(Bruno Gravagnuolo – lafionda.org) – Ogni tanto sull’inutile e fazioso Corriere si trova qualcosa di buono da leggere. Le paginate della Gabanelli, quelle di Pagnoncelli, qualche decente articolo in Cultura. Oggi Vasili Kashin, studioso russo e grande esperto di geopolitica russa, accreditato al Cremlino, spiega a Marco Imarisio perché la guerra resta in stallo. Sostanzialmente un pareggio. Modestamente ve lo raccontiamo da anni, e con gli stessi argomenti. Supremazia ucraina in logistica, intelligence e telecomunicazioni. Impossibilità, e non volontà, russa di occuparne il residuo territorio ostile, dopo il mancato regime change. E ancora: superiorità russa nei cieli e nella missilistica, ben bilanciata però dai droni ucraini a medio e corto raggio.

In sintesi: stallo e guerra infinita che devono e possono concludersi con una tregua e una spartizione. Del resto storica e fisiologica, con le zone russe alla Russia, Crimea russa inclusa: un quinto del Paese che stava in Ucraina a condizioni pattuite e negoziate. E un’Ucraina centro-settentrionale garantita da un ombrello euro-NATO, con accesso al mare via Dnepr fino a Odessa, città libera ucraina.

Che cosa si oppone a tutto questo? Ben più dei falchi russi, in minoranza: a opporsi è questa Europa del Rearm Readiness di von der Leyen, con la pretesa di integrare Kiev nel nascente complesso militare-industriale europeo, come antemurale armato a est e a difesa di interessi bellici, energetici e agroalimentari. E con la richiesta simultanea di fare da peacekeeping, ma con volontari boots on the ground!

Ora il messaggio del Cremlino appare più che mai chiaro. Ancora una volta. Con questa intervista, che qui postiamo. Ovvero: le vie sono due. O la sanzione diplomatica dello stallo e del pareggio, oppure la guerra infinita, con il continente inchiodato alla distopia perenne di un’economia da escalation militare, a ovest e a est, in luogo della cooperazione.

Mosca, come dice oggi anche Zelensky, deve accettare di fermarsi sulla linea del fronte raggiunta. L’Ucraina, a sua volta, può entrare in Europa, ma deve rinunciare a essere l’officina integrata del riarmo europeo e la sua punta avanzata nelle costole russe. Sarebbe tempo che anche il Pd cavalcasse questa linea giusta e realista in Europa. Ne va della sua stessa identità strategica in Italia e a Bruxelles, oltre che del suo ruolo trainante del campo alternativo alla destra.