In un post su Facebook il sottoscritto rilevava che una foto pubblicata da La Stampa un paio di settimane fa e spacciata nella sostanza come opera dei russi era invece l’immagine (tra l’altro pubblicata senza autorizzazione dell’autore) […]

(DI ANGELO D’ORSI – Il Fatto Quotidiano) – In un post su Facebook il sottoscritto rilevava che una foto pubblicata da La Stampa un paio di settimane fa e spacciata nella sostanza come opera dei russi era invece l’immagine (tra l’altro pubblicata senza autorizzazione dell’autore) di una strage appena compiuta da ucraini in Donbass. Il Fatto ne diede puntuale resoconto. Scrissi al direttore Massimo Giannini per deprecare l’“errore” (per niente casuale) e lui spiegò in tv che non gli interessa chi compia “la carneficina” (il titolo a tutta prima pagina della Stampa), ma mostrare “gli orrori della guerra”. E twittò insultando “pseudo storici, sedicenti giornalisti e miserabili lacchè di Santa Madre Russia”, con evidente riferimento al sottoscritto.

Giovedì vado a Piazzapulita di Corrado Formigli, il quale (dopo mezzanotte) mi dà la parola: dopo la prima mezza frase vengo interrotto da un gentiluomo a me ignoto, tale Stefano Cappellini (scopro poi essere addirittura “Capo della Redazione Politica de la Repubblica”). Per un’ora Cappellini non fa che interrompere, comportandosi come uno di quegli “spezzatori di comizi” che affiancavano gli “spezzatori di scioperi” nelle lotte proletarie, secondo la bella definizione di Antonio Gramsci, autore certo poco noto e per nulla praticato da Cappellini. Il quale peraltro non riesce ad argomentare alcun concetto, al di là delle interruzioni a mio danno.

Il giorno dopo il suddetto lancia dei tweet in cui mi inserisce nella categoria dei “rossobruni” (a me finora ignota: in tv mi aveva inserito fra i “terrapiattisti”) e sabato ci fa addirittura un articolo su Repubblica con tanto di mia foto. Sbatti il mostro in prima pagina. Cappellini non è tenuto a sapere che mi sono laureato con Norberto Bobbio con una tesi su “La filosofia della pace”; sono stato allievo e collaboratore di Aldo Capitini, il grande teorico della nonviolenza; e ho sempre scritto saggi, articoli e libri non solo “sulla” guerra, ma “contro” la guerra. Oggi prendiamo atto che Stampubblica (anche più del Corriere) è espressione paradigmatica del pensiero unico e del “maccartismo 2.0”. Se provi a fare analisi, che non possono che essere complesse data la complessità della situazione in cui la guerra si colloca, ti si costringe a premettere che sei contro Putin: tutto il resto, come l’informazione (l’ha testualmente dichiarato il Cappellini da Formigli), non conta. E invece conta. Per fortuna ci sono ancora zone di resistenza del pensiero libero, come il FattoAvvenire e il manifesto, che non hanno certo una linea politica da portare avanti, ma solo lo sforzo di informare a 360 gradi. E, con buona pace dei Cappellini (ma anche dei Rampini e Gramellini…), l’informazione è decisiva, oggi come in tutti i contesti di guerra. Come scrisse il compianto Danilo Zolo, in questi conflitti post-1989, l’informazione non è più neppure “strumento di guerra”: è essa stessa guerra. E perdipiù una guerra ad armi ìmpari. Ma una guerra a cui siamo chiamati, anche se partiamo svantaggiati. La mia opinione è che il popolo italiano sia meno stolto di quanto costoro lo considerino. E, a dispetto delle etichette che incollano al sottoscritto o ad altri (Luciano Canfora, Franco Cardini, Tomaso Montanari, Alessandro Orsini e via seguitando…), insisterò nel mio sforzo di analizzare e argomentare. La storica francese Annie Lacroix-Rix ha scritto pochi giorni fa: “Questa guerra, per quanto deplorevole, è stata annunciata molto tempo fa, e le voci ragionevoli di militari, diplomatici e accademici in Occidente, che non hanno accesso a nessun grande organo di ‘informazione’ privato o statale, sono categoriche sulle responsabilità esclusive e di lunga data degli Stati Uniti nello scoppio del conflitto che hanno reso inevitabile”. Si può dissentire, certo. Ma se i fatti storici sono determinati sempre da tre fattori, il conflitto in Ucraina – che non è la guerra dell’Ucraina, ma tra la Russia e la Nato, e della sorte della popolazione ucraina non importa un accidenti a nessuno – lo conferma: i fattori sono gli individui (la decisione, che condanno, di Putin di attaccare), il contesto (il golpe di Euromaidan, la presenza di forze neonazi in Ucraina, i 15 mila morti in Donbass provocati dagli ucraini tra la popolazione russofona e russofila) e il caso (fin qui non determinante, ma sempre importante). La combinazione dei tre ha condotto alla guerra. E mandare armi, o pensare di inviare soldati, e aderire alla logica delle sanzioni di cui l’Europa (e l’Italia in primis) subirà le conseguenze, sono scelte scellerate. Dobbiamo dirlo. A dispetto dei “lacchè” non di “Santa Madre Russia”, ma piuttosto dei padroni dei media, tra l’altro coinvolti nei giganteschi affari dell’economia di guerra, ossia produzione di armi, mezzi militari, proiettili. Sarà un caso?