Casa, lavoro, Mamdani, Berlinguer. E no alla guerra. Ecco chi è la segretaria dei giovani dem che ha dato una scossa parlando di «disertori» dal palco della festa Pd: «Ho detto una banalità, l’idea di andare al fronte non va giù a nessuno»

(Susanna Turco – lespresso.it) – Una settimana dopo i «disertori» Virginia Libero, 28 anni, padovana di Selvazzano, laurea in Giurisprudenza, segretaria dei Giovani democratici, entra nel corteo a sostegno del palazzo occupato Spin time a Roma con la serena determinazione di chi ha fatto quello che doveva: raccontare la sua generazione a un mondo che non le dà spazio. Va avanti dritta, del resto fa politica da quando aveva 16 anni, è abituata a farsi «scivolare addosso» il fango, resistenza di nervi sempre sottovalutata anche nella segretaria major del Pd, Elly Schlein («È sempre stata molto vicina, sa davvero cos’è la sorellanza e quanta difficoltà può esserci dietro a ruoli anche di un certo peso»). Indossa una maglietta bianca con la parola Costituzione scritta grande e una citazione di Nilde Iotti, in spalla una tote bag con il motto “Duri i banchi, abbasso i fasci”. Abbraccia Marta Bonafoni, coordinatrice nazionale del Pd che ha creduto in lei da subito, quando un anno fa i Giovani dem sono usciti da anni di impasse convergendo a sorpresa sul suo nome. Adesso nel corteo la fermano per ringraziarla e sostenerla, tutti ragazzi e ragazze. Parlano di Costituzione, di solitudine, molto di scuola.

Dopo che per anni i giovani democratici sono rimasti fuori dal dibattito pubblico, Libero ha fatto scandalo per aver sollevato dal palco della festa Pd di Reggio Emilia la bandiera del pacifismo. È stata bacchettata, rimproverata, crocifissa non dal partito («quando sono scesa dal palco erano contenti, ma non sapevano da prima cosa avrei detto»), ma dai media, per aver pronunciato la parola disertori, ispirata a una canzone di Ivano Fossati («la conosco a memoria fin da quando avevo dieci anni»), versione italiana di quella scritta da Boris Vian nel 1954, un classico del repertorio pacifista. Una volta la diserzione non faceva paura ma adesso, nell’Italia dimentica di sé, è sembrata l’annuncio addirittura di una rivoluzione, per lo meno a tanti ex venerati maestri che hanno trattato i giovani dem come una specie di cellula sediziosa, di Quarta internazionale (è stato accostato anche il colorito intervento in stile vetero comunista di Marco Rocco De Luca).

«Rivoluzione? Per noi era importante dare quel messaggio dal palco, lo sentiamo da ogni ragazzo con cui parliamo: la sensazione che sia normale pensare che si possa andare in guerra domani, non va giù a nessuno. Mi sembra molto banale: non so quale generazione, nel passato, avesse voglia di andare al fronte». Diserzione, non obiezione di coscienza. «Crediamo nel servizio civile, io l’ho fatto con l’Anpi di Padova, ma qui si tratta di qualcosa di più. Ci sono degli oligarchi in giro per il mondo che da una parte ci privano dei diritti materiali e dall’altra parte fanno scelte scellerate sulla pelle di tutti. Ci chiedono non solo di assecondare questa logica bellicista, ma di esserne parte integrante. La diserzione per me è il rifiuto della guerra in ogni sua forma: è la guerra alla guerra».

C’è da segnalare che, nella lunga tradizione che si snoda tra gli sfoghi come quello della giovanissima Debora Serracchiani fino agli anni dell’Occupy Pd, per la prima volta un giovane del partito democratico conquista l’attenzione parlando del mondo e non del partito democratico. Il discorso più pacifista dell’estate, fatto da una schleiniana, è stato preso comunque come pretesto per misurare la distanza tra Schlein e Libero, tra i dem e Giuseppe Conte, addirittura come metro per stabilire la fattibilità delle primarie. «Come se fosse l’interesse alla nostra generazione, no?», dice amara Virginia Libero. Al contrario, la segretaria dei Giovani dem crede nella politica di servizio, quella che si occupa della vita quotidiana, ha come riferimenti Zohran Mamdani e Alexandria Ocasio-Cortez, parla di «organizzare la rabbia per costruire la speranza». L’unico politico italiano che l’ispira è Enrico Berlinguer, che peraltro è morto, nella sua città, tredici anni prima che lei nascesse. La passione per la politica è profonda: tessera dai 16 anni, «ero la più giovane volontaria alle feste dell’Unità di Padova quando per sbaglio feci cadere la birra addosso a Pier Luigi Bersani quando era segretario». Il colpo di fulmine è stato quando al liceo è crollato il controsoffitto: «È lì che ho capito che mobilitandosi era davvero possibile cambiare la realtà». Il resto l’ha fatto l’aria di una famiglia larga e accogliente, madre insegnante e padre artigiano di impianti di riscaldamento, provenienza sardo-abruzzese-piemontese, dove si guardava la Rai e non Mediaset («tranne i Simpson»), soprattutto la frequentazione degli scout (lupetti e reparto) dove ha imparato il «valore della politica come servizio». È stato naturale poi buttarsi nella rappresentanza studentesca al liceo, la Consulta degli studenti, il Senato accademico all’università per cinque anni. Infine la candidatura alle Regionali, con quasi cinquemila preferenze. Il tutto nella realtà di Padova che da anni, anche con una scelta «testardamente unitaria ante litteram», è un laboratorio delle politiche giovanili, dal movimento delle tende a personaggi come quello di Emma Ruzzon, che da presidente del consiglio degli studenti dell’ateneo conquistò l’attenzione attaccando la logica del merito.

Da giugno Libero va in giro per l’Italia a raccogliere le voci degli under trenta, delle realtà marginali, in difficoltà, quelle che restano fuori dalle prime pagine. Un viaggio in una panda gialla Gpl senza aria condizionata, regione per regione, berlinguerianamente sudando. Una campagna d’ascolto dal titolo “Benvenuti nel Paese reale” fatta per portare fuori ciò di cui si parla davvero («altro che tetto agli stranieri nelle classi: parliamo dei tagli all’edilizia scolastica, del caro libri o del caro trasporti»), e anche per smontare «la narrazione che viene fatta nei confronti della nostra generazione, stucchevole, falsa. Noi non abbiamo i soldi per campare, tra stage gratuiti e affitti spaventosi. Abbiamo seri problemi di salute mentale, perché fatichiamo a immaginare un futuro. L’alternativa è scappare all’estero, ma noi vorremmo il diritto a restare. Costruire un futuro normale, come quello che hanno avuto i nostri genitori: un affitto, una famiglia, un mutuo». Mentre lo dice, Virginia Libero aggiunge che lo sa, sono «banalità incredibili»: «Ma la nostra generazione vive queste cose basilari come impossibili, questo non arriva nel dibattito pubblico».

Banalità è una parola che ricorre, spiega quanto sia difficile il compito di difendere le ragioni dei giovani in un Paese di vecchi. Tanto più se si è donna, vedi Tajani e Vannacci. «Quando mi sono candidata alle Regionali, era tutto un signorina, ma lei cosa vuol saperne? Perché il cinquantenne, uomo bianco, tanto più se di destra, tende a sottovalutare, a screditare l’opinione di una giovane donna, tanto più se di sinistra. Diventa una persona che non è legittimata al dibattito politico e pubblico. Fa rabbia, ma aumenta la determinazione: non lo si fa solo per sé, ma per tutte le ragazze in difficoltà in questo mondo fatto da uomini». Dunque avanti: «Politica dal basso, è così che voglio continuare. L’avrei fatto anche se non fossi diventata segretaria. Sono stata presidente di un Circolo Auser a Padova: mi immaginavo lì ancora per molti anni, a fare tutto. Dall’organizzare eventi al pulire i bagni»