(Giuseppe Di Maio) – Le difficoltà che ebbe il primo partito a costituire un governo dopo le elezioni del 4 marzo, le sintetizzai con algebra elementare. Il M5S valeva 2x, Salvini, Renzi e Berlusconi 1x a testa. La Meloni a quel tempo non era nelle grazie degli italiani, e valeva (e vale tuttora in Parlamento) decimali non influenti per formare maggioranze. E la maggioranza allora come adesso si raggiunge con 3x pieni. Purtroppo la mancanza del vincolo di mandato consente di imbrogliare le carte. L’algebra elementare si trasforma in matematica inintelligibile, soggetta a una galassia di volontà variabili di cui il bene comune è solo un pretesto marginale. A riprova di questo rimescolamento di carte, alla fine della scorsa legislatura il gruppo misto era il più numeroso di Camera e Senato.

Durante le campagne elettorali i candidati si presentano agli elettori sotto monolitiche associazioni di partito che dispensano promesse e incredibili blandizie. Poi, una volta eletti, cominciano a tirare fuori la libertà di mandato, inconcepibili interessi di chi li ha votati, e transitano da un partito all’altro a seconda dei propri comodi. Il linguaggio si fa sibillino: si descrivono urgenze con misteriosi paradigmi, i programmi elettorali si polverizzano, le promesse evaporano, gli elettori non capiscono più una sega di ciò che accade in Parlamento. Ma non ci vuole molto a capire: il Parlamento è un luogo dove si fanno affari con il pretesto della Democrazia, e la distanza tra le cose dette e le cose fatte distrugge (se mai ci fosse stata veramente) ogni residua volontà popolare.

Il marzo del 2018, capitò che il maggior partito fosse quello più nemico del sistema, e quello contro cui tutti gli altri dovevano lottare. Qualsiasi unione sarebbe stata un matrimonio tra avversari giurati. A quel tempo Salvini era il più impegnato a mimetizzare le sue reali intenzioni e quelle della Lega. Fu dunque il primo ad essere preso in considerazione per il governo. Berlusconi era escluso, Renzi si eliminò da solo. Sappiamo com’è andata: fuori Salvini, fuori Renzi, ora è il turno del pregiudicato. Ma i governi si fanno attorno agli affari. E gli affari che riescano a tenere assieme FI e il M5S non esistono, né in atto né in prospettiva. E non ci sarebbero nemmeno tra i 5 stelle e il PD se non fosse per il calcolo elettorale delle bande sinistrorse, cioè del seggio sicuro.

Insomma in Parlamento non ci sono maggioranze che facciano gli interessi degli italiani. Non ce n’è per votare le disposizioni Bonafede, né per fare le riforme che ormai chiede l’Europa. Poiché, anche se stanno tentando di costruire una maggioranza di forze europeiste, l’Italia è lontana anni luce dai paesi con classi dirigenti e politiche di livello europeo. Il Recovery fund per la politica italiana è stato come gettare una pezza inzuppata di sangue in un recinto di iene: le residue regole sono saltate, i patti infranti. Conte non piace, non piacciono i 5 stelle, disgustano le loro direttive anti-ladroni. Difatti i grillini non sono riusciti a trovare “onorevoli” responsabili che entrassero in maggioranza, perché non hanno niente da scambiare e da promettere. Ma sotto il segno di Draghi invece, o Cottarelli, le lobbies dei prenditori sono tutte concordi. Larghe intese e programmi vaghi! Tanto poi sui loro giornali convinceranno gli elettori che il furto di risorse pubbliche è tutto a beneficio del paese.