Le piccole imprese dell’autotrasporto nel Meridione sono le più colpite dal caro gasolio. La premier si barrica nel vertice di Palazzo Chigi per studiare le misure della manovra

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Il governo è confuso, con poche risorse e ancora meno idee. E la rivolta dei piccoli autotrasportatori e agricoltori smaschera la propaganda della destra. Le immagini contrastano: da un lato Giorgia Meloni che convoca un vertice del governo a Palazzo Chigi, insieme ai vicepremier, Matteo Salvini e Antonio Tajani, al ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e al leader di Noi moderati, Maurizio Lupi, con lo scopo di definire i contenuti della legge di Bilancio. Dall’altro il paese reale, stremato: agricoltori, allevatori e camionisti in piazza a protestare.

Protesta al Sud
Da Caserta a Palermo, passando per Campobasso e per molte altre province del Sud, la mobilitazione è nata spontanea in risposta all’inazione dell’esecutivo verso i problemi che trasversalmente interessano varie categorie. Soprattutto il Mezzogiorno, che nella narrazione meloniana è il nuovo Bengodi, chiede un intervento.
Gli scioperi dei tir sono stati proclamati dai piccoli autotrasportatori meridionali. Il motivo geografico della protesta riguarda le ridotte dimensioni delle imprese, spesso ditte individuali, che già in condizioni normali fanno i conti con margini risicati, talvolta il 2-3 per cento sulle commesse. I committenti sono per lo più aziende agricole, pure queste di piccole dimensioni, che non consentono ricavi importanti. In Sicilia, a questa dinamica, si somma una questione ulteriore: l’intermodalità. Il sistema degli Ets, “la tassa” aggiuntiva prevista dall’Ue, riguarda i rincari che le compagnie di navigazione applicano sui biglietti dei collegamenti marittimi per il trasporto dei camion verso il continente. Fatto sta che, di fronte ai pesanti rincari di gasolio, gli utili degli autotrasportatori sono stati erosi. Saldando la protesta tra agricoltori e camionisti.

Ci sarebbe uno strumento di legge per contrastare il problema: il cosiddetto fuel surcharge, il meccanismo che nei contratti con gli autotrasportatori consentirebbe di compensare eventuali aumenti del carburante. Il problema, tuttavia, è che questa clausola non viene applicata in molti casi. In particolare negli accordi tra piccole aziende. «Al Meridione ce l’ha solo il 4 per cento, perché lavorano in mano alle agenzie, quindi per loro è un problema serio», ha spiegato Roberto Tegas, presidente di Confartigianato Trasporti Toscana. Differente è la condizione al Centro-Nord dove operano molte grandi aziende, che riescono – almeno per il momento – ad assorbire il caro gasolio, in virtù di commesse più importanti di settori industriali più remunerativi. Perciò non hanno aderito alla mobilitazione, garantendo il trasporto delle merci su gomma.
L’esperienza sul campo spiega bene come il fuel surcharge non sia sufficiente. «La misura presenta delle lacune che non consentono di ribaltare interamente e correttamente sul committente il maggior prezzo del carburante», ha detto, in un’intervista al giornale di settore, Uomini e trasporti, Anna Katia Caputo, legale rappresentante della Tir Service di Caputo, azienda operante in Basilicata. Servono, insomma, risorse immediate. Altrimenti gli scioperi continueranno. Dando l’ennesima prova di un’Italia a due velocità. Una che cammina, l’altra che si ferma per protesta.

Code e scaffali
Intanto sono già una realtà le code che sull’autostrada A1, nel tratto compreso tra il bivio con il raccordo Caserta Sud e Santa Maria Capua Vetere verso Roma, hanno raggiunto gli 8 km di lunghezza. Ma non sono fatti isolati: disagi alla circolazione per i blocchi sono stati registrati al casello di Avellino Est. Anche in Puglia, nel Foggiano soprattutto, e in Sicilia vanno avanti manifestazioni di dissenso. Disagi per gli automobilisti, certo. Ma anche il rischio di non garantire l’approvvigionamento dei beni di prima necessità.
Lo spettro degli scaffali vuoti nei supermercati sta prendendo sempre più forma. «Nei supermercati di Napoli e in Campania entro un paio di giorni nessun prodotto fresco. I prodotti non arrivano più da venerdì», ha avvertito il presidente di Confesercenti Campania, Vincenzo Schiavo. Eppure non sono mancati gli avvertimenti a Meloni nei mesi scorsi. Alle promesse non hanno fatto seguito i fatti.

Il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha parlato di «due incontri» con i rappresentanti degli autotrasportatori nelle prossime ore. «Cercheremo di fare tutto il possibile sbloccando fondi già esistenti e rallentati per motivi burocratici e mettendo altri soldi», ha detto il vicepremier leghista. Come se non sapesse la situazione. Il tentativo arriva già fuori tempo massimo: da maggio i camionisti hanno chiesto vanamente delle risposte.
Non ci sono solo gli agricoltori e gli autotrasportatori a riportare il governo alla realtà. La situazione dell’ex Ilva è un altro pezzo nel puzzle del malcontento che monta nel paese. I lavoratori dello stabilimento di Cornigliano hanno occupato l’aeroporto Cristoforo Colombo di Genova dopo l’incontro in prefettura. «Il tavolo è a Palazzo Chigi con il sottosegretario Mantovano, la questione è di rilevanza strategica nazionale. Fino ad allora non ci muoviamo. Dormiamo qua», ha fatto sapere il delegato Fiom, Armando Palombo. Cartoline che condizionano la scrittura della legge di Bilancio. Un bagno di paese reale per la favolistica propaganda di Meloni.