentare delle Nazioni Unite: il 45% del grano a loro destinato il World Food Program lo prendeva dall’Ucraina.”

    “Gli Stati Uniti e l’Ue stanno pensando di esportare 20 milioni di tonnellate di grano dall’Ucraina entro 2,5 mesi. In realtà, il grano viene trasportato nei magazzini in Europa. Vengono organizzate linee ferroviarie, stradali e fluviali per la consegna verso destinazioni in Germania, Polonia, Lituania, Romania e Bulgaria. Si scopre che Kiev pagherà le armi con il grano.”

    Sicuramente chi ha pietà manderà tutti i chicchi di grano trasportati nei magazzini europei a queste popolazioni già sull’orlo della fame.
    Speriamo che la Gabbanelli sia cosi buona informarci chi sono i primi destinatari di questo grano già trasportato in Europa.

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  3. Dimmi gioia: bloccare i fondi Afghani all’estero che intento aveva?

    E nello Yemen cos’è, una scaramuccia di cortile?

    Che miserabile fine hai fatto..

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  4. Eh, no, anche questa responsabilità a Putin proprio no.
    Sono decenni che va avanti il traffico, ben foraggiato da tutti i Governi. E per il quale ” i soldi’ che ormai non si trovano neppure per i pronto soccorso,non mancano mai. Mai nessuno che dica “Basta, non possiamo più permetterci di spendere così tanto in accoglienza, cure, medici, interpreti, mediatori, spostamenti, forze dell’ordine,minori da sistemare,…”. Mai un rendiconto, mai un dibattito pubblico su queste spese, mai una lamentela.

    Se mai una responsabilità Putin potrebbe avercela riguardo l’esodo degli Ucraini, ma ricordo benissimo che non era ancora stato sparato il primo colpo che già erano stati organizzati pullman e treni ad hoc. Insomma, in molti hanno colto la palla al balzo: senza documenti perché “Non c’è stato il tempo di prenderli” ma con i trolley pieni, trucco e parrucco e pupazzetti in mano…
    Il tutto solo per “bontà” ovviamente: non sarai mica razzista!
    Non piangiamo poi se la Meloni farà il pieno: comunque tranquilli, questi traffici fanno comodo anche ai “sovranisti” oltre ad essere organizzati e prescritti da più in alto, molto più in alto ( e non è il Paradiso…)

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  5. Quindi quelle 800 mln di persone che cronicamente, ogni anno da decenni, secondo i rapporti di più organismi indipendenti, sono denutrite, e nella migliore delle ipotesi malnutrite, non contano.
    Ne terrò conto. Perfetto

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  6. Se governi e missionari non boicottassero in ogni modo il controllo delle nascite e non stringessero accordi con multinazionali rapaci, non ci sarebbe alcun bisogno di ” migrare” : con le nuove tecniche colturali che ci sono e le immense risorse che si trovano in quei Paesi, una popolazione numericamente contenuta camperebbe benissimo.
    Ma fare emigrare le persone serve – oltre a contenerne il numero ( specie dei più “problematici” ) – ad attrarre soldi dall’estero mediante le rimesse dei lavoratori. Che guadagnano qui ma spendono là, con buona pace dei nostri consumi interni.
    Oltre a mantenersi a disposizione l’arma di immigrazione di massa da “usare” al momento opportuno.
    Tutti i Paesi hanno governi, spesso anche eletti. Rimanere e combattere per sostituirli con altri meno rapaci e disonesti, mai?
    Meglio andarsene e campare con le risorse di chi, a suo tempo, lo ha fatto?
    Quando poi leggo che arrivano giornalmente “carrette” piene di Tunisini…
    A va benissimo, evidentemente. Non lamentiamoci però poi… Già è troppo tardi ora

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    • https://www.fao.org/news/story/it/item/288348/icode/

      Carolina mi riferivo a questo. Si parla di 40 mln di nuovi denutriti come se i “vecchi” 800mln di denutriti/malnutriti cronici da anni ed anni per colpa della scelleratezza del genere umano non esistessero….
      Molti miei commenti sono amaramente ironico, mi rendo conto che sul web è difficile da capire

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  7. Lì al CDS vi scelgono con la memoria selettiva, adeguata per l’appunto a selezionare per benino i corpi umani che fanno comodo alla causa.
    Anche l’olfatto deve avere caratteristiche simili: tempo fa, un mammalucco, mentre deambulava, si è fermato di botto e con gli occhi strabuzzati ha messo in allerta tutti: lui sentiva un odore stantio di massoneria.

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  8. troppe inconguenze in questo resoconto…
    non ne ho proprio voglia di star lì a ribattere punto su punto
    uno per tutti
    non c’è solo l’Ucraina che produce ed esporta grano, ci sono altri paesi,
    che in questo momento lo tengono nei silos e magazzini per farlo aumentare
    lo son ben io che ogni tanto speculavo sui futures
    però è chiara una cosa del messaggio dell’articolo
    se il mondo è affamato
    è colpa della Russia di Putin

    PS.
    sempre più il Corriere della serva è illeggibile
    e ora concorre anche la Gabanelli
    che diavolo le è preso?
    magari è prigioniera in uno scantinato di Via Solferino
    e usano il suo nome

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    • Sai come saltano queste multinazionali vedendo che le terre passano sotto il controllo della Russia,

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  9. La firma Milena Gabanelli, è un “marchio” che non ho mai considerato ineccepibile, anzi. Così come il “marchio” Report, pure con Ranucci. Certo, il giornalismo d’inchiesta fatto da Report ( prima con la Gabanelli poi con Ranucci) è tutt’altra cosa rispetto al giornalismo d’accatto che ammorba la democrazia in Italia. Ma spesso ho visto parzialità e “taglio” discutibile anche nei servizi di Report. Poi non dimentichiamo che la Gabanelli ( altra cazzata del M5S, pur degli albori, immaginarla PdR) è funzionale a…Mentana. E basterebbe questo a far capire che il “marchio” è nudo. Come il Re…

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  10. … e Mentana è funzionale a Cairo, che vuole emulare Berlusconi.
    Tutto deriva da chi paga. E tutti questi li assolda e li paga Cairo. Non certo per fare loro – tutti in età da pensione ma il giornalismo non è usurante e i soldi non bastano mai – un favore.

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  11. Continua la campagna di distrazione di massa: prima era tutta colpa del COVID; ora c’è Putin responsabile di ogni male.
    Ma perché non vanno a sminare i porti ucraini questi signori così preoccupati per la fame nel mondo? Perché mandano armi invece di spendere per aiutare i popoli colpiti da carestia e siccità? Perché invece di speculare sui terreni agricoli non incentivano l’agricoltura sostenibile? Perché invece di buttare rifiuti tossici nel Corno d’Africa non attano politiche di riforestazione e non impiantano desalinizzanti? Perché invece di pagare i lagher libici e le milizie sulla rotta balcanica o i campi di prigionia in Grecia non liberano l’Africa dai loro denti aguzzi?
    La Gabanelli è posseduta…..

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    • USA/NATO (con l’aiuto del WEF) stanno spingendo per una carestia nel Sud del mondo?

      Da Michael Hudson e pubblicato con il permesso dell’autore
      Michael Hudson, professore emerito di economia all’Università del Missouri-Kansas City, nonché alfiere internazionale della Modern Money Theory.

      ….”La carestia mondiale e la crisi della bilancia dei pagamenti sono una politica deliberata degli USA/NATO?”
      Il 3 giugno, il presidente dell’Unione africana Macky Sall, presidente del Senegal, si è recato a Mosca per pianificare come evitare un’interruzione nel commercio di cibo e petrolio in Africa rifiutandosi di diventare pedine nelle sanzioni USA/NATO. Finora, nel 2022, il presidente Putin ha osservato: “Il nostro commercio sta crescendo. Nei primi mesi di quest’anno è cresciuto del 34 per cento”. [4] Ma il presidente del Senegal Sall si è preoccupato che: “Le sanzioni anti-russe hanno peggiorato questa situazione e ora non abbiamo accesso al grano dalla Russia, principalmente al grano. E, soprattutto, non abbiamo accesso ai fertilizzanti”.

      I diplomatici statunitensi stanno costringendo i paesi a scegliere se, nelle parole di George W. Bush, “sei per noi o contro di noi”. La cartina di tornasole è se sono disposti a costringere le loro popolazioni a morire di fame ea chiudere le loro economie per mancanza di cibo e petrolio interrompendo il commercio con il nucleo eurasiatico mondiale di Cina, Russia, India, Iran e i loro vicini.

      “Come paesi sovrani, poniamo la nostra sopravvivenza al di sopra dell’obiettivo di arricchire i creditori esteri che hanno concesso prestiti che sono andati male a causa della loro scelta di intraprendere una nuova Guerra Fredda. Per quanto riguarda i consigli neoliberisti distruttivi che ci hanno fornito il FMI e la Banca Mondiale, i loro piani di austerità sono stati distruttivi invece che utili. Pertanto, i loro prestiti sono andati male. In quanto tali, sono diventati odiosi”……………..

      Quello che la Gabanelli vigliaccamente nasconde è spiegato ampiamente da Michael Hudson
      https://thesaker.is/is-us-nato-with-wef-help-pushing-for-a-global-south-famine/

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  12. Sono SBALORDITO sulla storia del grano ucraino ” rubato” dai Russi. Possibile che gli Ucraini non sappiano che non si lascia mai, mai, per nessun motivo del materiale utile al nemico? Che si fanno saltare in aria i depositi di cibo, combustibile, armi etc. per non aiutare lo sforzo bellico dell’avversario che vuole la tua MORTE? C’è da riflettere.

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    • Ci sono molte “stranezze” in questa guerra…
      O almeno in come ce la raccontano. La verità non la sapremo mai: facciamo fatica a sapere cosa succede in casa nostra, nella nostra famiglia, figurarsi…
      E i giornalisti non esistono più, le 5 W ormai non sono rispettate neppure nella cronaca locale, in cui ad esempio scompaiono l’ etnia ed il nome dei “protagonisti”, (scrivono ad es. solo “un uomo”, “un ventottenne” , ” un residente a…”, ) se non sono caucasici ed Italiani da generazioni. In quel caso nome, cognome, famiglia, mestiere, residenza… sono già tutte nella prima frase.

      Solo propaganda ci vendono i media ormai. E riguardo ogni cosa, purtroppo…

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  13. Segnalo, altri che incolpano Putin:

    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2022/06/06/il-reportage-iran-in-crisi-economica-gli-ayatollah-provocano-la-rivolta-dei-maccheroni/6616658/

    Gli ayatollah provocano la “rivolta dei maccheroni”

    IRAN IN CRISI ECONOMICA – Nelle piccole città si muore di fame, il regime islamico reprime le proteste e la polizia spara sulla folla. Il presidente Raisi ha ridotto i sussidi sui generi alimentari di prima necessità: farina, uova, pasta sono un miraggio
    DI JEAN-PIERRE PERRIN
    6 GIUGNO 2022
    Comments
    Nelle piccole città dell’Iran la gente muore di fame. Solo a Teheran, e in altre grandi città, la popolazione riesce ancora a far fronte al carovita, magari moltiplicando i lavoretti. Da settimane, invece, le regioni del sud-ovest e del centro, dove le persone non ce la fanno più, sono scosse da scioperi e rivolte, anche violente, che vengono sistematicamente represse dal regime islamico. La polizia non esita a sparare sui manifestanti. La contestazione è partita dal Khuzestan (sud-ovest), una ricca regione petrolifera, ma dove la crisi economica, già preoccupante, è aggravata da altri fattori, ambientali – inquinamento e siccità – e strutturali – sottosviluppo, politiche di segregazione contro i sunniti, mancata redistribuzione degli introiti del petrolio tra la popolazione locale.

    I disordini si sono poi diffusi in almeno altre diciannove città e numerosi villaggi di una decina di province dell’Iran, che ne conta trentuno in tutto, secondo l’agenzia d’informazione degli attivisti per i diritti umani HRANA, un organismo indipendente. Alcune persone, almeno sei, sono state uccise e più di 1.600 sono stati gli arresti, secondo informazioni recenti pubblicate sui social network, alcune riprese dall’Ong Human Rights Watch. All’origine della rivolta ci sono le misure di austerità annunciate il 3 maggio scorso dal governo del presidente Ebrahim Raisi. In un contesto già segnato da una forte inflazione, intorno al 40%, il capo dello Stato ha ridotto i sussidi accordati alla popolazione su alcuni generi alimentari di prima necessità, provocando un’esplosione dei prezzi della farina, dell’olio, delle uova, del pollo e della pasta, che sono raddoppiati o in alcuni casi triplicati. Di qui il nome di “rivolta dei maccheroni”. Teheran, facendo attenzione a non criticare l’alleato russo, ha giustificato queste misure invocando la crisi mondiale causata dall’invasione russa in Ucraina, dal momento che la Russia e l’Ucraina sono tra i principali fornitori di grano e di olio alimentare dell’Iran. Con i negoziati di Vienna sul nucleare iraniano ancora aperti, l’economia iraniana continua inoltre a essere soffocata dalle sanzioni internazionali decise dall’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che vietano l’esportazione di petrolio e gas. “A scendere nelle piazze, visti i rischi che si corrono, sono le persone che non hanno niente e che di conseguenza non hanno neanche niente da perdere – osserva la sociologa franco-iraniana Azadeh Kian, direttrice del Centro di insegnamento, documentazione e ricerca sugli studi femministi dell’Università Paris-Diderot -. Attualmente, il 43%-45% degli iraniani vive al di sotto della soglia di povertà e il 10% non ha niente da mangiare. Queste manifestazioni sono spontanee. Non si tratta di un vero e proprio movimento sociale. Non ci sono né un’organizzazione né leader. La repressione impedisce del resto una qualsiasi forma di organizzazione e questo spiega perché non sono state formulate specifiche rivendicazioni politiche”. Gli slogan presenti nelle manifestazioni però sono politici e prendono di mira in particolare la guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, e il clero, accusato di monopolizzare le ricchezze del Paese. Alcuni di questi slogan mostrano non solo un violento sentimento antireligioso, ma anche una profonda nostalgia dell’impero, facendo riferimento a Reza Shah (il padre di Mohammed Reza, ultimo scià di Persia, rovesciato dalla Rivoluzione islamica del 1979), che aveva in progetto la modernizzazione e la laicizzazione dell’Iran.

    “È una contestazione latente che il regime non può fermare, ma fintanto che non prende una dimensione politica, il regime non si sente minacciato – spiega Clément Therme, ricercatore all’Istituto internazionale di studi iraniani, che ha diretto il volume collettivo “L’Iran e i suoi rivali” (edizioni Passés / Composés, 2020) -. Le fonti di malcontento sono molteplici e il rischio per il regime è che le diverse proteste finiscano ad un certo punto col convergere. Il timore è innanzi tutto che la classe media scenda a sua volta nelle strade. Quel che è certo è che le persone non credono più nel cambiamento attraverso l’alternanza dei partiti che appartengono al sistema”. Oltre a queste manifestazioni, continua in Iran anche lo sciopero degli insegnanti e dei conducenti di autobus, iniziato settimane fa, ma che comincia un po’ alla volta a scemare. Anche questi scioperi hanno scatenato un’intensa repressione da parte delle forze dell’ordine, con l’arresto sistematico, a fine aprile, di decine di sindacalisti del Consiglio di coordinamento dell’associazione degli insegnanti, alcuni dei quali sono ancora in prigione, tra cui il portavoce del movimento, Mohammad Habibi. Sono stati arrestati centinaia di insegnanti, ricercatori, attivisti per i diritti umani e artisti, tra cui i documentaristi Firouzeh Khosravani e Mina Keshavarz, rilasciati su cauzione il 17 maggio scorso, dopo aver passato otto giorni in carcere. Il 7 maggio la televisione di Stato ha annunciato anche l’arresto, sempre nell’ambito di questo movimento, di due francesi, la professoressa Cécile Kohler, 37 anni, e il suo compagno, Jacques Paris, 69 anni, accusati di voler “fomentare una manifestazione finalizzata a creare disordini pubblici”. L’11 maggio, il ministero dell’Intelligence iraniano ha anche affermato che i due stavano cercando di “destabilizzare” il Paese. Sale così a quattro il numero di francesi detenuti nelle carceri iraniane. Gli altri sono: la ricercatrice franco-iraniana Fariba Adelkhah, da tre anni, e il turista Benjamin Brière, da quasi due anni. “Quando sono gli ultras a prendere il potere, le crisi di politica estera sono più frequenti – osserva ancora Clément Therme -. È tipico del complesso obsidionale della Repubblica islamica. Bisogna fabbricare delle crisi estere per alimentarle dall’interno e esercitare una repressione ancora maggiore contro ogni forma di opposizione. Ogni crisi è utilizzata per terrorizzare la popolazione e per creare un capro espiatorio che permetta di sviare l’attenzione dai problemi interni. Per il regime si tratta di instaurare un clima di paura, che si può riassumere in una breve formula: o il caos o lo status quo. A mano a mano che la sua base si restringe, il regime si inasprisce sempre di più – continua Therme – , portando ad una fase di purificazione ideologica, come fu sotto la presidenza di Mahmoud Ahmadinejad, dal 2005 al 2013. L’apparato di sicurezza del regime prende il controllo delle istituzioni legittimamente elette, generando un’escalation ideologica”.

    La sociologa Azadeh Kian parla persino di “talebanizzazione del regime” iraniano, che ha trasformato la Repubblica islamica in un regime islamico: “Questo regime sta minando anche le ultime libertà individuali. Le principali vittime sono le donne, che sempre più spesso vengono violentemente aggredite in strada se non indossano correttamente l’hijab. Si è affermata una politica apertamente natalista. Si incoraggiano i matrimoni precoci. Nei parchi le donne e i loro bambini vengono separati dagli uomini. La vittoria dei talebani in Afghanistan ha avuto un effetto sul regime iraniano – sottolinea Azadeh Kian -. Il loro pensiero ha avuto un impatto sui dirigenti iraniani. Ormai molti ayatollah della città di Qom sostengono politiche che rimettono le donne al centro della vita domestica, e questo anche se in Iran solo l’11% delle donne attualmente lavora”. Paradossalmente, l’onnipotente e onnipresente apparato di sicurezza del regime sta mostrando le sue falle: il 22 maggio scorso, il colonnello Sayyad Khodai della forza Al-Quds, un’unità d’élite dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, i Pasdaran, incaricata di intervenire all’estero, è stato ucciso, colpito a morte da cinque proiettili sparati da due uomini in moto, mentre rientrava in automobile a casa sua, a Teheran. È la prima volta che un alto ufficiale, che ha prestato servizio in Siria, dove avrebbe diretto il trasferimento delle tecnologie missilistiche agli Hezbollah libanesi, viene assassinato in Iran.

    (Traduzione di Luana De Micco)

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  14. E meno male che è dataroom. Perché l’unico dato interessante, cioè quante sono queste tonnellate di grano da esportare non ce l’ha dato.

    E soprattutto sarebbe interessante sapere perché non sono state esportate prima del febbraio 2022 visto che gli amici americani lo sapevano da mesi che Putin stava per attaccare.

    Ma loro niente, si sono tenuti le montagne di grano nei silos.

    Geni!

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  15. Visto che non si può piangere ridiamo, e poi si dice che non abbiamo padroni,

    Via libera dagli Stati Uniti: Eni e Repsol potranno ricominciare a esportare in Europa petrolio venezuelano

    Che poi andrà negli Usa perché sono nella merda,
    Le loro raffinerie hanno bisogno del petrolio venezuelano

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  16. A PARTE tutto quello che si può dire di questo articolo che è al pari della Guerciona contro i putinisti, ma precisamente… come è possibile che l’Africa che è oltretutto ancora abbastanza poco popolata (come l’India ma 10 volte più grande) abbia così bisogno di importare grano? No, mica dico caviale, ma GRANO, quindi il minimo indispensabile per vivere.

    Vabbé che quest’anno arriviamo a 8 mld di umani, ma sarà un pò troppo assurdo anche per questo mondo distopico, che l’Egitto si ritrovi alimentarmente dipendente dall’estero quando fin dall’antichità era uno dei principali produttori di grano, e così è stato fino all’arrivo della mostruosa diga di Assuan?

    Un mondo come questo è facilmente sabotabile da una singola guerra. E non parliamo di tecnologie elevatissime che solo pochi hanno ancora in uso, tipo i semiconduttori, ma di campi di cereali!

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