Svolta Di Maio: “Col Pd casa comune”

NAPOLI – Dire è il tempo della semina, per Giuseppe Conte, significa ammettere di avere perso. Dire: “Le proiezioni confermano l’enorme potenzialità del nuovo corso e la prospettiva politica seria di lavorare assieme alle forze progressiste”, quando ancora i dati non sono consolidati – come ha fatto nel pomeriggio in diretta con il Tg1 – significa aver raccolto l’unica lezione che era possibile raccogliere da questo voto. Non basta inventarsi fantomatici patti per Milano per intercettare il voto moderato del Nord. Non serve continuare a pretendere di essere terzi fra destra e sinistra, quando è solo uno il campo in cui il Movimento salva la pelle: ed è quello che lo vede alleato al Pd, a Leu, nell’unica città in cui ha una classe dirigente: Napoli. “Ho fatto bene a sotterrare l’ascia di guerra”, scherza Luigi Di Maio ricordando un’antica intervista a Repubblica (era il 2018, il M5S aveva appena vinto le politiche, ma dopo il tentativo col Pd non esitò ad allearsi con la Lega). Va oltre, il ministro degli Esteri: “Questo non è solo un laboratorio. È una casa comune. Un percorso che era iniziato già in Campania l’anno scorso”. È stato uno di quelli che ci hanno lavorato di più, l’ex capo politico M5S. Su queste alleanze, si è rotta la sua intesa con Davide Casaleggio e Alessandro Di Battista. Da qui riparte anche lui. “Sul nazionale però decide Roma”.

È Gaetano Manfredi, nell’albergo dalle cui finestre scorge ancora il suo studio da rettore all’Università, a fare un’analisi del laboratorio Napoli lontana dai luoghi comuni: “Non c’entra nulla il reddito di cittadinanza. Qui c’è una classe dirigente del Movimento riconosciuta dalla città: Fico, Di Maio… Roberto è molto radicato, ci sono Valeria Ciarambino, Gilda Sportiello. Da qui si può costruire qualcosa di interessante, una nuova visione del Mezzogiorno”.

Il tempo della “bestia” pare finito. L’unione delle forze progressiste ha pagato contro gli scontri interni e le faide del centrodestra. E per i 5 stelle è finito il tempo del blog, dei post con parole violente, del Movimento pre-Conte che per un po’ aveva dominato la scena, ma che oggi scompare con la sconfitta di Virginia Raggi a Roma. L’ultima ortodossa, la guerriera che piace ad Alessandro Di Battista, talmente attenta a non perdere i voti delle origini da non aver voluto appoggiare la necessità della vaccinazione per il Covid (indimenticabile a In Onda: “Deve decidere un medico, non è un tema politico”). E con la sconfitta annunciata, ma comunque bruciante, di Valentina Sganga a Torino, che non raggiunge la doppia cifra in una città che i 5 stelle hanno governato. Il vicecapogruppo alla Camera Riccardo Ricciardi guarda le proiezioni un po’ sconfortato: nemmeno il 4% a Bologna è pochissimo, a Milano l’ex Gianluigi Paragone rischia di superare la candidata M5S. Ma è la strada nuova, quella che conta. Anche se all’hotel Ramada, a due passi dal Terminus, dove i 5S hanno messo su in fretta e furia il loro comitato, i deputati presenti restano incollati agli schermi a contare i voti nelle “municipalità”, come si dice qui: la loro ambizione, quasi una certezza fino a pochi giorni fa, era essere il primo partito. “Guarda Secondigliano, Secondigliano è il nostro Ohio: primi!”. Non basta. La lista del Pd resterà sopra

Quando la delegazione M5S arriva all’hotel Terminus, dagli alleati finora tenuti lontani, il vicesegretario dem Peppe Provenzano mostra a Roberto Fico i risultati. “Vabbè, di poco”, è il commento. Non è il momento delle rivalità. È – invece – il tempo degli abbracci. Quello con Manfredi, che accoglie Fico e Di Maio al loro ingresso. Quello con il giovane segretario dem Marco Sarracino. Quello, perfino, con il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, che si ferma amabilmente ad analizzare quanto successo con i due dirigenti M5S che aveva definito “il chierichetto” e “il moscio”. Poco dopo, arriva Giuseppe Conte. Si precipita in macchina da Roma per essere nella città del successo dopo aver atteso invano in quella del fallimento. Si fionda dentro alla diretta di La 7 per un abbraccio con Manfredi a favore di telecamere. Tutti, qui, pensano ormai che il modello Napoli non possa che essere seguito anche alle politiche. Perché non è stato solo un argine alla destra, l’ha annientata. “Il 60 per cento con due sfidanti a sinistra significa che senza facevamo l’80”. È l’entusiasmo di chi quasi non ci crede. Ma è anche matematica e perfino Di Maio e i suoi fedelissimi – fino a poco tempo fa i più restii a sposare il campo progressista – sono ormai convinti che è solo così, che si vince. Degli insuccessi, nessuno vuole parlare. Non sulla scena, almeno. Nel retropalco, però, il calcolo delle conseguenze è appena cominciato.

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