(di  Massimo Gramellini – corriere.it) – Scrivere un post grondante indignazione per il narcisismo patologico di Cristiano Ronaldo — l’egolatra senza fissa dimora a cui manca solo di scattarsi un selfie mentre segna — e subito dopo dare una scrollata al telefono per vedere se i «follower» sono in aumento. Deprecare il bisogno compulsivo di popolarità dei dodicenni che si sdraiano agli incroci per farsi riprendere dagli amichetti (l’ultimo caso ieri a Terni) e intanto ritoccare una foto di Instagram per sembrare più magri e abbronzati.

CR7 e i piccoli kamikaze d’asfalto sono i due poli dello stesso mappamondo, ma si tratta di un mappamondo che non ci è estraneo. Noi (io per primo) abitiamo la terra di mezzo, meno famosi di Ronaldo e meno scriteriati dei ragazzini, ma posseduti dalla stessa missione: essere riconosciuti e seguiti dal maggior numero possibile di persone a noi sconosciute.

La qualità delle relazioni conta zero. Conta il numero. Non ci si mette in posa per fare colpo su qualcuno in particolare, ma per accrescere la lista dei contatti. Una sorta di Auditel esistenziale, per cui sei valutato, amato, odiato, e in certi mestieri addirittura pagato, in base alla quantità dei «like» e dei «follower».

Quasi più nessuno va in un posto per vederlo: ci va per farsi vedere dagli altri in quel posto. Poi magari torna a casa e fa la morale ai ragazzini di Terni, senza essere minimamente attraversato dal sospetto di averli ispirati.