Dall’estrema sinistra all’estrema destra, c’è solo una ricetta per bucare lo schermo: spararla più grossa

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Di Marco Travaglio e delle sue posizioni si sa tutto. Figuriamoci a stupirsi. E però, se un alieno capitasse sulla Terra per errore e lo ascoltasse per la prima volta, ignaro della complessità della realtà che ci circonda da anni, non avrebbe esitazioni: Marco diventerebbe da subito il suo mito. Sicuro, documentato, definitivo, e anche colto. La sua capacità retorica, innegabile, in certi passaggi è ormai portata ai limiti della perfezione. Chi lo ascoltasse per la prima volta – e non avesse una propria idea sull’argomento o una griglia di competenze – sarebbe quantomeno abbindolato dalla puntuta assertività delle sue certezze, dalla sua postura, e dalla sprezzante confutazione che lui sa esercitare magistralmente contro ogni posizione diversa dalla sua.
Prendiamo ora un Vannacci nella sua ipotetica versione migliore: quella rilassata e amabile, se mai ne esiste una, non quella a cui ci ha abituati con il coltello fra i denti. E proviamo a seguire – pur con qualche fatica – il filo logico delle sue teorie, cercando di cogliere la struttura interna dei suoi ragionamenti. Anche qui, più di qualcuno, o molti, potrebbero intravedere – proprio come accade con un intervento di Travaglio – la stessa coerenza interna che porta a riconoscersi in una data argomentazione. Questo, sia chiaro, indipendentemente dal fatto che l’argomentazione sia giusta o sbagliata. Qui non si tratta di giudicare nel merito le tesi dei due retori. Si tratta di riconoscere il modello di comunicazione: un registro narrativo, il tratto assertivo, la scelta del vocabolario, l’inclinazione della voce, l’uso dell’ironia o forse del sarcasmo, e così via. In una parola: l’efficacia della comunicazione.
L’impressione, insomma, ad ascoltare Travaglio e Vannacci – così come decine/centinaia di proxy – è che entrambi padroneggino le argomentazioni proposte senza lasciare un minimo spazio al dubbio, e anzi attacchino con dovizia di particolari chi non dovesse condividere il loro percorso. Eppure, sono due figure diverse – chiunque lo potrebbe constatare – anche per il ruolo che ricoprono: uno fa il giornalista, a metà fra la star e il guru; l’altro l’aspirante politico. Ma il modello di comunicazione proposto – ripeto: non gli argomenti – si regge a grandi linee sulle stesse certezze statiche. Ed è paradossale scoprire che due figure così distanti per cultura, formazione, retroterra, frequentazioni, possano almeno condividere la chiave del loro successo.
Non serve certo chiarire come il vecchio pupillo di Indro Montanelli sia diverso – quasi opposto – rispetto al generale cresciuto negli ambienti militareschi, nelle caserme. Ma allora, che cos’è che li rende – nella percezione – così simili? Entrambi hanno un’idea della realtà già scritta – se non in un copione, in un canovaccio ben rimpolpato – che deve necessariamente combaciare con la propria opinione. Pena: non solo il ridimensionamento della loro aura, ma l’essenza stessa dei personaggi che incarnano.
Cosa non abbiamo capito noi, che loro invece hanno compreso appieno?
Hanno capito che la polarizzazione del dibattito – che segue quella della politica, sempre più estremizzata – richiede una scelta netta: quella di schierarsi a favore o contro una linea capace di costruire una visione del mondo coerente, stabile, rassicurante, che confermi e rafforzi i propri valori. Una volta poi scelto il campo di battaglia, basta selezionare i fatti che sostengono quella visione, scartando tutto il resto. E il gioco è fatto.
In questo, i due mattatori si rivelano – in modi e tempi diversi – campioni della polarizzazione.
Da lì, credo, si può partire per un discorso sulla comunicazione che tenga conto di almeno due approcci diversi: la visione statica e quella dinamica. La visione statica, che Travaglio e Vannacci (e molti altri comunicatori, politici, intellettuali) condividono, ha una sola tesi da dimostrare: quella già nota, fondata su una verità data per assodata. Chi la adotta pretende di sapere sempre come vanno le cose, chi le muove e perché debbano andare in un certo modo. Il loro strumento principale è la selettività delle informazioni: semplice come bere un bicchiere d’acqua. Basta scegliere e incardinare il discorso sui dati che confermano la loro tesi. E quando emergono incongruenze, ecco che si opera uno “switch” affidandosi – a tinte forti – a una massiccia dose d’ironia, ribaltando le carte come un prestigiatore con un colpo di mano. In questa visione, quella statica, non si perde mai. Perché chi ne usa gli strumenti non contempla mai una sconfitta. È il destino degli “statici”: quello di non poter mai tornare indietro. Per questo, nel tempo, non bisogna aspettarsi da questo tipo di comunicatori frenate né deviazioni, quasi mai ripensamenti e, ovviamente, nessuna ammissione di errore. Vi torna?
La visione dinamica è invece l’esatto opposto della statica. È critica, attraversata dai dubbi, sempre in movimento. Non osserva schemi rigidi: parte da ciò che c’è, si fa largo tra una miriade di variabili e spesso – se non sostenuta con una certa verve – finisce in un vicolo cieco. Perché il dubbio, o la prudenza, spesso impediscono la risolutezza nel giudizio e nell’agire. E qui sta la differenza principale fra le due visioni: gli statici cercano e trovano sempre conferme, convincendosi – quasi per statuto interno – di avere sempre ragione e di essere sempre dalla parte giusta; i dinamici, invece, partendo da concatenazioni farraginose, sono così impegnati a verificare che ogni dettaglio combaci con il tutto, da perdersi irrimediabilmente nel labirinto del dubbio.
Ovviamente, è una semplificazione. Ma rende l’idea di due modi opposti di stare nella comunicazione. Ognuno di noi può riconoscersi, nelle proprie occasioni pubbliche o nella vita vissuta, in una delle due squadre.
Per chi fa comunicazione o politica, però, una volta imboccata una visione è difficile tornare indietro: pena la coerenza di fronte all’elettore o al lettore. E forse è anche per questo che chi appartiene ai prudenti dinamici finisce per sposare il dubbio e l’incertezza, avanzando pochissimo; mentre chi applica la visione statica è costretto, ahimè, a spararla ogni volta un po’ più grossa, arrivando a mirabolanti voli pindarici per giustificare anche l’ingiustificabile. Perché quello è il campo che si è scelto.
C’è però un punto da chiarire. Qui non si giudica la buona o la cattiva fede di nessuno. Non dobbiamo pensare che Di Battista, quando parla di Israele o Cuba, menta a sé stesso o agli altri. Così come non dobbiamo pensare che Conte, per le sue posizioni sulla guerra in Ucraina, sia necessariamente amico di Putin o finanziato da Mosca. La questione è più sottile: si tratta di adattare ogni volta il modello scelto – in questo caso, il “no alla guerra” – a ogni singola circostanza. Si tratta, cioè, di far coincidere le proprie griglie con una realtà che, a volte, è più complessa di quanto si sia semplificato.
L’argomento “pacifismo” spiega perfettamente questa impasse.
Chiunque sano di mente non può che volere la pace. La pace, dunque, dovrebbe essere il principio guida di ogni popolo e di ogni Stato. Per gli statici, però, che applicano “a freddo” i principi alle situazioni, qualsiasi tentativo di difesa – anche il più legittimo, persino di fronte a un’aggressione – è da condannare. Per loro il pacifismo teorico viene prima di tutto. Anche prima delle bombe che cadono sulla testa. Difendersi, a loro dire, sarebbe l’inizio di una faida infinita, destinata a generare altre morti e ulteriore distruzione. E l’Ucraina? “Peggio per lei.” Per i pacifisti, nudi e crudi, la regola va applicata a freddo, sempre e comunque. Certo, bisognerebbe chiedere a questi pacifisti cosa ne sarebbe stata della democrazia in Italia senza i partigiani, costretti a combattere la guerra per la loro e la nostra libertà. Ma questa è un’obiezione fin troppo scontata. Quel che è certo è che il pacifismo è un valore che deve guidare la vita politica; senza che però questo significhi – fra le altre cose – una passiva accettazione delle “ragionevolissime condizioni di Putin”, come ho sentito ribadire recentemente da Ginevra Bompiani sul palco dell’evento Nova dei 5 Stelle.
Ed eccoci al capolinea: per gli statici, tutte le posizioni che non siano una resa incondizionata sono guerrafondaie. Lo si sente e lo si legge ovunque, attraverso i loro canali, da sinistra come da una certa destra interessata.
I dinamici, quelli possibilisti, magari pieni di occhiaie, brufoli e dubbi, verrebbero invece additati come la peste. Per molti, la pace non ha sfumature né deve portarsi strascichi. Così anche chi desidera una pace giusta, seria e duratura – ipotizzando congelamenti del fronte o compromessi ragionati – viene bollato come un perfetto guerrafondaio. Non si scappa. E non è una postura che riguarda solo Travaglio e Vannacci, di cui mi sono occupato all’inizio. Gli statici “per vocazione” sono ormai tanti: occupano un’area precisa del giornalismo italiano, alcuni grandi intellettuali di sinistra che stimo (dal filologo Luciano Canfora, allo storico Alessandro Barbero), professori universitari assurti al dibattito pubblico come nuovi maîtres à penser di un radicalismo sinistrorso, come Tomaso Montanari. Non solo nell’orbita del Movimento 5 Stelle o AVS, ma anche fra i dem del PD, o anche in ambienti woke della sinistra progressista.
Il meccanismo statico, in realtà, non ha bandiera. E soprattutto, può essere riempito di qualsiasi contenuto, persino del suo contrario: il bellicismo guerrafondaio. Quello, ad esempio, di una certa destra sovranista e interventista, abituata – per tornaconti personali – ad attribuire i mali del mondo all’immigrazione incontrollata, con i MAGA di Trump che – attraverso l’ICE – hanno dato rivoltanti esempi di “pulizia” del mondo dagli immigrati. Il dispositivo in fondo è sempre lo stesso: l’importante è dare l’idea di dominare l’argomento con la forza della ragione, mostrare di avere le idee chiare, farsi apprezzare per la coerenza – anche quando tutto rischia di sembrare ridicolo. Vedi la scuola Trump, per citare il caso più clamoroso. La sicurezza, il modo in cui si racconta, paga sempre in questi casi. Ed è davvero impressionante scoprire fin dove siano disposti a spingersi i loro difensori più accaniti. È anche per questo che molti politici o comunicatori costruiscono abilmente le loro fortune sugli atteggiamenti o sulle idee più radicali.
Molte ospitate televisive e molte copie di giornali, ad esempio, si reggono proprio sulle loro voci riconoscibili e sulle posture polarizzate. È più facile trovare spazio quando si è facilmente identificati da lettori e spettatori. Chi ha un dogma da difendere fa audience, indipendentemente da ciò che dice. Nella storia della televisione italiana ci sono stati comunicatori che, al di là delle loro posizioni estremiste, sono diventati icone – nel bene e nel male – dell’estremizzazione. Il professor Orsini, recentemente, con le sue nette posizioni pro Russia, è uno di questi esempi. E ad ascoltarlo, ammetto che spesso si finisce per credere davvero a ciò che sostiene: più che altro per la convinzione e la variegata narrativa che propone. È lì che scatta l’identificazione dello spettatore in cerca di una verità. Avere colpevoli chiari e fatti della storia ben ordinati è rassicurante. Rifugiarsi in tesi preconfezionate – meglio ancora se “alternative” – sembra quasi un sollievo.
E così, sui social incontrollati, attecchiscono anche le idee più bizzarre: Zelensky è un ebreo ladro, tutti gli ucraini sono nazisti, i russi vogliono “denazificare”, e così via. Chi invece cerca di argomentare, mettendo sul piatto il rigore della ricerca, la prova, l’evidenza dei fatti, instillando il dubbio su un procedimento o la fallacia di un’argomentazione, non solo è destinato a sgomitare per trovare spazio, ma spesso è costretto a soccombere di fronte a chi ha le carte in ordine e le risposte pronte da servire.
Ecco perché, in questi tempi incredibili, dove la narrazione vince sulla verità, bisognerebbe incoraggiare e lodare cronisti e intellettuali che applicano con rigore etico il dubbio metodico. I latini dicevano in medio stat virtus, e mai come oggi – in tempi così polarizzati, fatti di posizioni radicali – chi sceglie di stare al centro, non politico ma nell’equilibrio delle cose, con la mente aperta, sposando il dubbio come metodo e applicando correzioni quotidiane, pur trovandosi nella posizione più scomoda, è quello che riesce ad avere la visuale più aperta sulla realtà.
L’alieno dell’inizio, ascoltando Travaglio, avrebbe trovato il suo mito. Mentre magari, ascoltando uno che dice “forse mi sbaglio“, avrebbe annotato un’anomalia di sistema. E chissà, che, in un mondo sempre più in mano all’AI, non sia proprio questa la nuova frontiera dell’uomo: trovare il coraggio di ammettere di essere placidamente fallibile. E godere di questo privilegio.
PS: Ringrazio Ermanno Ferretti, le cui lezioni e i cui scritti hanno ispirato questo articolo
“E l’Ucraina? “Peggio per lei.”
“la regola va applicata a freddo, sempre e comunque”
“cosa ne sarebbe stata della democrazia in Italia senza i partigiani”
“tutte le posizioni che non siano una resa incondizionata sono guerrafondaie”
No, queste sono fesserie per etichettare come menefreghisti chiunque non sia d’accordo col continuare sulla stessa strada FALLIMENTARE che da 4 anni e 1/2 abbiamo intrapreso.
Se poi ci si convince che Putin voglia tutta l’Ucraina, impossibile da controllare, può sembrare che l’Ucraina stia vincendo o almeno resistendo. Ma è un’illusione che si basa sull’aver dato un obiettivo non raggiunto come lo scopo dell’invasione.
Ragionando così, se tutta l’Ucraina venisse effettivamente conquistata, potremmo poi dire che in realtà Putin volesse tutta l’Europa ma lo abbiamo fermato. E se conquistasse l’Europa, potremmo dire che in realtà voleva tutto il mondo. Alzare l’asticella del presunto obbiettivo di Putin serve solo a nascondere il fallimento.
Senza truppe Nato al fronte, con tutte le eventuali conseguenze del caso, non c’è verso di riprendere Crimea e Donbass.
Indipendentemente da chi siano i buoni e i cattivi oggi, ognuno la veda come vuole, resta il fatto che all’epoca i partigiani non hanno fatto tutto da soli, ma la guerra l’han fatta e vinta per il 99,99% sovietici e americani che, molto probabilmente, avrebbero cercato un accordo con Hitler se questo avesse avuto 6.000 testate atomiche che in confronto quelle sul Giappone parrebbero dei grossi petardi.
Non è uno sminuire i partigiani, ma il prendere atto della realtà che smonta il paragone retorico con l’esercito ucraino.
L’autore dell’articolo ignora o omette queste argomentazioni dei pacifisti?
"Mi piace""Mi piace"