Dalla Francia all’Italia, la furia dei giovanissimi delle periferie tra devastazioni e saccheggi. Per una crisi che ci sta strozzando e che colpisce soprattutto le fasce più deboli e isolate nelle periferie

(Daniele Mastrogiacomo – lespresso.it) – Non c’è solo l’Italia. Basta guardare le immagini che arrivano dalla Francia. Scontri violentissimi, devastazioni, assalti, saccheggi. La torre del municipio di Limoges crollata dopo essere stata data alle fiamme. Non è opera dei soliti “casseur”, una definizione per dire niente e tutto. Come gli incappucciati, i black bloc, quelli vestiti di nero. Ci sono sempre stati. Oggi è diverso: sono scese in piazza 800 mila persone. Ovunque. Per una crisi che ci sta strozzando e che colpisce soprattutto le fasce più deboli e isolate nelle periferie. Anche se adesso aggredisce la classe media.

Italia e Francia viaggiano in parallelo. Precedute dalla Spagna che si è ribellata davanti agli affitti delle case impazziti e la carenza di alloggi popolari. Con una differenza. Da noi il prezzo della benzina non cala. I camionisti esasperati bloccano l’intero autotrasporto del nostro Meridione. È una catena. Le merci non arrivano a destinazione, si svuotano gli scaffali nei supermercati. Ma anche gli operai dell’ex Ilva di Taranto sono stanchi di aspettare il loro destino dopo la chiusura dei forni a caldo. Sfilano in corteo come i colleghi del polo metallurgico di Cornigliano, in Liguria, che occupano a forza l’aeroporto di Genova. E poi, il giorno dopo, la guerriglia di Milano. Con i commenti pieni di sorpresa, come se fosse una cosa inaspettata, che ha bisogno di essere subito inquadrata e condannata. Molta ipocrisia. Solo il presidente Mattarella, al di là della giusta condanna e la solidarietà agli agenti feriti, indica la strada da seguire. Serve a poco spedire 500 soldati a Milano con funzioni di polizia. Sono decisioni a scopi elettorali, in quattro anni di governo Meloni la violenza e l’insicurezza sono aumentate. Il capo dello Stato si smarca dalla reazione quasi corale a destra e a sinistra. Sottolinea: «Non bastano risposte superficiali o slogan, ma serve un’analisi intelligente e approfondita per comprendere le radici del fenomeno».

Ecco, appunto: capire. L’Italia ribolle di rabbia e di delusione. Di incertezza e di malessere. Un disagio profondo, diffuso, che si allarga e contagia. Non è una novità. Chiunque di noi, anche chi ha un lavoro e un salario decente, lo prova e lo avverte. La crisi economica, sommata alle guerre che ci accerchiano e ci colpiscono direttamente. Si è rotto il patto. Non solo generazionale. È una frattura che ci rende nervosi, in affanno.

Torniamo a Milano, a quei due giorni di battaglia che hanno visto all’opera centinaia di ragazzini. I giovanissimi. La generazione Alpha, quella che segue la Zeta. Dodici, quindici, diciassette anni. Minorenni, nella stragrande maggioranza. Non sono organizzati, non fanno parte di un gruppo. La protesta è spontanea, decisa sul web. Su TikTok che è il social più usato da chi ha quell’età. «Siamo quelli delle piazze», hanno annunciato su Telegram, messaggeria criptata, non rintracciabile. Domenica scorsa hanno lanciato un appello e fissato un appuntamento. Chiarissimo, visto che il giorno prima, sabato, c’erano state le prime avvisaglie. «Oggi 18 ottobre tutti in piazza Duomo, come ieri!». La scritta bianca su un fondo nero. Nessun simbolo, nessun punto di riferimento. Solo lunedì mattina 19 ottobre, con il clamore e il successo dell’adesione, è spunta una sigla. Generica: “Movimento 17 ottobre”. Siamo agli albori di qualcosa che cova e continuerà ad esplodere.

Il Fatto Quotidiano è stato tra i pochi a raccogliere le frasi dei protagonisti. «Le borse in vetrina – diceva un sedicenne intervistato tra le barricate – qui costano quanto lo stipendio di mio padre, questo è l’unico modo per farci sentire». Lo scollamento con chi detiene il potere si traduce in una contrapposizione frontale con le forze dell’ordine e in attacchi mirati ai simboli del consumismo sfrenato. Piazza Duomo e le vie adiacenti sono il cuore dello shopping. Segnano la linea di demarcazione tra chi può permettersi di comprare un paio di scarpe, una felpa di marca, un giubbotto alla moda e chi deve accontentarsi di un sottoprodotto nei negozi dei cinesi.

TikTok non serve solo come strumento di comunicazione. Serve a documentare e “spettacolarizzare” gli scontri con la polizia, il lancio di sedie e transenne, filmare le incursioni nei negozi, i saccheggi. Scatta il bisogno di appartenenza, spiegano esperti e studiosi del disagio giovanile. L’effetto emulativo del gruppo online ha amplificato rapidamente la portata del fenomeno. Chi è sceso in piazza è italiano di seconda generazione, figlio di immigrati, residenti nelle fasce più svantaggiate della città. Non solo. Giovani delle periferie più difficili e complicate. Senza lavoro, senza soldi, assoldati per il piccolo spaccio, per le estorsioni o per il sesso a pagamento. Gli esclusi, carichi di rabbia per il futuro che lasciamo loro. L’angoscia dei giovanissimi è curata dagli psicanalisti. I loro studi sono affollati. Da chi se lo può permettere.

Avvenire, il quotidiano della Cei, è tornato indietro nel tempo. Al 22 settembre scorso, giorno di apertura delle scuole. «Un prologo sottovalutato», commenta il giornale. Un gruppo di giovani si è radunato improvvisamente fuori da un supermercato di Modena. Tutti minorenni, moltissimi di origine magrebina, spesso indicati col termine discriminatorio “maranza”. Fanno irruzione, arraffano la merce tra le corsie, terrorizzano clienti e cassiere. Il 3 ottobre a Vicenza quasi duemila ragazzini si radunano a Campo Marzo e vicino alla stazione. Rispondono a un appello lanciato dal tiktoker Hamza Messaf. Lo chiamano il vu’ cumprà, prometteva vestiti gratis. Incursioni nei magazzini di vestiari, spintoni, fughe, danni alle strutture.

C’è chi riconosce l’errore di non capire la protesta e chi si limita alla condanna per le violenze e i saccheggi. Questo non cambia la realtà: basta guardarsi in giro. L’Italia ha i peggiori salari in Europa, sono perfino diminuiti nell’ultimo anno. Gli affitti restano esorbitanti, i prezzi del cibo improponibili. I supermercati, anche prima del blocco del trasporto su gomma, sono vuoti. Anche i marchi più noti ti offrono la spesa a rate. Ti indebiti per mangiare.

L’Italia non è più un Paese per giovani. La maggioranza è anziana. Chi può emigra. Chi resta è un fantasma, tradito da chi diceva di proteggerli. Gli stessi che adesso corrono nelle questure pieni d’ansia e di vergogna per accoglierli mentre vengono rilasciati. Li rimproverano, li mettono in punizione. Qualche schiaffo e via, non c’è tempo per capire e interrogarsi. Meglio pensare a gesti infantili. Più rassicuranti. Come quei due ragazzini della minicar a Roma che rompevano la noia prendendo a calci i passanti.