La tensione è ormai colma non solo nel mondo giovanile. Al sud i camionisti hanno bloccato tutto e se non avranno rassicurazioni la protesta è destinata a durare

(Domenico Valter Rizzo – ilfattoquotidiano.it) – Le auto bruciate e le vetrine sfondate non piacciono quasi a nessuno. Dico “quasi” perché una parte della politica e della pubblicistica, le trova indispensabili per la costruzione di una narrazione funzionale ad occultare le ragioni della protesta che sta scuotendo l’Italia e l’Europa. I gruppetti che si lanciano nel saccheggio e nella devastazione nella narrazione mediatica oscurano il resto e occupano il dibattito politico, fornendo voce a chi voce non dovrebbe più averne dopo la devastazione, quella si estesa a fenomeno di massa, che è stata imposta all’intero continente europeo da decenni di politiche liberiste sostenute dalla sinistra blairista, da quelli che oggi si fanno chiamare “riformisti”.
Vi sono però altre considerazioni che vanno fatte, oltre questa che è talmente evidente da risultare quasi banale.
Giorni fa, in un altro articolo sulle rivolte giovanili, allora limitate solo alla Francia, mi chiedevo se il fenomeno si sarebbe esteso. Non vi era certezza che ciò avvenisse per una molteplicità di ragioni, ma di fatto è avvenuto, si è esteso all’Italia, ma brucia l’Albania e in Spagna si susseguono le manifestazioni, così come in Belgio e in Portogallo e anche in Germania la politica del governo è sotto attacco dai movimenti giovanili. Si tratta di centinaia di migliaia di ragazzi, che non si muovono per emulazione, ma perché sono legati da un disagio comune che non riguarda solo il presente, ma soprattutto il futuro. Che in questo enorme movimento collettivo, che sta assumendo sempre più precisi connotati di critica radicale ad un modello di società, quello del capitalismo liberista, vi fosse fisiologicamente una componente di violenza era ed è innegabile perché nessuna ribellione è un “pranzo di gala”. A determinarla è la totale e violenta sordità dei governi rispetto alle ragioni, ai contenuti che sono portati in piazza. Una violenza che si protrae da anni e che ha portato sempre di più i giovani e i ceti sociali che subiscono uno sfruttamento feroce a lasciare l’apatia rassegnata e ad assumere i connotati di una ribellione. Chi cerca la strada del dialogo trova un muro di ottusità e di bugie.
“L’esperienza che le popolazioni europee fanno delle proprie classi dirigenti oramai da molti anni – scrive in modo chiarissimo il professor Andrea Zhok – è quella di un organismo tecnocratico anonimo, un muro di gomma semovente, che procede con un “pilota automatico” del tutto indifferente ai bisogni della popolazione”.
È chiaro che nessuno applaude alla devastazione ed è come sempre stucchevole e strumentale la richiesta di “prese di distanza e condanna” fatte dalla Premier. Ma quello che abbiamo visto a Milano o a Bologna non arriva da Marte. Meloni, Valditara, Piantedosi, non hanno motivo di stupirsi e non possono, loro e i loro giornali, chiedere conto di quella rabbia alle opposizioni. L’esplosione che vediamo è responsabilità di chi ha accumulato l’esplosivo. Nasce dall’azione cinica di chi ha privilegiato il rigore dei conti alle ragioni della popolazioni. Ad innescare il detonatore sono le loro scelte politiche di chi – in Italia e non solo in Italia – ha destinato risorse ingentissime agli armamenti, strangolando sanità, scuola, università e welfare. Quattordici miliardi di soldi delle tasse degli italiani gettati nel calderone del riarmo, fanno esplodere il patto sociale. Nessuna persona – che non sia fatta fare il lavaggio del cervello dagli editoriali di Repubblica e dalle balle spaziali dei Tg – può credere che siamo di fronte al pericolo reale che la Russia ci invada e quella cifra oscena viene letta dai cittadini per quello che è: una provocazione.
Ma non ci sono solo i soldi per le armi. Le risorse pubbliche vengo dirottate verso interessi di gruppi privati. I soldi del Pnrr per la costruzioni di stanze per gli studenti, hanno effettivamente portato alla realizzazione di strutture, che sono state però date in gestione ai fondi privati e messi sul mercato a prezzi inarrivabili. Oltre mille euro a stanza. Lo stesso è avvenuto per le strutture delle olimpiadi. Come dovrebbero essere lette dai giovani queste scelte?
Oggi l’Università è tornata ad essere accessibile solo a determinate classi sociali. Si studia solo se si hanno i soldi. Donzelli si stupisce degli studenti in tenda davanti al Parlamento e dice loro di “aspettare” e di “crescere per capire come va il mondo”. Faccio una domanda semplice: c’è differenza tra una frase come questa e la violenza di una vetrina spaccata? Dobbiamo metterci d’accordo su cosa sia violenza. Siamo di fronte ad un modello sociale che pratica violenza, mica solo quella delle manganellate nelle piazze, ma quella praticata quotidianamente quando riduce sei milioni di italiani in una condizione di povertà. E attenzione, perché anche sul concetto di povertà bisogna fare chiarezza. Oggi la povertà non è lo stato di inedia, il non poter mangiare, come nei secoli passati (e ci sono anche quei casi). Si entra in condizioni di deprivazione insopportabile molto prima di arrivare all’inedia.
Oggi essere poveri significa non potersi permettere quella che tutti consideriamo una vita normale. Non potere usare, non dico l’auto per andare al lavoro, ma non potersi permettere neppure i costi del trasposto pubblico; non riuscire a curarsi, non potere acquistare i libri per studiare perché l’affitto si mangia tutto. Dover sopportare, senza difesa alcuna, le folli temperature create dal cambiamento climatico. Essere tagliati fuori dalla comunicazione, dall’utilizzo della Rete per eseguire le normali azioni necessarie alla vita quotidiana (senza non puoi neppure consultare i referti del fascicolo sanitario). I poveri in larga misura sono certo i giovani e le donne, ma non sono più solo i disoccupati, in gran parte sono quelli che hanno un lavoro povero e precario. E poi ci sono loro “gli invisibili”, quelli che racconta Zerocalcare. I ragazzi senza volto, senza nome, delle periferie metropolitane, in equilibrio precario con la microcriminalità, che hanno come unica forma di aggregazione il “branco”. Loro non sono andati in piazza con gli studenti. Non hanno una consapevolezza politica. Sono solo maledettamente incazzati. Hanno una rabbia sorda e vedono scorrere sugli schermi degli smartphone un modo di ostentazione, di opulenza. Hanno sentito il soffio della rivolta e ci sono entrati dentro, portandoci quello che hanno: rabbia e violenza cieca. Un corpo estraneo rispetto agli studenti? Forse sì e forse no. Perché ad essere vittima di un sistema feroce è una generazione alla quale, in un modo o nell’altro, questo modello economico ingiusto e fallimentare, sta sottraendo il futuro.
Le auto bruciate, i monumenti oltraggiati, le vetrine sfondate, il saccheggio dei negozi sono reati e certo non possono essere ignorati come tali. Ma abbiamo ignorato e ignoriamo da troppi, troppi anni il saccheggio che il mercato ha fatto della vita degli individui. Chi è stato al vertice del sistema politico ed economico è colpevole esattamente come i ragazzi fuori di testa che spaccano tutto. E non è che l’inizio…
La tensione è ormai colma non solo nel mondo giovanile. Al sud i camionisti hanno bloccato tutto e se non avranno rassicurazioni (non credo basteranno le solite mancette) la protesta è destinata a durare e paralizzerà il Paese, lo stesso per gli agricoltori rapinati con prezzi da fame dei loro prodotti dalla grande distribuzione, che li rivende a peso d’oro sui banchi e poi ci sono i lavoratori che ogni giorno sono sempre più impoveriti dall’inflazione e ballano pericolosamente sulla soglia di povertà. La saldatura tra tutto questo e la rabbia giovanile è prossima. La pentola è in pressione e sta già fischiando.
Replay
L’articolo che propongo è di qualche mese fa, ma sembra stato scritto oggi stesso tanto è attuale e a misura di quel che sta succedendo nelle principali città nostre e d’Europa. E che spiega l’origine culturale della non certo improvvisa tendenza alla violenza di massa che invade le menti di ragazzi minorenni, a quanto pare senza alcuna appartenenza politica e ideologica. Sono passati solo poche ore dall’inizio delle devastazioni (tuttora in corso) nei centri storici di Milano, Torino, Parigi e diverse altre città, ma ancora quasi nessuno ha avuto modo di riflettere fino in fondo sulle cause diciamo antropologiche nel senso della cultura che le giovanissime generazioni continuano ad assorbire dagli adulti che sembrano, nei media, sorpresi e paralizzati da tanta improvvisa violenza. Per usare poche parole… i nostri ragazzini sono lo specchio di ciò che il pretenzioso “saggio” mondo degli adulti presenta loro come “normale” modello di comportamento collettivo persino globale. A forza di diffondere aggressività e brutalità come misura nei rapporti internazionali tra Stati e popolazioni… ecco servito il risultato nei ns figli e nipoti. Cerchiamo almeno di risalire alle origini profonde dei fatti incriminati. Altro che inutili decreti anti-violenza ad opera della ineffabile premier che non riesce a vedere al di là della punta del suo naso e dei suoi boccoli. Buona lettura!
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Il prof dott presid Conte ha finalmente ricevuto le garanzie necessarie dalla signora Schlein sulla avvenuta conversione del signor Renzi?
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Servono i riformisti
I centristi, tanti centristi
Senza il 2% di Renzi sarà impossibile
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I poveri cOgliOni che mandano avanti i vari baracconi (€u, nato, governanti , giornalacci per incartare il pesce ecc ecc) tutti entusiasti per i pacchetti di sanzioni contro chi ci vendeva energia, importava made in Italy e portava denari col turismo.
Risultato: l’occidente è in fiamme. Tutto.
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Attenzione: non sto dicendo che l’occidente è in fiamme perché tra le varie classi dirigenti impera l’odio razziale verso il popolo russo e Mosca; sto dicendo che mentre prevale e viene coltivato questo sentimento russofobico nessuno si è accorto di cosa stava covando in casa propria.
E magari i miliardi regalati a un regime che ha Bandera come eroe nazionale hanno contribuito ad accendere la miccia.
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Articolo condivisibile, come lo è in larga parte quello dell’altro giorno di Zhok e che non ho commentato.
La sintesi è : i giovani che hanno fatto atti di vandalismo sono responsabili non c’è dubbio; ma lo sono nella misura in cui quei danni sono ad essi ascrivibili; cioè sono “danni da effetto”.
Ma non meno responsabili sono coloro che hanno prodotto “danni da causa” e che oggi recriminano contro chi ha prodotto i danni da effetto.
Quasi demenziale: il mandante che si lamenta dell’ esecutore.
Non dico si tratti di una spiegazione; ma da 30 anni è un susseguirsi di, almeno, evidenze cumulative: se adotti determinate politiche economiche, volte alla concentrazione di ricchezza, e, pur conoscendone in anticipo quelli che sono i potenziali risultati, li reiteri; dimostrare che non si tratti di una scelta deliberata non è semplice, ma difficile anche da smontare.
Probailmente le proteste aatuali si riveleranno l’ennesimo fenomeno passeggero; l’anno prossimo in molti paesi europei si vota; quindi è relativamente facile sedare il fenomeno con un: tra pochi mesi vedremo che succede.
Ma il problema esiste, al di la della forma con cui si manifesta, e rinviare la soluzione di un problema, anche sulla base di motivi ragionevoli, non significa risolverlo.
Zhok concludeva con un : allacciate le cinture perchè andremo a sbattere.
Difficile dargli torto.
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PINO CORRIAS
PINO CORRIAS
Chi semina il bellicismo raccoglie la violenza
(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] Tutto il fondale e il primo piano del nostro vivere sociale lo abbiamo riempite di guerre, vendette, violenza. Ma ogni volta che vola un sampietrino in piazza o che un ragazzo accoltella un altro ragazzo, il nostro mondo adulto spalanca gli occhi. Evoca i nuovi terroristi, inventa i maranza, chiede pace, pretende sicurezza. Talk show, editoriali, politici: tutti a chiedersi da dove arriva questa violenza? Chi gliel’ha insegnata?
[…] La domanda è ipocrita. Il mistero è banale. Perché i ragazzi non crescono nel vuoto. Crescono dentro il nostro mondo, a nostra immagine. Respirano la nostra aria. Guardano la tv e i social che guardiamo noi. Ascoltano le parole che pronunciamo. Assorbono l’alfabeto morale che abbiamo costruito nel sangue e che insegna che se due Stati litigano, si bombardano. Se una frontiera è un ostacolo, si invade. Se una minoranza ingombra, la si deporta. Se un popolo resiste prima lo si assedia, poi lo si stermina. Per la guerra servono Patriot, navi e droni. Serve coniugare al presente e al futuro il verbo più amato: riarmare, riarmarsi contro la minaccia dei nemici armati. I bilanci militari crescono ovunque. Le industrie delle armi festeggiano. I governi applaudono. I parlamenti votano. I generali spiegano. Gli opinionisti incoraggiano. La tv martella. La pace si conquista con la deterrenza, dicono gli adulti nei parlamenti del potere. E se papa Leone XIV si affaccia per dire il contrario – “la pace si costruisce con la pace” – l’idiota collettivo risponde: “Il papa fa il papa!”, non conta.
Poi accade che un sedicenne tiri fuori un coltello. E si spalanca il baratro della indignazione. Fingiamo di non riconoscere la scena. La consideriamo imparagonabile alla guerra in grande stile, quella dei missili e dei jet. Siamo pronti a tollerare il genocidio, ma non la rissa. Possiamo discutere all’infinito dell’invasione che brucia nel fosforo i civili in Donbass, in Iran o a Gaza, ma ci sorprende una baby gang a caccia di un proprio territorio. E ci spaventano i guerrieri della protesta radicale che incendiano i cantieri in Val di Susa, feriscono cento poliziotti, distruggono i furgoni, senza accorgersi, o facendo finta di non accorgersi, che le loro ragioni bruciano in quello stesso incendio.
Eppure la grammatica dei comportamenti è sorprendentemente la stessa. La rissa è una guerra in piccolo, gli scontri di piazza una rissa in grande. Il conflitto non si risolve parlando: si elimina l’avversario. La forza sostituisce la ragione, la vittoria conta più della convivenza. L’umiliazione dell’altro diventa la propaganda del proprio successo, compresi gli antagonisti convinti che per costruire, serva prima distruggere. È questo che i ragazzi vedono e imparano ogni giorno. Nulla di molto complicato. Un enorme manuale pratico. Lo vedono nei telegiornali. Lo leggono nei social. Lo ascoltano nella chiacchiera politica. Perfino le parole servono a rendere la violenza degli adulti e dei governi più asettica, più accettabile. Non si bombarda. Si neutralizza. Non si massacra. Si conduce un’operazione. Non si rade al suolo una città. Si colpiscono obiettivi strategici, peccato per i danni collaterali. La lingua adulta dissimula il sangue. Quella dei ragazzi molto meno. Le loro lame continuano a chiamarsi coltelli. Per questo scandalizzano più delle mine che mutilano ogni anno migliaia di uomini, donne e bambini nei mondi che per noi non contano.
Provate a ricordare quante inquadrature esaltano il momento in cui l’eroe carica il fucile, arma la pistola, sceglie il coltello. Il cinema le replica all’infinito, con musica adeguata. La vendetta è il motore dell’azione, il suo sentimento. Cento milioni di videogiochi fanno lo stesso, esercitano il giocatore allo sterminio automatico dei nemici e tante volte l’indifferenza alla violenza vera, quella che macchia di sangue una serata in discoteca o in piazza, viene proprio da quell’addestramento che gli psicologi ci hanno insegnato a chiamare “deficit emotivo” capace di annullare ogni forma di empatia per la vittima, ogni riflessione sulle conseguenze. Un deficit talmente identitario che solo ministri un tanto al chilo credono di contrastare con la minaccia crescente di punizioni, nuovi reati, galera. La destra trasforma la paura in linfa per il consenso. Ha bisogno di nemici: li addita, li enfatizza, li usa. La sinistra che pure condanna gli incendi sociali tanto quanto la destra, offre ragionamenti, ma troppe volte finisce per rimanerne spaesata. A entrambe fa comodo fingere che quella violenza nasca da un indistinto disagio. Sia frutto di una mutazione improvvisa, come se gli adolescenti fossero una specie diversa e non il nostro riflesso.
La violenza la pratichiamo, la insegniamo, la esaltiamo, come nelle oscene parate, allestite per celebrare la Repubblica, con le armi della guerra spianate come un serramanico e il festoso tricolore delle Frecce a nascondere la nostra cattiva coscienza.
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Se va bene risolvere le controversie internazionali con la violenza non si capisce perchè non dovrebbe andare bene per le controversie interne.
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