(Giuseppe Di Maio) – Chi ha curato per molto tempo sfogatoi pubblici come le rubriche di posta dei lettori, ad es. quelle di Corrado Augias o Barbara Palombelli su “La Repubblica”, è portato istintivamente a prendere in considerazione tutte le opinioni. Se poi per riempire con qualche contenuto una trasmissione di basso profilo come Forum, una come Palombelli ha avuto la malaccortezza di ritenere ancora discutibile un fatto già valutato all’unanimità come inammissibile, di sicuro si espone senza appello al pubblico ludibrio. E allora persino la Lucarelli, la più onesta tra le commentatrici de “Il Fatto Quotidiano”, si è unita al linciaggio che imperversa su tutti i giornali e su tutte le reti. La Servaggiona nazionale, ponderata e sagace per altri argomenti, ha sparato a zero sulla frase detta a Forum “Questi uomini erano completamente fuori di testa o c’è stato un comportamento anche esasperante o aggressivo dall’altra parte?

”Io sto ancora cercando tra le accusatrici della Palombelli una che abbia detto qualcosa in merito agli assassinî, giacché tutte hanno solo declinato diversamente i verbi trasecolare e allibire. Vabbè, ma dopo lo sconcerto qualcosa bisogna pur dire. A me ad esempio quella frase non pare dell’altro mondo, a me pare solo fuori luogo. La pietà per le recenti uccisioni avrebbe dovuto imporre il silenzio, non il processo ai fatti. Ecco il rispetto. Invece all’egemonia cui siamo sottoposti, cioè quella femminista, basta l’accusa di femminicidio (parola coniata appunto per cancellare ogni possibilità di uguaglianza di genere). Basta neutralizzare con questa parola ogni opportunità di discutere dei rapporti tra donna e uomo, relegando l’esplosività della contraddizione alla sola sfera privata.

Io sono convinto che le uccisioni di donne (tra cui c’è qualche raro caso in cui è veramente determinante l’ideologia di una società a conduzione maschile) sono compiute da persone non in perfetto stato mentale. Sono motivi psichiatrici quelli che scatenano il delitto, azioni la cui assurdità la percepisce anche l’assassino, poiché spesso dopo il crimine si toglie la vita. Però a questi vanno aggiunti i motivi sociali, economici e sentimentali. Voler dimenticare che tutto questo esiste, voler per forza bollare come limpido “femminicidio” (cioè repressione delle qualità, delle speranze, dei diritti di una donna, fino all’uccisione del femminino,) è un’operazione politica, e pure alquanto disonesta. Io ho coscienza di una società imperniata sull’interesse privato, un interesse e una dimensione che ogni donna rappresenta egregiamente, quanto e meglio di ogni uomo. Ho coscienza dello sbilanciamento oppressivo del diritto di famiglia, e della fine della gratuità del legame naturale e tradizionale.

Però, se un uomo non dovesse concedere la precedenza a una donna a un ingresso, a uno sportello, in un dibattito, sarebbe un cafone; se non tollera una donna impiantata su marciapiedi, scale, pianerottoli, soglie, sarebbe un aggressivo; se volesse discutere del suo comportamento privato o sociale, sarebbe misogino. Pare proprio che uno stuolo di pappagalli vogliano impedirci di trattare criticamente l’argomento “donne”, vogliano impedirci di trattarlo come un elemento della lotta di classe. Sicché, anche se dicessimo: “Voi donne siete più…” sono pronti a farci subire la stessa reazione di una Fiorenza Marchegiani contro Massimo Troisi nell’indimenticabile “Ricomincio da tre”. “Calma, però — rispose Massimo — E allora se dicevo voi donne siete meno… che facevi, mi mangiavi?”