(Giuseppe Di Maio) – Prima di tutto bisogna spiegare come mai i contributi pensionistici sono diseguali a seconda del lavoro svolto. Già, come se non bastasse la disuguaglianza generata dai salari differenti durante la vita attiva. Poi bisogna spiegare perché la spesa pensionistica è tra le più alte al mondo a fronte di trattamenti troppo spesso da fame. Il sistema previdenziale italiano è l’emblema dell’ingiustizia nazionale, la prova che tutta la popolazione, comunque la pensi, è in ostaggio della sua classe dirigente, dei vincitori della lotta di classe.

L’epoca delle riforme a cavallo degli anni ’60 e ’70 durò poco. La pensione sociale istituita nel ’69 si accompagnò all’ingresso del sistema retributivo che premiava i salari più alti calcolando la media salariale degli ultimi anni di lavoro. Naturalmente, in un’Italia dove si produceva ricchezza al ritmo di 3/4% di PIL annui, il sistema retributivo sebbene iniquo era ancora sostenibile. Ma, con l’inversione economica degli anni ’70 si tentò di aggiustare il tiro delle riforme previdenziali, e alla giungla retributiva si aggiunse la giungla dei trattamenti pensionistici.

Un accenno di giustizia fu l’ingresso del sistema di calcolo contributivo della riforma Dini, che temperò anche l’uso delle pensioni di reversibilità. Da lì in poi si cominciò a pensare alla previdenza complementare. La riforma Fornero estese il calcolo contributivo a tutti. Questo rapidissimo excursus sul sistema previdenziale ci racconta come il nostro paese sia preda delle fandonie dei politici. Tuttora chi ha meno di 20 anni di contributi li perde, finanziando teoricamente quella miseria di pensione sociale a cui sono destinati tanti cittadini. Chi ha da 20 anni in su di contributi deve aspettare almeno 67 anni per avere una pensione minima vergogna di tutto il sistema di previdenza. Ma come si arriva a quell’età non è più affare del welfare italiano.

Quanti di quelli che raggiungono la pensione di anzianità riescono effettivamente a percepirla? Quanti hanno un’aspettativa di vita di solo qualche anno una volta ottenuta? Le super-pensioni, invece (sudate poco e ottenute presto), hanno un’erogazione media fino a tardissima età, confermando che la ricchezza è alleata della buona salute, e che tutto il sistema è creato per rafforzare questa disuguaglianza. Poiché non si capisce come mai proprio i ricchi contribuenti dei super salari non vogliano essere trasferiti alla previdenza complementare. Sarà che essi non vogliono piegarsi a un privato che rende loro solo quanto versato, e a cui non frega niente della pensione dei superstiti?

In una fase di passaggio in cui siano finalmente separate l’assistenza dalla previdenza, la prima pubblica e la seconda totalmente privata, bisogna assolutamente dare dignità alla vecchiaia e al suo riposo. Bisogna stabilire un tetto per le pensioni più ricche (la Spagna ne ha uno a 3mila euro), e un pavimento per quelle più povere, eliminare i trattamenti ai superstiti e trasferirli ad un regime di degna assistenza. Diffidate perciò dei profeti del lavoro e del sacrificio riservato ai poveri, abili ad escludere e svelti a cantare meriti rubati. Nella sede della Federazione generale del lavoro belga (fgtb) qualche anno fa sovrastava la scritta: vi mentono, quando vi chiedono sacrifici oggi per stare meglio domani.