(Di Ginevra Leganza – fondazioneleonardo-cdm.com) – Tanto gentile e tanto onesta era la nobile divina che dice ancora all’anima “sospira”. Poco gentile e molto onesto è l’avanzo di ripuliti agitatori pre-pandemici. La Parola e la Lingua, dimora dell’Essere, son ben altro dalle parole correnti sulle lingue, topaie di modestia. Le parole sono azioni, diceva Wittgenstein. Non sono mai ingenue e come le persone hanno una storia, certo più longeva della nostra, perché la loro vita cambia spesso veste. Le parole mutano sulla cresta del divenire, su quell’onda che cambia forma e ci restituisce pacchi di detriti. Le ondate pandemiche, per restare in tema, hanno consegnato alle terre desolate fin troppi mentecatti lemmi.

Avevamo già detto di resilienza: d’anelito eroico ed esito fatalmente anerotico (cos’è più respingente di chi si piega ma non si spezza?). Avevamo detto del cauto risentimento, della morale servile di cui è vessillo. Speriamo ancora di inumarla presto, questa parola che è sempre sulla bocca degli onesti. Quegli onesti caduti un po’ in disgrazia, che lasciano in effetti il posto ai responsabili. Anche qui urge ricognizione etimologica: “respondeo”, ovverosia l’atto solenne del rispondere e del promettere. Sorvoliamo sul ritratto dei responsabili politici (tornando a Wittgenstein: di quanto non si può parlare, si deve tacere), concentriamoci dunque sui responsabili della strada, che solenni non sono se – delatori – profanano le altrui promesse (vedi quelle degli amanti o dei festaioli sfuggenti le tenaglie in divisa). E in nome di cosa lo fanno? È per il bene comune che accusano, chiaro. Il bene comune che ha preso il posto della gioia di vivere. Ma come possiamo capire il bene comune, noi che con Platone stimavamo il bene al di là dell’essere, ovverosia al di là delle parole? Ogni volta lo si richiami di qua dal mondo c’è sempre l’indizio di un trascendentale bidone… Che non sia il male metafisico sotto le spoglie del bene comune? Che non sia quel male che sempre si avvale della collaborazione, sua fida alleata, parola idiota? Oggigiorno infatti non si lavora ma si collabora, non ci si muove ma ci si mobilita. La si è sentita, questa parola, per le vie del centro e nei treni, e solerti son spuntate formiche leviataniche persino dal parrucchiere.

Prontissime a collaborare nella caccia al bandito smascherato altresì detto furbetto. Come spiegava Prezzolini, l’Italia si divide in furbi e fessi, in ingannatori e ingannati: il furbetto, a dispetto del diminutivo, non è nipote del furbo, è anzi più simile, in questo nostro vocabolario dei mediocri, all’antitetico fesso che diventa martire d’innocenti evasioni. Il furbetto esisteva da molto prima dell’anno scorso, ed era parola da professorina in senso lato, usata dai tribuni del taglione e dalla televisione accalappia-sdegno. Oggi furbetto è anche colui che suscita l’ira responsabile per aver fatto del chimerico vaccino una realtà, eludendo la fila di cui le formiche sono divenute osservanti e custodi. Per quelle, zelanti, quando c’è la salute c’è tutto… Fuori dal loro dogma collaborazionista, spuntano diavoli negazionisti. Le formiche non contemplano l’esistenza di chi ami la vita leggera, senza patemi e senza ipocondria, non contemplano chi voglia lavorare per vivere e non collaborare per sopravvivere, né sopportano chi in luogo della resilienza metta in campo il coraggio… Negazionista per i mediocri non è chi nega ma chi, sulla base di un fatto, vorrebbe scegliere se precauzionarsi o rischiare. È dunque chi vorrebbe scegliere per sé e non per gli altri: gli altri, questa formula magica evocante esseri mitologici in nome dei quali abbiamo sacrificato noi stessi. Come se non fossero altri anche quegli altri che il bar non riapriranno più. Secondo i responsabili, a questi tapini ci penseranno i competenti, e cioè i capaci del je-ne-sais-quoi, esperti dell’intangibile, la cui scienza ha lo stesso carattere del virus: è pensabile ma non è conoscibile, come il noumeno, c’è (ne siamo certi) ma non si vede. Sarà che il simile si cura col simile? Speriamo che competenza non sia sinonimo di omeopatia…

Segno dei mediocri, e del lessico che ne intaglia l’essere, è insomma quel bisogno matto di appestare ogni forma di volontà, quella perversione di trascinare ogni cosa nel vortice di parole che vuol fare del libero un debole e del forte uno schiavo.