Stavolta l’avvocato non vuole tornare indietro. Giuseppe Conte “è pronto ad arrivare fino in fondo”, giurano i suoi. A portare avanti come una bandiera identitaria quel no all’aumento delle spese militari […]

(DI LUCA DE CAROLIS E GIACOMO SALVINI – Il Fatto Quotidiano) – Stavolta l’avvocato non vuole tornare indietro. Giuseppe Conte “è pronto ad arrivare fino in fondo”, giurano i suoi. A portare avanti come una bandiera identitaria quel no all’aumento delle spese militari, “una scelta per noi inaccettabile” come scandisce in collegamento con il congresso dell’Anpi a Riccione. Un muro in faccia a Mario Draghi, che da Bruxelles replica secco: “Ho ribadito l’impegno nei confronti della Nato, abbiamo questo impegno storico e continueremo a osservarlo”. Ma anche uno schiaffo agli adesso preoccupati alleati del Pd e pure a un pezzo del M5S, partendo dal ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Così ora l’incidente su cui può inciampare un governo, o almeno fare una figuraccia, si annida in un pugno di righe. Un ordine del giorno di Isabella Rauti (Fratelli d’Italia) al decreto per l’invio delle armi in Ucraina, depositato ieri in Senato, che invita “a dare seguito all’ordine del giorno approvato alla Camera il 16 marzo e alle dichiarazioni del presidente del Consiglio sulla necessità di incrementare per la Difesa raggiungendo l’obiettivo del 2 per cento del Pil”. Il contropiede facile alla maggioranza che non ha presentato odg sul tema, proprio per evitare di spaccarsi in Aula la prossima settimana. Ma la mozione meloniana già divide i fu gialloverdi. Con la Lega, quella che presentò il testo a Montecitorio, spaccata e confusa dalle giravolte sulle armi di Matteo Salvini, ma per ora orientata a votare assieme ai presunti alleati di FdI. “Ci hanno messo nel sacco – commenta un dirigente salviniano – ora non potremo votare contro, ci prenderebbero per matti…”. Mentre dal M5S non può che filtrare un no, netto: con chissà quali ricaschi.

D’altronde stava per muoversi già ieri il Movimento, con un suo odg. Era pronto, il testo che descriveva il caro bollette e altri temi come priorità rispetto all’aumento degli investimenti militari. Ieri mattina la bozza è stata inviata a Conte, concorde sul contenuto. Poi però il Movimento si è fermato un attimo prima di calare l’ordigno. “La nostra linea è già chiara, niente odg” stabilisce una conference call dei senatori convocata appositamente. E a occhio hanno pesato anche le tante telefonate piovute dal Pd, in ansia per l’intervista a La Stampa in cui Conte è arrivato a dirlo così: “Su un incremento delle spese militari non potremmo che votare contro. Cadrebbe il governo? Ognuno farà le sue scelte”. L’avvocato la sua l’ha fatta, guardando con i suoi anche certi sondaggi. Ha deciso di insistere su un tema da dentro o fuori, per recuperare la base del M5S. “O per cercare la scusa per il voto anticipato” sibilano voci dimaiane (e non). Perché il sospetto si diffonde anche tra i dem. “In un momento così delicato non si può mettere in difficoltà un governo sulle spese militari” avverte la capogruppo dem Debora Serracchiani a Mattino 24. A stretto giro le risponde Michele Gubitosa, uno dei cinque vicepresidenti del M5S: “Dico alla collega di non mettere in difficoltà il Paese sulle spese militari, il governo investa su caro bollette e caro benzina”.

È la conferma del Conte muscolare, anche con il Pd. Appoggiato da Alessandro Di Battista su AdnKronos: “A Conte dico di andare avanti, su queste battaglie avrà sempre il mio sostegno”. Nel pomeriggio proprio l’avvocato è nettissimo, ancora, nel collegamento con l’Anpi: “L’Italia non sarebbe all’altezza della Costituzione se oggi invece di intervenire con fondi per famiglie e imprese scegliessimo la strada di investimenti massicci sulle spese militari”. Così il segretario dem Enrico Letta, a Riccione in carne e ossa, prova a tamponare: “Non credo ci saranno problemi su questi temi, parlando e discutendo troveremo le soluzioni”.

Ma che la maggioranza rischi grosso la prossima settimana a Palazzo Madama lo conferma il voto di ieri mattina a Montecitorio su un ordine del giorno degli ex 5S di Alternativa al decreto Sostegni ter. Nel testo si chiedeva al governo di spostare i 13 miliardi in più per le spese militari sulla “riqualificazione energetica delle case degli italiani”. L’odg è stato bocciato ma la maggioranza si è spaccata, con i 5Stelle che si sono astenuti. Mentre nella Lega c’erano molti banchi vuoti, un antipasto di quello che accadrà in Senato per il decreto sulle armi.

Uno scenario che preoccupa l’ala governista del Carroccio. Tanto che in queste ore diversi dirigenti hanno ricevuto le telefonate preoccupate del ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, con ottimi rapporti a Washington, che li ha invitati a non eccedere.