Le società partecipate, seppur con modi diversi, rispondono alla volontà della premier. La leader passa all’incasso personale. La sintesi della sorella Arianna: «Grazie Giorgia»

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Con Silvio Berlusconi era il brianzolo “ghe pensi mi” a essere entrato nella mitologia della narrazione politica. Ai tempi di Giorgia Meloni il discorso può essere mutuato in un romanesco “ce penso io”. In ogni caso c’è una sola persona a prendere in mano i dossier, la presidente del Consiglio.

Né il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, né il ministro della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, hanno fatto qualcosa di concreto, al di là delle dichiarazioni di rito. Entrambi non pervenuti, nonostante siano i titolari delle politiche in materia di energia. Meloni ha dovuto così indossare i panni di Mr Wolf, riadattando il personaggio tarantiniano. Concetto sintetizzato dal post della sorella Arianna Meloni: «Grazie a Giorgia Meloni oggi arriva un altro risultato concreto per famiglie, imprese e lavoratori italiani». Manca poco al “meno male che Giorgia c’è”. Anche se la premier si schermisce e, da Praga, si limita a dire che il governo ha solo fatto «un appello per dare una mano alle famiglie e alle imprese».

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Amica Eni

Sta di fatto che, tra sostegno imprenditoriale dei manager confermati, accordi commerciali e partenariato militare, la premier ha fatto fruttare i rapporti cementati negli ultimi anni. Eni ha annunciato un ulteriore intervento, oltre al price cap sui carburanti, con un taglio del 30 per cento per gas ed elettricità. Una mossa a metà tra il politico, dando una mano al governo, e il commerciale per aumentare il parco clienti. Enel, a seguito della comunicazione di Eni, ha ricordato che pratica lo sconto del 50 per cento sul prezzo all’ingrosso da aprile scorso, poche settimane dopo la crescita delle tensioni geopolitiche.

A conferma che la questione politica si intreccia a una battaglia di mercato. Del resto Meloni aveva già portato a casa la terza adesione alla strategia dei prezzi calmierati, almeno negli annunci, del carburante, quella di Q8, la compagnia petrolifera del Kuwait. La premier muove così le proprie pedine personali per andare a dama.

Le società statali diventano il centro del suo potere. Non è l’Iri, perché i tempi sono cambiati. Ma resta fondamentale l’approccio della spa partecipate. Eni su tutte. Questo spiega la maniacale attenzione durante le fasi di nomina: Palazzo Chigi non ha voluto lasciare nulla al caso. Oggi passa all’incasso in termini di immagine.

Con l’Eni, appunto, ha avuto un gioco facile: l’amministratore delegato, Claudio Descalzi, è considerato una sorta di ministro-ombra (ma nemmeno troppo ombra) per l’impatto che ha sullo sviluppo economico e sull’approvvigionamento energetico. La vicinanza è storia nota, l’Eni funge da ambasciatrice del governo nei paesi che sono lo snodo più importante per l’energia. Si racconta che i contatti siano quasi quotidiani, soprattutto dopo l’aggravamento della crisi energetica. Oltre a una logica collaborazione tra una premier e un manager di un’azienda così importante, è cresciuta la stima reciproca. Non a caso la conferma di Descalzi non è mai stata messa in discussione nell’ultimo giro di nomine.

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Dal Nord Africa all’Asia, il sodalizio è inscalfibile. Fin dall’inizio del mandato sono stati numerosi i viaggi che hanno visto Meloni e Descalzi insieme: Algeria, Libia, Mozambico. Ma anche il progetto agri-feedstock in Kenya, rientrante nel Piano Mattei, è indicatore di un rapporto solido. Così qualche telefonata di Meloni è stata sufficiente per sbloccare la strategia del price cap alla pompa di benzina, seguita dalla riduzione delle tariffe per l’energia.

L’ad di Eni ha fatto una valutazione dei costi/benefici e ha dedotto che al prezzo di un piccolo sacrificio dei profitti, avrebbe consolidato l’immagine di una società-pilastro del sistema-paese. A trazione meloniana.

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Kuwait e Azerbaigian

Messo in cascina il patto con il colosso del cane a sei zampe, la premier – in solitaria – ha attivato i canali diplomatici, e soprattutto personali, con l’Azerbaigian, sede della Socar che controlla la Italiana petroli, nota con la sigla di Ip. La corsia preferenziale instaurata con il presidente Ilham Aliyev, presidente autoritario al comando del paese dal 2003, ha permesso di avviare la trattativa su buone basi. A maggio Meloni aveva siglato degli accordi proprio sull’acquisto di gas e petrolio da parte dell’Italia, garantendo un ampliamento della cooperazione.

Sul Kuwait, invece, ha avuto un ruolo, seppure indiretto, un altro gigante pubblico: Leonardo. Il governo italiano ha firmato un trattato di collaborazione militare con il paese arabo. Il documento è stato sottoscritto a inizio anno dall’esecutivo e ratificata dal Parlamento nelle scorse settimane. Italia e Kuwait potranno scambiare tra le varie cose, come si legge nel dossier della Camera, «bombe, mine (a esclusione delle mine anti-uomo), missili, siluri e relative apparecchiature di controllo», ma anche «carri armati e veicoli costruiti per uso militare; aerei ed elicotteri, e relativo equipaggiamento costruito per uso militare».

I confronti con i partner kuwaitiani sono partiti da una buona base. Meloni, così, può rivendicare il tampone dei costi del carburante. Anche se gli effetti sulle famiglie italiane, al momento, restano più nei comunicati stampa che nella realtà. Poco male. Meloni ha già incassato in termini di consenso.