(di Franco Monaco – Il Fatto Quotidiano) – Il paragone non è improprio. Tra l’enfasi sproporzionata dei laudatores di Draghi salvatore della patria e dei laudatores di Letta salvatore del Pd. Un’enfasi della quale entrambi sembrano giustamente diffidare. Così pure ci sta il paragone tra la retorica della discontinuità tra loro e chi li ha preceduti. La sostanziale continuità tra Conte e Draghi, specie in tema di misure anti-Covid, è nelle cose. Anche perché miracoli non li fa nessuno e i problemi quelli sono e quelli restano: chiusure obbligate, difficoltà di approvvigionamento dei vaccini, inefficienza e irresponsabilità delle Regioni, la Lombardia su tutte. Merita accennare all’analogo caso dell’asserita discontinuità operata da Letta. Da tutti acclamato e investito plebiscitariamente dall’assemblea del Pd. Compresi quelli che fecero la guerra a Zingaretti, a cui non perdonavano l’asse con il M5S. Nel Pd, in Italia Viva, in Azione di Calenda. Tutti ad applaudire alla svolta che avrebbe impresso Letta. Quale? Nel loro incontro, Letta e Conte hanno rispettivamente parlato di una comune “avventura affascinante” e di un rapporto “privilegiato” tra i rispettivi partiti. Di più. Sul versante del M5S, la scommessa sulla collaborazione con il Pd non è di oggi e non è stata indolore. Sia quando si diede vita al governo giallorosso, sia nel varo del governo Draghi, grazie all’esposizione personale del garante Grillo. Dunque, non una scelta estemporanea, leggera, semmai lacerante. A detta di Di Maio, opzioni che valgono più degli Stati generali del Movimento. Sostanzialmente sterili, aggiungo io. Sul versante di Letta, merita fissare altri due elementi. Primo: la sostituzione d’autorità dei capigruppo. Al netto del tatticismo e dell’ipocrisia (scusabili in chi, come già Zingaretti, ha a che fare con gruppi nominalmente scelti da Renzi), una sostituzione – ha ragione Padellaro – motivata con la parità di genere, ma chiaramente contrassegnata da un segno e da un obiettivo politico più che plausibile. E cioè l’esigenza di non reiterare l’anomalia di un segretario di partito, bon gré mal gré, votato da tutti a cui corrispondono gruppi parlamentari che seguono un’altra linea. Come si è visto dentro la crisi del governo Conte. Secondo e soprattutto: l’orientamento espresso da Letta per una legge elettorale d’ispirazione maggioritaria che si discosta dall’opposto orientamento proporzionalistico assunto sino a ieri dal Pd. Non sarà facile che passi. La destra non ha interesse a cambiare il vigente Rosatellum. In ogni caso, l’opzione per il maggioritario è eloquente e significativa per la visione politica a essa sottesa. In concreto, essa conferirebbe carattere quasi obbligato all’asse Pd-M5S. Dunque, Letta sembra vi scommetta più ancora di Zingaretti, tanto bersagliato per la sua asserita subalternità. Ciononostante, minoranza Pd, Italia Viva, Azione e opinionisti di vario rito sono costretti a raccontare in giro e a se stessi che, sul decisivo terreno delle alleanze, Letta avrebbe cambiato linea. Perché questa bufala e questa ipocrisia? Gli uni – gli attori politici centristi, renziani e no – perché altrimenti condannati alla minorità al limite dell’irrilevanza (altro che vittoria strategica di Renzi!); gli altri – taluni opinionisti specializzatisi nella crociata contro Conte – perché, più o meno apertamente, tifano perché non si consolidi un’alternativa alle destre o perché sognano un centrismo peraltro velleitario in quanto privo di numeri. Non che Letta e Conte siano alfieri di una rivoluzione socialista. Semplicemente essi non si rassegnano a consegnare il Paese alla coppia Salvini-Meloni, con il corredo di qualche cespuglio centrista compiacente.