Attenti al sondaggio!

(PAOLO NATALE – glistatigenerali.com) – Non passa giorno che, sui quotidiani, in Rete o in Tv, non venga pubblicato un sondaggio sulle intenzioni di voto. Campioni variabili tra 600 e 1000 italiani intervistati al telefono o via Internet sulle loro preferenze elettorali, nel caso ipotetico (molto ipotetico, peraltro) che entro breve tempo fossimo chiamati a nuove consultazioni per il rinnovo del Parlamento. La formula di rito è: “se domani ci fossero nuove elezioni politiche Lei andrebbe a votare? e cosa voterebbe?”. È ovvio, lo sappiamo, che domani non ci sarà nessuna elezione politica, e che probabilmente non ce ne saranno per almeno un paio d’anni, ma è altrettanto ovvio che queste periodiche indagini ci servono per avere un’idea generale di quale sia il clima elettorale nel nostro paese. E di quale siano le fortune o sfortune di ognuno dei partiti che dovrebbero essere presenti nelle future consultazioni.
Fin qui tutto bene, tutto corretto. Però, se andiamo a leggere attentamente i risultati di questi sondaggi, vediamo due o tre cose che ci lasciano un pochino perplessi. Innanzitutto, sebbene a volte sia omesso, uno dei dati più interessanti è la quota di coloro che si dichiarano indecisi o propensi all’astensione, la cosiddetta “area grigia”. Una quota che si aggira ultimamente intorno al 40-45% degli intervistati. Tanti, certo, un 20% in più di quanto sarà probabilmente l’affluenza alle urne, e che potrebbero ribaltare completamente i risultati che ci vengono proposti. Ma non è questo il punto. Il problema è che se in un sondaggio supponiamo di 800 casi, il 40% non indica nessun partito, le stime che noi leggiamo si riferiscono soltanto a 480 individui, che ci dicono rappresentativi della popolazione elettorale italiana, eccetera eccetera. Ma saranno davvero rappresentativi?
Con l’eccezione dei 4-5 partiti maggiori, quelli che stanno sopra il 10%, le stime per tutti gli altri non sono particolarmente credibili. Una forza politica che viene stimata ad esempio al 3%, verrebbe dichiarata di fatto da circa 13-14 persone. Ipotizzare che quella decina di elettori siano effettivamente rappresentativi dell’elettorato di quel partito non ha francamente molto senso, considerato che il margine di errore di ogni sondaggio è dell’ordine del 2-3%. La cosa ideale sarebbe quella di fornire le stime dei quattro partiti maggiori (cioè Lega, Pd, Fratelli d’Italia e Movimento 5 stelle) più forse Forza Italia, e fermarsi lì. Degli altri non è dato sapere, se non che stanno tra l’uno e il cinque per cento. Ma così non fa nessuno. E, a meno di non usare campioni molto più ampi, superiori ai 5mila casi, null’altro si potrebbe dire.
Ma c’è un’altra particolarità stupefacente nei sondaggi presentati, vale a dire il confronto con la stima della settimana (o del mese) precedente. Qui a volta si rasenta il bizzarro, quando si afferma ad esempio che quel tale partito ha avuto un incremento, o un decremento, dello 0,2-0,3% rispetto alla stima passata. Se l’errore di campionamento è quello che sappiamo (2-3%) quell’incremento o decremento sta tutto all’interno di questa fascia di indeterminatezza (che si chiama “intervallo di confidenza delle stime”) e quindi potrebbe anche essere completamente ribaltato. A meno che non ci siano balzi in avanti, o indietro, superiori al 2%, sarebbe più opportuno astenersi da confronti con il dato precedente. Basterebbe dire: non cambia in maniera significativa.
Ma c’è di più. Prendiamo di nuovo il partito che viene stimato al 3%, dichiarato cioè da 13 persone. Un decremento di quel partito da una settimana all’altra dello 0,2% significherebbe che invece che da 13 persone, il partito viene scelto da 12 persone e un pezzo di un’altra persona (scegliete voi: il busto o le gambe, oppure le braccia). Piuttosto insensato.
Lo so, i sistemi comunicativi si nutrono anche di questi mezzi per fare audience. Ma, forse, occorrerebbe mettere un freno a queste pseudo-indagini, concentrandosi magari sui trend di medio periodo, per i partiti maggiori. Questi sì sarebbe particolarmente utile venissero analizzati, per comprendere l’aria che tira. Ma pochi ne fanno cenno.

3 replies

  1. A tutti coloro che hanno apprezzato questo articolo consiglio la lettura di “Mentire con le statistiche” di Huff Darrel. Un ottimo approfondimento.

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  2. “Dacci oggi, Signore, il nostro sondaggio quotidiano.”
    Toh! Chi l’avrebbe detto mai che quel pane quotidiano fosse stantìo, ammuffito,
    impastato con acqua tossica e fetida gramigna.
    Non voglio dire che sia la scoperta dell’acqua calda perché molti ancora li compulsano
    avidamente come fossero viscere del capro sacrificato per trarne gli auspici sul futuro
    che ci attende, ma oramai questi sedicenti Istituti Demoscopici a gettone sono stati
    ampiamente sgamati da chiunque possieda più di due neuroni.
    Comunque ricordarlo ai tanti che, poveretti, sono costretti a vivere con un solo neurone
    superstite, è opera meritoria.

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  3. .. e poi non si accenna al fatto che questi poco seri sondaggisti ricevono danaro dai partiti, perché anche dal modo con cui sono poste le domande, a che ora, e se sono fatte per telefono o altro, come dal modo con cui sono trattati e presentati i dati dipendono altri, chiamiamoli, errori e altre devianze.
    Per esempio, qualcuno sa dirmi perché Renzi dette 50.000 euro a Masìa per i sondaggi di La 7?
    Una volta, quando Berlusconi era ancora in corsa, andò a trovare Bush che gli spiegò appuntino come utilizzare i sondaggi come arma di manipolazione di massa. Basterebbe questo….
    E poi, già il fatto che i sondaggisti non siano autonomi ma abbiano dei ‘committenti….!
    In occasione del referendum costituzionale, le percentuali di tutti gli istituti di sondaggio oscillavano mediamente tra il 52% ed il 48% rispettivamente per il NO e per il SI. Solo uno di questi istituti si era sbilanciato su un 54% per il NO ed un 46% ovviamente per il SI. È finita 59,1 per il NO contro un 40,9 per il SI e si può facilmente desumere che mediamente c’è stato un errore di previsione medio di almeno 7 punti. Una enormità, soprattutto se teniamo in considerazione che le parti in competizione erano solo due: SI e NO.
    Forse i sondaggi sono nati come uno strumento per sondare la popolazione, poi col tempo sono diventati uno strumento di pressione per orientare i cittadini verso una direzione voluta, come si fa con un branco di pecore.
    Eppure gli errori dei sondaggi spesso sono clamorosi.
    In Italia: non ci fu nessuna travolgente vittoria del centrosinistra di Prodi nel 2006, e del Pd di Bersani, nel 2013. Non ci fu nel 2014 il “sorpasso” del M5s di Grillo sul Pd di Renzi, alle Europee. In Francia,Marine Le Pen, che era stimata intorno al 30%, si è fermata “solo” al 25%. I sondaggi stessi, diffusi sui media, concorrono a formare e a modificare l’opinione pubblica. Così, Silvio Berlusconi nel febbraio 2006 fece svolgere da un istituto americano un sondaggio che sanciva la parità fra il “suo” Centrodestra e l’Unione di Centrosinistra guidata da Prodi. Al di là di ogni valutazione di merito e di metodo, agli occhi degli elettori servì a trasformare un’elezione perduta (da Berlusconi) in una partita aperta. E tale diventò. E nessuno previde la vittoria del M5S in Sicilia.
    In USA i sondaggi dettero vincitrice la Clinton. Trump fu sottostimato. In Inghilterra dettero perdente la Brexit.
    Eppure, malgrado questi macroscoscopici errori, noi continuiamo a consultare i sondaggi come nelle tribù antiche si ascoltava con reverenza la predizione dello stregone sulle conchiglie e gli ossicini di pollo.

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