(Giuseppe Di Maio) – La ragione per cui sono contro la guerra, è che una volta in guerra la gente smette di dire fesserie e comincia a farle. Non per questo dovete credere che sia un pacifista a tutti i costi, anzi. Penso che uno con un atteggiamento costantemente mansueto possa eccitare qualche vicino malintenzionato. Perciò, a costo di una feroce contraddizione, mi viene di far mostra di una speciale bellicosità. Dichiaro che una guerra giusta c’è, ed è quella che accorcia brutalmente la struttura sociale, bilancia la distribuzione della ricchezza, uniforma il mercato del lavoro, pareggia l’esercizio della cittadinanza. Subito scorgo, e non lontana, una folla agitata che si sente defraudata dei suoi sforzi, delle sue virtù, e si ribella per una società umana equiparata ad un formicaio. Per dinci: ho trovato già il nemico, pronto e senza sforzo. Malgrado ciò, non vi angustiate. Se fossimo formiche la penseremmo tutti allo stesso modo, e questo per gli uomini è impossibile. Siamo diversi alla nascita, diversi per sostanze familiari, per educazione, per collocazione nel lavoro; la pensiamo diversamente nell’arco della vita, e pure nell’arco della giornata. Insomma, quando diciamo qualcosa non ci si può mai fidare: il “forse”, il “mi sembra”, sono quanto di meglio e più onesto possiamo cacciare di bocca. Ma seppure non siamo uguali, possiamo soffrire allo stesso modo.

Da qui in poi sono tentato di invitare chiunque di voi a continuare da solo. Tuttavia, in tempi di guerra, di questa guerra, mi viene di fare prima un paio di domande… Sono più morali la dacia e lo yacht di Putin e dei suoi oligarchi, o le proprietà di Biden e del figlio? Sono più oneste le ragazze di El’cin e Lavrov, o la numerosa prole della von der Leyen? E’ più sobria la vita di Bezos, Musk e Arnault, o quella di Mikhelson, Fridman e Abramovich? E per finire, è più proba l’esistenza di Alina Kabaeva, o quella di Marta Fascina? Quando avrete risolto questi dilemmi state già procedendo da soli.

Qualcuno ha parlato persino di scontro di civiltà, esticazzi! Negli anni ’60 si poteva anche parlare di conflitto tra due stili di vita, tra due modi di intendere la cittadinanza, tra due obiettivi sociali opposti; ma oggi, dopo le cene a villa Certosa, i pranzi nella dacia ghiacciata, il regalo di lettoni e i copripiumini, che cosa vuoi più contrapporre. Certo, le nostre democrazie esprimono una captazione del consenso che indurrebbe a pensare a una formulazione collettiva della volontà generale, ma è solo un’illusione. La gabbia russa equivale alla nostra. Eppure, malgrado abbia avuto a che fare da poco col vicino di casa, mi sorge pressante la domanda: chi è più ignorante, un residente di Ekaterinburg o uno di Vienna, uno di Volgograd o di Barcellona? Mah, bisognerà vedere il fotofinish.

Quanto sta accadendo non è complesso per qualche strana ragione, ma è piuttosto confuso ad arte, perché le pedine le muove il padrone e le imbroglia come vuole. L’obiettivo della guerra è principalmente il dominio sui propri soldati. I dentisti di Kiev, i cosacchi dell’Azov, le armi occidentali, si stanno scontrando con ragazzi di leva, i Ceceni di Groznyj, gli Hezbollah, e Allahu Akbar! E allora vorrei sapere se tutto ciò giova più ai russi o agli ucraini. Se questo sangue rafforzerà più le garanzie democratiche e civili degli uni o degli altri. E se nuocesse ad entrambi? E a noi, quanto nuoce?