La pandemia ha ingrassato gli usurai

(Francesco Grignetti – la Stampa) – La grande spallata della criminalità sull’economia sta arrivando, e già se ne vedono le prime avvisaglie con il ricorso all’usura. Confcommercio ritiene che dal 2019 ad oggi, la quota degli imprenditori che ritiene aggravato il fenomeno è aumentata di 14 punti percentuali. Sono ad immediato e grave rischio circa 40 mila imprese del commercio, della ristorazione e dell’alloggio. E c’è di più: un imprenditore su dieci ha avuto «un’esperienza diretta» con l’usura o ha subito pressione per vendere la propria azienda; 295 mila sono in crisi di liquidità perché non hanno ottenuto un prestito o la cifra concessa non basta. «L’usura – dice il presidente Carlo Sangalli – nei momenti di crisi diventa una vera e propria piaga sociale. Basta guardarsi intorno per capirne le ragioni».

Pandemia e commercio 

Confcommercio celebra l’ottava edizione della Giornata della legalità. Un problema che ora diventa drammaticamente più grave. Questa l’analisi di Sangalli: «Nel 2020, le nostre imprese hanno subìto una drammatica riduzione del volume di affari e oltre un terzo si è trovato stretto in un combinato disposto pericolosissimo, cioè la mancanza di liquidità combinata con una difficoltà sostanziale di accesso al credito. Ed è per questo che, senza sosta, in questi mesi abbiamo chiesto non solo indennizzi adeguati e tempestivi, ma anche moratorie fiscali e creditizie ampie ed inclusive, la sospensione e la rateizzazione degli impegni fiscali e possibilità più ampie di accesso al credito».

Crolla il fatturato, non i costi 

Questi imprenditori d’improvviso si sono trovati «senza fatturato, senza liquidità, senza credito, e con i costi da pagare. È facile capire quanti rischiano di essere facili prede per la criminalità organizzata e le pratiche di usura».

Ora sono in vista le riaperture. Possono essere una boccata d’ossigeno. «Auspico che le riaperture possano rappresentare un progressivo ritorno e un rilancio delle attività produttive – risponde infatti la ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese – ma non devono significare un liberi tutti incondizionato. Saremo rigorosi nei controlli. Non possiamo rischiare di vanificare i sacrifici fatti fin qui».

L’allarme di Lamorgese 

La ministra dell’Interno condivide l’allarme di Confcommercio. «Come ministero, ci stiamo impegnando sul territorio con le prefetture per raccogliere le istanze che provengono dal territorio. È indubbio che lo scenario è di grande interesse per le mafie, che sono capaci di adattarsi ai cambiamenti di scenario economico e intercettare le tante risorse messe in campo dal governo per sostenere l’economia». Quanto all’usura, «è il tipico reato spia sintomatico della penetrazione della criminalità organizzata che approfitta della mancanza di liquidità delle imprese. La criminalità organizzata è capace di mettere in piedi una sorta di welfare alternativo per le famiglie che poi rimangono incastrate nell’ingranaggio».

Perché denunciare 

Per uscire dal diabolico ingranaggio a cui accennava la ministra, non c’è altra strada che denunciare gli usurai. «È un elemento – dice la ministra – molto importante». Sangalli riconosce l’importanza della denuncia come dovere morale e giuridico, ma non sottovaluta nemmeno la paura di ritorsioni e la percezione di essere soli. «A quegli imprenditori vogliamo dire, una volta ancora: non siete soli. La Confcommercio è con voi e con le istituzioni», il suo appello.

L’andamento dei reati 

Mentre l’indice dei reati è calato del 20% in un anno, il fenomeno dell’usura ha invece visto un aumento percentuale. Ci sono state 222 denunce nel 2020, il 16% in più rispetto al 2019. Nel Friuli Venezia-Giulia si è passati da 1 caso denunciato nel 2019 a 8 casi nel 2020. E poi ci sono le tensioni Confcommercio ha organizzato proteste molto civili nei giorni scorsi. «Normalità – dice Sangalli – significa innanzitutto poter lavorare. Lo abbiamo chiesto in tante piazze d’Italia, dimostrando come una rappresentanza d’impresa responsabile si muove nel perimetro della legalità e della civiltà, dando voce al tempo stesso alla disperazione delle imprese». Gli risponde Lamorgese: «Conosco il disagio per i professionisti e le piccole e medie imprese, motore del Paese. Con i prefetti stiamo facendo un’opera per stemperare le tensioni».

L’umore degli imprenditori 

Secondo un sondaggio Swg tra 700 imprenditori del terziario, uno su quattro è totalmente sfiduciato. «Un fattore di criticità con implicazioni rilevanti anche in termini di più generale diffidenza rispetto al funzionamento delle istituzioni e sul senso della partecipazione politica», annota Confcommercio. Spiega il direttore dell’Ufficio Studi, Mariano Bella: «Le imprese del Nord hanno patito di più la pandemia, eppure è il Sud ad apparire più soggetto a shock negativi».

2 replies

  1. Da tutta questa tragedia vorrei almeno rimanesse qualche consapevolezza:

    1) Da parte dei medici (tutti): la cura delle pandemie non è un atto eroico ma fa parte del mestiere. Meglio quindi prepararsi, studiare, tenersi informati, imparare ad usare mascherine e protezioni (che si possono anche comprare personalmente: suvvia, medici di famiglia, non siete alla fame!) quando si visitano i pazienti anche in tempi “normali”. E magari cominciare a protestare non solo per gli stipendi e gli orari di lavoro ma anche per l’ organizzazione, la gestione, la pulizia degli ospedali. Dal numero dei morti che continuiamo ad avere ( ed il numero delle infezioni in ambito ospedaliero in continua crescita) abbiamo capito da tempo che i nostri medici saranno “eroi” ma in quanto a gestione e competenze…

    2) Che il tanto anelato mercato che si “autoregola”, appunto si “autoregola”. Cioè non si iniziano attività senza un capitale personale, senza un minimo di competenze nè un minimo di analisi di mercato. Il fatto che le licenze siano liberalizzate non significa che 20 pub uno dietro l’ altro nella medesima via riescano a campare tutti. Per un po’ forse ci si “arrangia” in molti modi, ma se arriva una qualsivoglia crisi… non si può pietire all’ odiato Governo, che in altri momenti si vuole intervenga meno possibile.

    3)Che fare la guerra contro i “tutelati”, cioè i lavoratori dipendenti ( categoria alla quale magari fino a poco tempo fa si apparteneva non vedendo l’ ora di affrancarsene) non porta bene. Primo perchè pagano le tasse (quelle che permettono i “sostegni”) e secondo perchè possono in qualche modo continuare a spendere, cioè a farli lavorare. Inflazione permettendo, ovvio.

    Temo però che siano solo pie illusioni: già c’è un’ aria da “tutto come prima”…

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