Il Nobel per la fisica: “Il problema non è avere l’energia, ma la capacità di immagazzinarla”

(Gabriele Beccaria – lastampa.it) – Il Premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi ha molti dubbi sul ritorno dell’Italia al nucleare. È l’energia solare, secondo lui, la soluzione vincente. Che al momento non cogliamo, perché non l’abbiamo davvero capita.
Professore, il nucleare è un’opportunità o un problema?
«Può essere un’opportunità, se si pensa ai reattori di quarta generazione, ma di questi abbiamo soltanto dei prototipi e non abbiamo un’idea precisa di quando saranno disponibili e di quanto possano costare, né se funzioneranno: sappiamo che, comunque, sono da preferire, perché utilizzano neutroni veloci e hanno l’enorme vantaggio di poter “bruciare” come combustibile il plutonio e parte delle scorie a più lunga vita, riducendo così il volume e la pericolosità dei rifiuti radioattivi. Questa via è stata sperimentata su scala industriale, con il progetto Superphénix, e però il reattore ha avuto una serie di incidenti ed è stato necessario chiuderlo trent’anni fa».
Neutroni veloci, ma poco veloci per le nostre esigenze sempre più impellenti?
«È così. Quanto ai mini-reattori, i cosiddetti reattori modulari, li conosciamo meglio perché si basano sostanzialmente sulla tecnologia di terza generazione, ma il problema c’è e sono i costi: questi impianti sono troppo cari e, quindi, oggi non li vedo come una soluzione alternativa».
Qual è la sua proposta alternativa?
«Possiamo produrre praticamente tutta l’energia che vogliamo con il solare. Al momento la Cina produce i pannelli solari ai costi più bassi, però non è detto che l’Italia e gli altri Paesi europei non possano mettersi a costruirli. I prezzi stanno via via calando, mentre l’energia ottenuta dal nucleare costa almeno tre volte tanto».
Il solare, tuttavia, non è di facile gestione: come si risolve il gap di produzione tra giorno e notte?
«Il problema non è avere l’energia in generale, è averla nelle ore giuste della giornata e, quindi, poterla immagazzinare: oggi si stanno sviluppando nuovi tipi di batterie di accumulo, a costi sempre più bassi».
Intanto, però, ci ritroviamo in un difficile periodo di transizione: come lo si affronta?
«In Italia abbiamo a disposizione una serie di risorse che stiamo sfruttando relativamente poco: per esempio, il geotermico e anche l’idroelettrico, grazie alle dighe. In un caso e nell’altro possono funzionare al massimo quando c’è richiesta e, quindi, come infrastrutture di accumulo».
Che ruolo ha l’Europa nello sforzo di mettere a punto la propria «sicurezza energetica»?
«È un lavoro eccezionale e si può fare: uno dei vantaggi dell’Ue è proprio quello di dividersi i compiti e di integrarsi: ogni Paese deve muoversi nella direzione che gli è più congeniale. L’Italia con il geotermico, prima di tutto, la Francia proseguendo con il nucleare: non ha aree vulcaniche e dispone di molte zone con bassa densità di popolazione, mentre l’Italia ne ha pochissime con tutti i requisiti necessari per la costruzione delle centrali. Senza dimenticare un altro fatto: oggi non ha molto senso che la Germania abbia una quantità di solare molto superiore alla nostra, pur avendo meno ore di Sole, mentre l’Italia sta puntando sul nucleare. Ripeto: abbiamo enormi potenzialità sul solare e non le stiamo sfruttando. Basterebbe cominciare con i pannelli da installare sui tetti di tanti palazzi di Roma».

Crede sia possibile avviare un piano realistico ed efficace?
«Non è complicato. Penso si debba ridurre la burocrazia necessaria per realizzare gli impianti, sia piccoli sia grandi. E poi penso alla creazione di un’agenzia, che funzioni a livello regionale e comunale e che si occupi dei contratti e dei costi: così si semplificherà la vita dei cittadini, che pagheranno ciò che devono pagare, senza l’incubo di districarsi tra proposte e offerte in perenne contrasto tra loro».
Addio al nucleare, quindi?
«Al momento è troppo caro. Quando, in futuro, si realizzeranno reattori commerciali di quarta generazione, allora, finalmente, si avrà una valutazione chiara di quanto costano e del valore del loro ciclo integrato. Così si potrà cominciare a discuterne seriamente, ma prima di vent’anni anni non se ne parla. L’ulteriore considerazione da fare adesso è un’altra: sono oltre dieci anni che, con diversi esperti, tra cui il compianto Massimo Scalia, sostengo che il governo debba impegnarsi a costruire un deposito nazionale di scorie nucleari. Il motivo è che i depositi attuali sono temporanei e sparsi sul territorio, con standard di sicurezza inferiori, mentre abbiamo una costante produzione di scorie, dall’industria fino agli ospedali. Purtroppo, si continua a non decidere dove localizzare questo centro».
Quanto è grave la nostra attuale situazione energetica?
«Il punto è che cosa fare nei prossimi cinque-dieci anni, perché, come abbiamo visto, se continuiamo a basarci su petrolio, gas e carbone i costi rappresentano variabili assolutamente imprevedibili. Se ci baseremo sul solare, invece, diventeremo un Paese sempre più resistente agli shock esterni e all’incertezza. Dobbiamo fare questa transizione il più velocemente possibile, cominciando dagli aspetti legislativi. Ecco perché il Parlamento, il governo e le varie istituzioni devono agire».
A proposito di spazi idonei, c’è chi teme danni paesaggistici e ambientali da un ricorso eccessivo al solare: lei che cosa risponde?
«È estremamente interessante che si trascuri un fatto: è possibile far convivere l’agricoltura con il solare e, anzi, in una situazione in cui aumentano le temperature e gli eventi estremi, i pannelli solari, installati a una certa altezza dal suolo, tendono anche a proteggere le coltivazioni e a migliorare la resa dei prodotti».
Intervista molto interessante; se non altro perchè non è intrisa di ideologia.
La domanda cruciale è: cosa fare nei prossimi 5 o 10 anni?
Su questa domanda convergono due aspetti fortemente interconnessi tra loro: produzione ed accumulo.
Il nucleare in Italia presenta problemi che Parisi non cita: è un paese densamente popolato, a rischio sismico e idrogeologico ed inoltre manca dell’accettazione della popolazione.
Il problema non è solo se installare un reattore tradizionale o un SMR, ma riusciamo a trovare dieci comunità locali disposte ad accettarlo e a mantenerne il consenso per i successivi cinquant’anni?
La storia dei termovalorizzatori o dei parchi eolici dovrebbe essere un campanello dall’allarme per chi non vuole affrontare l’argomento in modo semplicistico.
Il geotermico che Parisi propone come risolutorio non è tale; c’è una buona produzione in Toscana, può essere implementata ma non è sufficiente in nessun modo a coprire il fabbisogno energetico dell’Italia.
L’idroelettrico purtroppo in Italia è saturo, si possono migliorare gli impianti esistenti, ma non c’è praticamente più posto per fare nuove dighe, quel che è ancora disponibile darebbe rese basse.
Il solare è certamente la fonte più valida, specie per un paese come l’Italia e Parisi pone il tema nel modo corretto: mettiamo i pannelli sui tetti di Roma; vuol dire installiamo i pannelli senza ulteriore consumo di suolo; usiamo l’agrivoltaico.
Soluzioni che sulla carta funzionano, ma il solare necessita di accumuli e li il rischio è di passare dalla dipendenza dal gas a quella dei materiali per creare gli accumuli: litio, grafite (vero Vlad?) terre rare, nichel, cobalto.
Un conto è parlare di fotovoltaico coi regimi di crescita attuali, altro è pensare al fotovoltaico visto in un piano su vasta scala a livello europeo.
Proprio la dipendenza dai materiali di cui la Cina controlla la filiera hanno evidenziato i limiti del piano per la transizione energetica proposta dalla UE.
Abbiamo il cuoco, la cucina, il gas; manca la pasta.
Forse per questo conviene al momento basarsi su un mix energetico.
La tecnologia è in continua evoluzione, ogni scelta presenta dei trade-off, almeno al momento; quindi va bene scegliere anche il green, ma con un piano realmente tecnico e non politico come fatto da VdL che, circondata da geometri e muratori in caschetto lucido e panni puliti, annunciava: costruiamo il palazzo, dimenticandosi che non aveva il cemento.
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La storia del solare termodinamico italiano è un esempio di straordinaria innovazione scientifica che, a causa di rallentamenti burocratici e industriali interni, ha finito per trovare terreno fertile all’estero.
La soluzione di Carlo Rubbia: il solare a sali fusi
Nei primi anni 2000, il Premio Nobel Carlo Rubbia (all’epoca presidente dell’ENEA) sviluppò il Solare Termodinamico a Concentrazione (CSP) ad alta temperatura. La grande innovazione consisteva nel sostituire il tradizionale olio diatermico (infiammabile e limitato a 390 °C) con una miscela di sali fusi composta da nitrato di potassio e nitrato di sodio (comunemente usati come fertilizzanti).
I vantaggi chiave di questa tecnologia includono:
L’ostacolo e l’impossibilità in Italia
Nonostante i test di successo, Rubbia si scontrò con una fittissima rete burocratica, veti ambientali e resistenze politiche e industriali. L’Enel e i governi dell’epoca rallentarono i progetti per anni.
In Italia si riuscì a realizzare unicamente il Progetto Archimede nel 2010 a Priolo Gargallo (Siracusa). Si trattava però solo di un modulo sperimentale integrato a una preesistente centrale a gas, e non di una centrale indipendente su vasta scala.
Amareggiato dall’ostruzionismo e dalla mancanza di investimenti nel proprio Paese, Rubbia diede le dimissioni dall’ENEA e decise di esportare la sua tecnologia all’estero.
Il successo in Spagna
A differenza dell’Italia, la Spagna intuì subito il potenziale della tecnologia e varò un piano di incentivi estremamente favorevole. Nel giro di pochi anni, il Paese iberico ha costruito decine di impianti a concentrazione solare (diventando leader mondiale del settore).
Il nucleo iniziale di questo sviluppo ha visto la realizzazione di circa 27-30 centrali commerciali su larga scala (come le celebri piattaforme di Andasol e Gemasolar in Andalusia), molte delle quali sfruttano proprio i principi dell’accumulo termico ideati dallo scienziato italiano.
Il brevetto italiano delle parabole e il trasferimento in Cina
La tecnologia di Rubbia richiedeva componenti industriali uniche: i tubi ricevitori sottovuoto, posizionati nel fuoco dei collettori parabolici per assorbire il calore. L’eccellenza industriale italiana in questo campo era rappresentata dalla ditta Archimede Solar Energy (ASE) di Massa Martana (Perugia), nata dall’iniziativa del gruppo Angelantoni. L’azienda deteneva la licenza commerciale esclusiva dei brevetti ENEA per produrre questi tubi speciali ad altissima tecnologia.
A causa del blocco del mercato del solare termodinamico in Italia, la Archimede Solar Energy si è trovata senza commesse interne. Di conseguenza, la tecnologia ha preso la via della Cina:
Oggi la Cina è diventata la prima potenza mondiale nello sviluppo delle grandi centrali a doppia torre e a sali fusi basate sulle intuizioni originali nate in Italia.
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