La querela temeraria, l’ultima arma dei mafiosi per intimidire noi cronisti

(di Cesare Giuzzi – corriere.it) – Alla terza udienza il giudice si arrese: tacita remissione di querela per sopravvenuta irreperibilità del denunciante. Può succedere anche questo, essere querelati per diffamazione da un affiliato alla ’ndrangheta che nel frattempo si è reso latitante. O di ricevere per lo stesso articolo una richiesta di risarcimento da ogni componente della famiglia: boss, moglie del boss, figlia del boss, cognato e tutti i prestanome. Come ripete da tempo Nando dalla Chiesa, docente di Storia delle organizzazioni criminali della Statale, «la verità è che i mafiosi in Lombardia non potendo sparare o intimidire, querelano e fanno cause a ripetizione». Non c’è riforma della Giustizia che finora abbia saputo (o voluto) risolvere il nodo delle querele temerarie.

Sono un giornalista di cronaca nera, in questi anni ho avuto la fortuna di scrivere sulle pagine del Corriere di moltissime inchieste sulla criminalità organizzata al Nord. Farlo in Lombardia è quasi un privilegio, chi se ne occupa al Sud a volte può ritrovarsi gomme a terra, buste con proiettili, auto bruciata. Qui la mafia s’affida ai Tribunali.

Il Corriere garantisce la tutela legale dei suoi giornalisti per i loro articoli. Ma la stragrande maggioranza dei cronisti italiani è freelance e non ha copertura delle spese giudiziarie. Di fronte a una querela, un precario è costretto a fermarsi anche se dice la verità. Deve farsi assistere a proprie spese da un avvocato, produrre atti, ricevere a casa la visita di un poliziotto o un carabiniere per essere identificato. Tutto questo anche se il magistrato che in teoria dovrebbe accusarlo ha già sancito il buon operato del suo lavoro. Esiste un meccanismo giuridico per cui, dopo la richiesta di archiviazione, un giornalista è obbligato a difendersi davanti a un giudice. È l’«opposizione all’archiviazione» e chi presenta una querela la richiede in automatico. In sostanza si riserva una seconda possibilità anche se il pm non ha ravvisato reati per cui procedere.

Il «gioco» delle querele temerarie che intasa i Tribunali e appesantisce il sistema Giustizia si è evoluto. Accade di essere denunciati anche per quanto si racconta a un dibattito, a un incontro con gli studenti, a una serata organizzata da un’associazione antimafia. È capitato anche a me e so che succederà ancora. Per questo, con rammarico, ho deciso di non partecipare più a questi eventi. Sono incontri ai quali negli ultimi quindici anni ho preso parte fuori dall’orario di lavoro, a titolo privato, sotto la mia responsabilità, perché ho sempre pensato che il ruolo di un cronista non si esaurisca dietro a una scrivania. Per raccontare la presenza di un clan sotto casa, gli affari nascosti dietro a un bar del paese, le amicizie pericolose di un politico locale emerse da inchieste giudiziarie. Continuerò a farlo sulle pagine del Corriere, ma rinuncio al resto.

So che il mio non è un caso isolato. Il mestiere del giornalista contempla la responsabilità penale e civile di quel che si racconta. Non ci sono solo Report e le grandi firme. La maggioranza delle querele tocca piccoli e a volte isolati giornalisti. L’effetto è quello di zittirli per uno, due o tre anni nell’attesa dell’agognata archiviazione. Il diritto a far valere le proprie ragioni per chi si sente diffamato è sacrosanto. Le statistiche dicono però che più del novanta per cento delle querele si conclude con una richiesta di archiviazione e, dopo l’opposizione, l’udienza davanti al giudice solo in rarissimi casi cambia le cose. Il diritto quindi diventa spesso un abuso, peraltro tutto italiano.

Sono stato querelato dal titolare di una discoteca per aver parlato dei rapporti del socio con una cosca, vicenda ancora pendente. Da un boss dell’Aspromonte trapiantato a Milano per averlo definito tale. Da Rocco Papalia e dai suoi familiari per aver scritto di società in Svizzera. Altre volte a denunciare sono professionisti accusati di essere al servizio dei clan.

Il vero problema non è il carcere per i cronisti. Da anni gli organi di categoria chiedono una revisione del sistema. Nessuna corsia di favore, ma una tutela per chi ha semplicemente raccontato la verità evitandogli l’onere di spese legali. La soluzione non è giudiziaria ma politica, eppure non è mai stata trovata. Forse anche perché una querela temeraria su due arriva proprio da politici.

4 replies

  1. Non c’è nessun interesse a regolare la questione per legge, proprio perchè questo stato di cose è funzionale al potere (mafie comprese), che può mantenere in vita la propaganda di stato solo mettendo a tacere le voci fuori dal coro.

    Se qualsiasi giornalista potesse permettersi di raccontare la (sua) verità, ci sarebbero un sacco di articoli e servizi tv che ci spiegano che il re è nudo.
    invece basta querelare con richieste di risarcimenti faraonici e il piccolo free lance deve fermarsi e penare.

    E’ la tecnica che usa renzi per esempio: appena qualcuno lo nomina, ovviamente per parlarne male, perchè parlarne bene è impossibile, querela. E magari a volte trova anche un giudice che gli da ragione (magari confratello di loggia), e col ricavato si ripaga le querele temerarie che ha perso, per cui non ci rimette nemmeno i soldi degli avvocati.

    Risolvere la questione per legge è impossibile … bisognerebbe corrompere i parlamentari per fargliela fare, sarebbe complicato … magari potrebbe un gruppetto di avvocato organizzarsi e specializzarsi in difese da querele temerarie.
    Potrebbero studiare il caso, e se decidono che la querela non sta in piedi difendere il giornalista senza chiedergli soldi e ripagarsi con il rimborso delle spese legali che stabilisce il giudice a fine processo.

    Ma vorrebbe dire mettersi contro il potere, che troverebbe il modo di farla pagare cara a chi ci provasse.
    E torniamo al punto di partenza …

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