Il governo teme una bocciatura della Corte. E oggi Mattarella va alla Consulta per il libro di un giudice

MATTEO SALVINI MINISTRO INFRASTRUTTURE

(di Tommaso Ciriaco e Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – Altro che “surreale”. Pure Matteo Salvini, raccontano nella sua cerchia, si è convinto che si voterà a maggio. Ha provato a insistere, in un anomalo asse con Antonio Tajani, per avere più tempo e risollevare la Lega sgonfiata da Vannacci. Ma davanti all’insistenza della premier ha capito che è tutto inutile. E ha reagito chiedendo garanzie. Cioè almeno un provvedimento forte in vista del voto: l’autonomia.

Con urne in primavera, però, il tempo è agli sgoccioli. Ecco perché il ministro dei Trasporti ha chiesto alla leader di FdI un segnale alla svelta: varare in Cdm l’ultimo passaggio della riforma prima del congresso straordinario del 24 e 25 ottobre al MiCo di Milano. Ne discuteranno nel federale di lunedì. La richiesta non è stata bocciata in partenza da FdI: fonti meloniane confermano che, dopo tanto tergiversare, il testo potrebbe essere licenziato dal consiglio dei ministri entro il 23 ottobre. Del resto, non basta l’avallo di palazzo Chigi: servirà pure un passaggio in entrambe le Camere prima della fine di febbraio. «Ritmi serratissimi», ammette Roberto Calderoli. Dopo, sarebbe tardi. Anche Meloni, così almeno sperano i leghisti, potrebbe avere interesse a mettere benzina nel serbatoio del Carroccio, già privato del sogno del Ponte sullo Stretto: con la legge, bisogna centrare il 42% e il traguardo sembra lontano a causa del collasso degli alleati.

Basta guardare Forza Italia. Oggi si apre a Milano una tre giorni sull’economia. Parteciperà Antonio Tajani, ma al momento non è in agenda l’atteso confronto tra il ministro e Marina Berlusconi. Esiste però uno spiraglio per un faccia a faccia domenica sera, ad evento concluso. Da Arcore, intanto, si riferisce il contenuto della riunione della famiglia dell’altro ieri. Si sarebbero lodate alcune mosse innovative di Roberto Occhiuto, senza volere per questo sfiduciare Tajani. Nel frattempo, anche Meloni si prepara alla campagna elettorale. Autorizzerà un progetto civico, il cui nucleo sarebbe stato individuato in “Sud chiama Nord” del sindaco di Taormina, Cateno De Luca. Dovrebbe aggregarsi a breve l’ex meloniano di Sicilia, Manlio Messina, e un altro deputato FdI: nascerebbe così una componente alla Camera, evitando la fatica di raccogliere le firme per le elezioni.

Tutto, d’altra parte, si muove in funzione delle imminenti elezioni. Con un intervento sul Foglio, Giovanbattista Fazzolari sembra aver chiuso l’opzione di urne in autunno: anche il potente sottosegretario ha spiegato di preferire giugno. In realtà, l’idea è favorire elezioni tra aprile e maggio. A questo punto senza escludere un possibile election day, ma tenendo conto di un nodo non irrilevante: la chiusura delle scuole. Scegliere la seconda metà di maggio significherebbe di fatto costringere gli studenti a restare a casa gran parte delle ultime due settimane di lezioni: un boomerang. E dunque, paiono più probabili altre tre strade: l’11 aprile – a quel punto senza accorpare politiche e amministrative – oppure un election day con il primo turno il 30 maggio o il 6 giugno (il ballottaggio può scavallare il 15 giugno, ci sono precedenti).

Prima dello scioglimento delle Camere, però, il governo deve superare i due ultimi ostacoli: la promulgazione della riforma da parte del Colle e il vaglio della Corte costituzionale. A Palazzo Chigi si teme una bocciatura da parte dei giudici della Consulta e si monitora ogni dettaglio degno di nota. Ieri, ad esempio, meloniani di rango sottolineavano la presenza di Sergio Mattarella oggi pomeriggio alla presentazione di un libro del giudice della Corte, Giovanni Pitruzzella. Già la sede dell’evento attira l’attenzione: il palazzo della Consulta. Le stesse fonti interpretano la presenza del capo dello Stato, che pure resterà silente, come un segnale implicito volto a ribadire l’autonomia della Consulta, da sempre garantita dai vertici istituzionali. Detta altrimenti: nessuna pressione, interlocuzione o ambizione della maggioranza è in grado di condizionare la pronuncia della Corte.