(Giuseppe Di Maio) – E siccome non sono stato un grillino della prima ora, quando sul palco fecero salire Casaleggio, mi dissi: “E ‘sto cappellino da dove salta fuori?” E quando vidi l’apparentamento tra il verbo di Grillo nelle piazze e il primato della partecipazione con mezzi virtuali, ne fui sospettoso. Una cosa era uscire in strada e riappropriarsi della democrazia scippata dal potere televisivo, altra cosa era rientrare in casa a realizzare la democrazia diretta con i computer. Il sentimento e la ragione già cozzano da far faville, ma l’ansia di partecipare alla rifondazione del rapporto Stato-cittadino proprio non poteva essere spenta contro un monitor. Difatti l’unione innaturale andò avanti per un po’, fino a che uno dei due per servire l’altro non fu costretto a barare.

Ho detto da anni che la piattaforma poteva essere un valido aiuto per la formazione, per la scelta dei progetti di legge, e per le decisioni collettive. Ma non per la selezione della classe dirigente. Col tempo Rousseau si è del tutto squalificato proprio nelle scelte collettive. La qualità dei quesiti e la pretestuosità dei questionari hanno dimostrato che la democrazia della rete era eterodiretta, cioè che si temeva la libera manifestazione popolare. L’idea di movimento confliggeva con quella di partito, Milano con Roma, lo spontaneismo con la politica reale.

La reggenza Crimi che avrebbe dovuto traghettare il Movimento nel nuovo decennio con gli Stati Generali fu una fesseria illegittima, cioè disonesta. Lo Statuto non prevedeva una reggenza così lunga, ma il covid giustificò lo stato di cose. Io agli Stati Generali vi partecipai. Ma furono tante le irregolarità a cui gli iscritti furono sottoposti che alla fine non votai. Il nuovo Statuto, quella cosa ridicola nata da una volontà elitaria, era destinata a dissolversi. Le chiacchiere e i proclami volarono via non appena il M5S si dimostrò incapace di intercettare le necessità della politica.

Finora il Movimento è stato capace di farsi regole interne solo per danneggiarsi, e non per nuocere all’avversario. Ha deliberato l’assoluto potere della volontà popolare, ma del popolo e delle sue decisioni non si fida. Davide Casaleggio, la vestale della democrazia diretta dalle poltrone, oggi si appiglia a norme scritte e formali, quando la reale volontà del Movimento vuole essere libera dalle regole sbagliate che l’hanno portato nell’attuale cul de sac. E Casaleggio si deve togliere dalle palle. Si sta cercando di rimediare all’errore di non aver trasformato Rousseau in proprietà della rete o del popolo italiano, e lui sta impedendo questo passaggio. Questa è disonestà bella e buona. A dimostrazione che quando criticavo la formazione delle norme estorte per non dispiacere al capo, avevo ragione da vendere. Adesso quelle stupide norme ci si rivoltano contro, perché la legge è sempre nemica della giustizia, perciò anche dell’onestà.