(Andrea Scanzi) – Con i consueti modi apparentemente morbidi ma in realtà definitivi, Conte ha sverniciato Grillo da capo a piedi. Quasi come accadde in Senato con Salvini due anni fa, anche se lì non c’era alcuna stima tra i due e la ferocia fu certo maggiore.

Conte non ha però chiuso la porta per sempre. Ha rimandato la palla a Grillo, ribadendo che non può esserci diarchia e che al comando deve esserci lui (e una nuova dirigenza scelta da lui). “Grillo è il padre del Movimento e resterà garante. Vuole essere un padre generoso o un padre padrone?” Il punto è tutto in questa frase pronunciata oggi da Conte.Ora spetta a Grillo: se fa un (vero) passo indietro, ne esce forse da sconfitto ma permette al M5S di vivere (e al campo progressista di nascere). Se invece fa vincere l’orgoglio, a quel punto sfascia tutto pur di far credere che è lui ad avercelo più lungo. Dipende solo da Grillo, a questo punto.

Di sicuro, quando Conte ha evocato il voto degli iscritti per scegliere se il suo progetto vada bene o no, sbilanciandosi al punto da dire che “non si accontenterebbe di una vittoria risicata”, ha fatto bingo. Qualora si votasse, è ovvio che stravincerebbe Conte. E Grillo lo sa. Il “Garante” credeva di poter usare Conte come un burattino, ma ha sbagliato persona. Se va incontro a Conte, vincono entrambi (ma Conte di più). Se continua con lo scontro frontale, il M5S è morto. Per mano della stessa persona che lo ha fatto nascere.