I decreti sulle accise, il tetto Eni e la vertenza Ericsson: gli interventi della premier salvano la faccia al governo. Ma il Paese ha bisogno di qualcosa di più

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – C’è un’Italia che si dichiara liberista, che giura sul mercato, sulla concorrenza e sul “non toccare le imprese”. E c’è l’Italia reale, dove la presidente del Consiglio fa un “decretino”.
Poi chiama al telefono un paio di manager e la realtà si adegua. Non è corporativismo post-fascista, non è socialismo sovietico, non è peronismo sud-americano: è qualcosa di più italiano, più subdolo ma più efficace sul piano del consenso a breve. Si chiama “dirigismo gentile”, moral suasion con il numero di cellulare. E Giorgia Meloni — dopo aver fatto carne di porco nel risiko bancario, mettendo mani e piedi nel piatto — lo pratica adesso con crescente disinvoltura. In campagna elettorale senza un euro in cassa, la Sciamana deve affinare i metodi.
Il tema delle accise
Prendiamo le accise. Il governo taglia, sospende, riduce lo sconto, rinvia, ricalibra. Un meccanismo che dovrebbe essere tecnico e neutrale, la tassa sui carburanti, diventa così una leva politica maneggevole: non si abolisce (come da nota e antica promessa, immortalata solennemente in un video davanti a una pompa di benzina), ma si alza e si abbassa secondo l’urgenza, il calendario e il bisogno di raccontare una battaglia contro il caro-vita. Il risultato è ibrido: gli automobilisti apprezzano la mancetta, ma le misure-tampone non risolvono nulla. Sedici provvedimenti in sei mesi, costo 2,2 miliardi: tutto inutile. Appena lo sconto sul diesel si riduce, il gasolio torna a salire e il governo deve inventare un altro modo per dire agli italiani: “Tranquilli, ci siamo noi”. E qui entra in scena l’Eni, con il tetto ai prezzi: 2,19 euro al litro per il gasolio, 1,99 per la benzina, 17 centesimi sotto le medie di mercato. Una decisione spacciata come autonoma, ma che arriva dopo settimane e mesi di colloquio fitto tra la premier e Claudio Descalzi, l’ad con cui Meloni ha costruito un rapporto personale cementato dai viaggi in Africa e dal Piano Mattei. Qui non c’è un decreto che impone il prezzo, non c’è una commissione che fissa i margini: c’è la telefonata, la relazione, la comprensione reciproca tra politica e impresa pubblica. Eni fissa il tetto, Palazzo Chigi ringrazia per il «lodevole atto di attenzione all’Italia», che produce anche un effetto-traino sulle altre compagnie. È un modello che funziona, nello short-termism che ci caratterizza. Ma solleva domande inquietanti. Non è una forma di concorrenza sleale? Come fa il resto del mercato, fatto di piccoli esercizi indipendenti privi di una filiera lunga, a reggere gli sconti di prezzo decisi dai colossi del settore? Poi, quel mancato ricavo autoimposto non è comunque un danno per le casse dell’Eni, Spa quotata in Borsa, come potrebbe eccepire un azionista in assemblea? E in ogni caso, è l’Eni che supplisce alle carenze del governo o è il governo che dovrebbe indicare strategie industriali alle grandi partecipate dello Stato?
Il caso Ericsson
Infine Ericsson, il caso più recente ed eloquente: 131 licenziamenti a Genova, una vertenza che diventa politica, la sindaca Salis che incontra i lavoratori e scrive tre lettere ai ministri. Anche qui, Meloni prende il telefono, chiama l’ad Andrea Missori e l’azienda ritira i licenziamenti. Dall’unica merchant bank in cui si parla romano respingono le critiche, parlando di «strumentalizzazioni politiche». Ma la sostanza è che la premier è intervenuta personalmente, e l’azienda ha cambiato decisione. Non è nazionalizzazione, non è politica industriale: è colbertismo chirurgico. Si salva la vertenza, si salva il consenso, si salva la faccia. Ma di nuovo, le domande fioccano. Chi paga, se dietro al ritiro dei licenziamenti c’è anche la cassa integrazione? In che modo questa pezza a colori risolve i guai del settore telecomunicazioni, se si lenisce il sintomo ma non si cura la malattia? E da tutte le altre crisi industriali si esce con due chiacchiere via smartphone? Questi tre casi lo confermano: la Sorella d’Italia non è né liberista né dirigista, non è né Thatcher né Mitterrand. È un’ambigua “arci-italiana”: applica relazioni personali e pressioni circostanziali, che producono risultati concreti ma estemporanei e prescindono dal Parlamento, dalla trasparenza, dalle regole. Usa lo Stato come strumento e preferisce la relazione personale alla norma erga omnes, la toppa congiunturale alla riforma strutturale. E per un po’ funziona, almeno nell’immaginario collettivo. Il problema è se questo “interventismo a bassa intensità”, fatto di eccezioni e di invasioni di campo mirate, sia sostenibile nel luglio periodo. O se in futuro questo Paese avrà bisogno di qualcosa di più serio e più solido di una telefonata tra amici.
Non ho e non ho mai avuto simpatie per Meloni e i suoi camerati ma, a onor del vero, la PDC qualcosa l’ha fatta per ridurre i prezzi dei carburanti,mentre ai tempi del COVID il governo Draghi non fece nulla nei confronti di che fece carne di porco tipo assicurazioni e case farmaceutiche . Quindi di che parla Giannini l’ inciucista ?
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Caro Cesare, a parte la scenetta al distributore invecchiata male ,al contrario di gioggia che sembra ringiovanita da allora, Ti ricordo che nel programma elettorale di Fratelli d’italia c’è scritto nero su bianco ” sterilizzazione degli aumenti IVA sui carburanti” il che significa che si sarebbero dovuti applicare tagli automatici e continui al costo dei carburanti( ad ottobre 2022 circa 17 centesimi cumulativi, guardacaso) .
Supplire ai propri tradimenti con escamotagès da donna sola al potere ( come il Blocco Navale trasformato in blocchi di containers in Albania) a me pare un modo meschino di interpretare la figura della presidentessa del Consiglio.
Non la scuso assolutamente.
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@ Domenico Francese……….perfetto.
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@Domenico Francese…..perfetto….
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L’ Ericsson procedera’ comunque con uscite volontarie ed incentivate…….che comporteranno una riduzione del 45% della forza lavoro qui’ a Genova…..!!!!!!!
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Giannini non è un giornalista e questo articolo è una sviolinata a Meloni in incognito scadente. In miniera Massimé, in miniera devi andare
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