Il passato coloniale d’Italia. Costellato di crimini e soprusi. Il Museo delle Civiltà a Roma affronta l’impresa di raccontarlo in modo inclusivo, non razzista. Aprendo alle culture degli altri

(Paola Caridi – lespresso.it) – Hanno la montatura tonda, le lenti grandi, e le aste che si curvano a cerchio per poter rimanere ferme dietro le orecchie. Una delle due lenti è scheggiata a metà, ed è lì, in quel taglio, il senso del tempo trascorso. Un secolo, anzi, un po’ di più, è l’età di un paio d’occhiali che ha segnato la storia del colonialismo italiano in Libia. L’astuccio di pelle nera porta inciso il nome dell’ottico, Maroun Ayac, di Alessandria d’Egitto.
Gli occhiali da sole sono il trofeo di guerra (massacri e colonialismo, per dirla in modo più corretto) che il gerarca fascista Rodolfo Graziani porta con sé, di ritorno a Roma, subito dopo aver fatto impiccare Omar al Mukhtar nel 1931. Erano suoi gli occhiali da sole. Suoi, del Leone del Deserto, il più determinato partigiano e resistente libico che si oppose all’occupazione e alla repressione, alla guerra italo-turca del 1911 e soprattutto a quella fascista. Un mito, per l’intero mondo arabo che gli ha dedicato monumenti e strade, anche a Gaza. E tante parole e memorie.
Ora i suoi occhiali sono conservati con cura nei depositi del Museo delle Civiltà di Roma. Sono depositi che conducono, sui larghi scaffali di metallo, attraverso il nostro passato coloniale, un contenitore speciale di storia, cultura, materia altrui, trafugata e portata in Italia. Con un obiettivo difficile: risignificare tutto ciò che gli scaffali contengono. Decolonizzarli. Guardarli con altri occhi, riscrivere la vera storia di oggetti e quadri, sementi e vestiti, vasi e artigianato.
A dire il vero Rodolfo Graziani, il gerarca responsabile dei massacri compiuti dagli italiani in Libia e in Etiopia, ne aveva portato due paia, di occhiali di Omar al Mukhtar, uno da vista e l’altro da sole. Dopo la seconda guerra mondiale e la fine della nostra cosiddetta impresa coloniale, l’Italia accetta di restituire alla Libia indipendente il simbolo della sua resistenza, gli occhiali di Omar al Mukhtar. Un solo paio, le lenti da vista, immortalate non casualmente nel film più censurato della storia cinematografica italiana. “Il Leone del deserto”, appunto, la pellicola girata dal regista siriano Mustapha al Akkad esattamente mezzo secolo dopo l’impiccagione di Omar al Mukhtar. Un lungo, impietoso e continuo atto d’accusa alla nostra violenza.
Per i libici, soprattutto per loro, quegli occhiali hanno una portata simbolica chiara. Enorme. Sono una reliquia laica, e raccontano la dignità di un uomo che aveva incarnato la resistenza contro l’occupante, tanto da divenire l’eroe anticoloniale per un gran pezzo del “Sud del mondo”. Quegli occhiali sono tra le poche cose che l’Italia ha restituito ai popoli che ha colonizzato. Tra le rarissime restituzioni, la più pesante, in tutti i sensi, è tornata alla sua terra – l’Etiopia – solo nel 2005. Sono le 160 tonnellate della stele di 24 metri proveniente dalla piana di Axum, trafugata quasi novant’anni fa dalle truppe italiane in Etiopia, trasportata con difficoltà sino a Napoli. E poi rimessa in piedi a Roma a piazza di Porta Capena, a due passi dal Circo Massimo e dal Palatino: nell’ottobre del 1937 il regime fascista voleva celebrare il primo anno dell’impero proprio con la stele di Axum. L’avevano collocata di fronte all’edificio che doveva essere il ministero delle colonie e che, nel dopoguerra, è divenuto la sede della Fao, l’agenzia dell’Onu che ha uno dei suoi puntelli principali proprio nel continente africano.
Il Museo delle Civiltà, il Muciv, non è poi così lontano dal palazzo della Fao e da quell’assenza che ormai non si sente più tanto. La stele di Axum non c’è più lì da oltre vent’anni. In pochi si ricordano, ormai, di quello strano “obelisco” divenuto una sorta di arredo urbano accanto al quale passare in macchina con l’indifferenza di chi ignora la storia. E anche il Museo delle Civiltà è parte di una geografia romana segnata dai resti architettonici del ventennio mussoliniano, nel cuore di quella vetrina tardo-fascista che fu l’Eur. Per i romani di alcune generazioni, il Muciv è là dov’era “Il Pigorini”, il museo etnografico preistorico che bambini e bambine delle elementari dovevano visitare nelle prime gite scolastiche. Nei ricordi di molti ex bambini, rimangono ancora impressi gli scalpi, le testine di uomini privati del teschio delle collezioni amerinde. Ora non sono più esposti, per fortuna, proprio per quel lavoro di revisione, di un nuovo senso da dare a un museo che contiene le culture degli altri. Brani di culture spesso giunti a Roma come bottino di guerre e repressioni, o di esplorazioni etnografiche e missioni archeologiche al servizio di una politica nazionale di potenza.
Ora, per così dire, al posto del Pigorini c’è un museo che contiene capitoli interi del racconto del mondo. All’interno del Museo delle Civiltà, (ri)nominato nel 2016, ci sono il Pigorini e il Fondo Tucci, il museo dell’Alto Medioevo e quello delle Arti e Tradizioni Popolari. E ci sono i dodicimila oggetti – occhiali di Omar al Mukhtar compresi – che facevano parte del museo coloniale sotto tutti i nomi e le forme che ha avuto. L’idea l’ha espressa alcuni anni fa Andrea Viliani, il direttore che ha strutturato il Muciv e lo ha traghettato verso un modo completamente diverso di concepire lo sguardo su noi e il mondo. «Il museo deve dire le storie di come gli esseri umani si sono messi in relazione gli uni con gli altri», aveva detto Viliani alla stampa straniera che guardava al museo di Roma come a un modello da seguire. «Lo hanno fatto talvolta con rispetto, altre volte assolutamente senza rispetto, in maniera violenta, e in modi autodistruttivi per la società e per il Pianeta». Un museo inclusivo, rispettoso, contro ogni forma di razzismo, in sintesi.
Come raccontare, però, lo sguardo passato e, contemporaneamente, chiedere ai colonizzati, agli oppressi di allora di aiutarci a riscrivere una storia? È un lavoro continuo e infinito, sempre per approssimazione, in cui per prima cosa bisogna costruire una lingua nuova che provi a spiegare tutto. Tutto il passato e tutto il nuovo. La colonizzazione, l’occupazione e le guerre, e anzitutto il razzismo. È un’impresa enorme, e allo stesso tempo affascinante, quella che stanno conducendo dentro il Museo delle Civiltà. È cominciato tutto, appunto, sotto la direzione di Andrea Viliani, che ha portato i pezzi museali della nostra storia coloniale non solo sotto un unico ombrello, dentro un’unica casa. Ne ha costruito la casa, che ora però non ha più in Viliani l’architetto e il coordinatore. Il suo mandato di direttore non è stato rinnovato dal ministro Alessandro Giuli. Viliani è da pochissimo alla Triennale di Milano. E al Museo delle Civiltà c’è una direttrice delegata, Luana Toniolo, mentre per gli spazi enormi del Muciv si avverte la speranza implicita che la prossima direzione continui su un solco ormai decennale. E sostanzialmente irreversibile.
In questi ultimi tre anni, il lavoro si è infatti consolidato con due esposizioni speciali, in attesa di una terza puntata. È denominato il “museo delle opacità”, e mette in pratica una modalità descritta da Edouard Glissànt. L’“opacità” è una specie di spazio di condivisione che consente ai diversi protagonisti della storia coloniale di esserci, e mettere insieme le narrazioni. Nel primo capitolo del 2023, per esempio, gli occhiali di Omar al Mukhtar erano esposti in una teca che conteneva il lavoro di un’artista contemporanea, l’egiziana Malak Yacout. E nel secondo capitolo, incentrato sul non-umano, sulla botanica coloniale e sul rapporto con economia e agricoltura del colonizzatore italiano, è ancora una volta l’arte contemporanea a cercare di riscrivere il racconto. Grazie ai salti nell’abisso e nel profondo che solo l’immaginazione consente di fare, mostrando la realtà con una trasparenza inattesa. È il gioco che rende unica la strada intrapresa dal Muciv. Per il museo delle opacità, è successo grazie all’interazione tra Gaia Delpino, Rosa Anna Di Lella, Matteo Lucchetti, che hanno messo assieme sguardi e specializzazioni diverse per trasformare lo sguardo dei visitatori.
La scommessa prima, in fondo, è liberare gli oggetti, le collezioni, le cose da un razzismo imposto. E poi liberare noi, i fruitori. Ci sono oggetti, per esempio, che sono un vero e proprio antidoto al razzismo. I calchi dei visi di persone colonizzate. Li imponeva Livio Cipriani, etnografo e soprattutto l’esponente di una definizione razziale degli esseri umani. Costringeva le persone a subire una vera e propria violenza: un calco di gesso imposto sul viso, con cannule nelle narici per poter respirare. Si faceva anche fotografare accanto a chi subiva violenza. E poi i calchi venivano colorati ed esposti per definire la via del colore, i neri separati dai bianchi e mostrati come la dimostrazione di una superiorità senza remore. Cipriani era uno dei firmatari dell’abominevole Manifesto della Razza del 1938, nonché figura di spicco della Difesa della Razza, la rivista di riferimento del fascismo di fine anni Trenta, di cui era segretario di redazione Giorgio Almirante. Anche quei calchi sono conservati con cura nei depositi del Muciv. Non vengono esposti, per rispetto delle persone che hanno subìto una simile violenza e per il messaggio che contengono. Sarebbero però, allo stesso tempo, l’antidoto al razzismo e alle sue derive di oggi. Un antidoto necessario, ogni giorno che passa. Come lo è la conoscenza di quello che di feroce e terribile abbiamo fatto, tra Libia e Corno d’Africa.

Gli abitanti nativi della Libia, diversamente da quelli di Eritrea, Abissinia ( come si diceva allora) e Somalia erano ” cittadini italiani libici “
Il superfascista I.Balbo, confinato come Governatore della Libia dal duce, invidioso dei suoi successi aeronautici, fece costruire la tuttora esistente via Balbia dal confine della Tunisia a quello dell’Egitto – migliaia di km. Meglio sarebbe stato spendere quel denaro per costruire strade nel nostro Mezzogiorno.
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