“Il presidente segue il copione di un leader autoritario. Cerca di controllare gli strumenti di governo e istituzioni”. Parla l’ex numero uno dei servizi segreti statunitensi

(Manuela Cavalieri, Donatella Mulvoni – lespresso.it) – «Ho lavorato per sei presidenti. Non sempre ne ho condiviso le decisioni, ma ognuno di loro aveva un’integrità, una bussola etica che oggi mancano. Donald Trump non rispetta i limiti tradizionali che in passato hanno impedito ai presidenti di eccedere nell’esercizio della propria autorità». John Brennan ci parla dal suo studio. Ha lo sguardo ruvido di sempre, quello di chi ha fatto del rigore la sua cifra. Oltre trent’anni nella sicurezza nazionale, con leader democratici e repubblicani, fino a diventare numero uno della Cia dal 2013 al 2017 sotto l’amministrazione Obama. Per lui, oggi gli Stati Uniti guadano acque pericolose. Un giudizio condiviso dagli oltre 400 ex funzionari dell’intelligence e della sicurezza nazionale di The Steady State, la rete di resistenza civile nata nel 2016 che denuncia gli abusi e le forzature istituzionali del 45° e 47° presidente.

Brennan, intanto, è sotto indagine per il ruolo avuto nelle valutazioni sulle interferenze russe nelle elezioni del 2016. La considera ritorsione politica e ha appena chiesto a un giudice di preservare i documenti dell’inchiesta del Dipartimento di Giustizia, per poter dimostrare, in caso di incriminazione, che si tratta di un procedimento ad personam.

Brennan, cosa la preoccupa maggiormente di questa amministrazione?

«Donald Trump segue il copione di un leader autoritario. Cerca di controllare gli strumenti di governo e istituzioni come il Dipartimento di Giustizia, l’Fbi e la comunità dell’intelligence, nominando persone più leali a lui che al sistema di governo e ai nostri principi democratici».

Anche il Congresso non sta svolgendo il ruolo di controllo che gli spetta.

«Uno dei grandi tesori della nostra democrazia è il sistema di pesi e contrappesi tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario. Purtroppo, però, la maggioranza repubblicana in entrambe le Camere ha permesso al presidente di andare ben oltre quelli che tradizionalmente sono i poteri e le prerogative della presidenza. Nella guerra con l’Iran il Congresso non ha esercitato un vero controllo. Trump ha intimidito molti parlamentari e usa tutti i mezzi a sua disposizione, fino alle minacce politiche. Ha sostenuto candidati alle primarie contro esponenti che gli si erano opposti. Il Gop è molto diverso da quello che ho conosciuto servendo sotto tre presidenti repubblicani».

I tribunali sono l’ultimo freno al potere di Trump.

«La magistratura regge. Molti giudici, nominati da presidenti democratici e repubblicani, hanno dimostrato di saper opporsi. Il Congresso, a seconda delle midterm, può rimettersi in carreggiata. L’esecutivo, invece, finché Trump resterà alla Casa Bianca, continuerà a essere uno strumento del suo abuso di potere. La Corte Suprema, poi, è profondamente divisa politicamente e alcune sue decisioni hanno favorito Trump, consentendogli di esercitare il potere presidenziale con pressoché totale impunità».

A proposito di midterm, alcuni ex funzionari della sicurezza nazionale temono che il presidente possa ricorrere a poteri d’emergenza o alle agenzie federali.

«È una preoccupazione realistica. Lui stesso ha lasciato intendere che potrebbe ricorrere a misure estreme. Sosterrà di voler proteggere l’integrità delle elezioni, ma il vero obiettivo è tutelare i propri interessi e quelli del Partito. Sa che una vittoria democratica anche in una sola Camera complicherebbe seriamente la sua agenda e, per questo, farà tutto il possibile. Lo dimostra il sostegno al Save America Act (la proposta di legge che richiede una prova di cittadinanza per registrarsi al voto federale, un documento con foto identificativa al seggio e introduce forti limitazioni al voto per posta, ndr), insieme ad altre misure che renderebbero più difficile votare».

La democrazia di questo Paese è davvero in pericolo?

«Sì, abbiamo già visto l’erosione di alcuni principi fondamentali e l’incapacità del Congresso di adempiere ai propri obblighi. E ora, con le prossime elezioni, sono sotto pressione anche altri pilastri della democrazia, a cominciare dalla libertà di stampa. Trump ha fatto tutto il possibile per delegittimare i media».

Quando un presidente pretende fedeltà personale, quanto è difficile servire lo Stato e restare fedele alla Costituzione?

«Per alcuni opporsi è molto difficile. Io ho servito questo Paese per oltre 33 anni e, da ex direttore della Cia, sento il dovere di usare la mia voce. Sono figlio di un immigrato irlandese e mio padre mi ha insegnato a non dare mai per scontati la cittadinanza americana, i suoi diritti e le sue opportunità. Oggi sono sotto indagine da parte dell’amministrazione Trump e del Dipartimento di Giustizia e ho dovuto procurarmi degli avvocati, ma se vedo qualcosa che ritengo sbagliato ne parlo. Il presidente non è al di sopra delle critiche».

Alla luce di quello che le sta accadendo, che messaggio dà a chi oggi serve nelle istituzioni?

«Chi lavora nel governo deve seguire direttive e ordini, ma ciascuno deve decidere se può continuare a svolgere il proprio ruolo con integrità. Se gli viene chiesto di fare qualcosa di non etico, improprio o illegale, ha il dovere di parlare o di lasciare il proprio incarico».

Qual è la linea rossa oltre la quale non parleremmo più di erosione democratica, ma di un cambiamento del sistema di governo?

«Le elezioni di novembre saranno un banco di prova. Se Trump ricorresse a poteri d’emergenza o aumentasse l’intervento del governo federale, sarebbe molto grave. Di solito temiamo interferenze straniere; questa volta il rischio è interno, da parte di un presidente che il 6 gennaio 2021 incoraggiò un tentativo di insurrezione e un assalto al Campidoglio».

Gli americani si stanno abituando a comportamenti che fino a pochi anni fa sarebbero stati inaccettabili.

«Il Partito repubblicano ha normalizzato le parole e i comportamenti di Trump, abbassando gli standard di civiltà e decenza e la soglia di ciò che consideriamo politicamente accettabile. È una dinamica pericolosa. Continuiamo a scendere sempre più in basso. Mi preoccupa non solo il resto della presidenza, ma guardo al futuro, per capire se riusciremo a tornare alla civiltà e a quei principi democratici che, credo, hanno mantenuto forte non solo questo Paese, ma anche la pace e la sicurezza internazionale dalla Seconda guerra mondiale in poi».

Ormai sembrano normali persino gli attentati al presidente. Da uomo dell’intelligence, come lo spiega?

«Qualsiasi tentativo di fare del male al presidente è riprovevole. La forte polarizzazione del Paese ha alimentato estremismi su entrambi i fronti. Il Secret Service deve fare tutto il possibile per prevenire la violenza, ma anche i leader hanno una responsabilità. Quando usano un linguaggio indegno della carica, possono alimentare posizioni radicali e spingere alcune persone verso gesti estremi».

Quanto tempo servirà per ricucire le ferite?

«Parecchio. Se i Democratici torneranno al potere al Congresso o alla Casa Bianca, spero non imbocchino la strada delle ritorsioni. Gli Stati Uniti hanno bisogno di due partiti capaci di tornare a lavorare insieme: un tempo si scontravano duramente, ma poi cercavano un compromesso».

Se la democrazia si indebolisce negli Stati Uniti, si possono legittimare derive autoritarie altrove?

«Gli Stati Uniti sono la democrazia più antica al mondo e per generazioni sono stati la “città splendente sulla collina”. I fondatori ebbero la lungimiranza di costruire un governo rappresentativo del popolo e dei suoi valori. Se cittadini e leader stranieri vedono quei principi indebolirsi, possono pensare che l’autoritarismo abbia dei vantaggi. Per questo ciò che accade qui ha conseguenze globali. E non riguarda solo la democrazia interna. Penso alla guerra insensata con l’Iran, ai dazi e all’uso della forza economica, finanziaria, politica e militare per perseguire i propri interessi a scapito degli altri».