(Stefano Baudino – lindipendente.online) – La cifra è messa nero su bianco dal centro studi e ricerche del Parlamento europeo: tra febbraio 2022 e febbraio 2026, l’Europa ha speso complessivamente 200,4 miliardi di euro di aiuti, cui si devono aggiungere i 90 miliardi di prestiti sui quali è stato recentemente raggiunto un accordo politico (e non inclusi nel periodo di riferimento del conteggio). La maggior parte della cifra (75,2 miliardi) è stata spesa in aiuti militari, mentre 43,3 miliardi sono andati spesi per l’assistenza macro-finanziaria e altri 36,8 se ne sono andati nei contributi per la pace previsti dall’EPF, lo speciale programma UE. Nel 2025 il sostegno militare UE è aumentato del 67% rispetto agli anni precedenti, anche per far fronte al disimpegno USA. L’Italia risulta il quarto Paese per impegno economico a favore dell’Ucraina (15,6 miliardi), dopo Germania, Francia e Regno Unito.

Il documento di lavoro redatto per i parlamentari europei evidenzia come i flussi annuali raccontino una chiara inversione di tendenza rispetto all’impegno degli attori in campo. Nel corso del 2025, infatti, il sostegno militare europeo – comprendente sia le istituzioni UE sia i singoli Stati membri, oltre ad altri Paesi europei extra Unione – è aumentato fino a raggiungere i 28,4 miliardi di euro, mentre parallelamente gli stanziamenti militari statunitensi sono crollati a 0,4 miliardi. Anche la componente non militare degli aiuti europei è cresciuta del 59 per cento, toccando la cifra record di 32,4 miliardi. Di conseguenza, rileva il centro studi e ricerche del Parlamento UE, «gli aiuti europei all’Ucraina sono stati in grado di compensare quasi completamente il ritiro degli Stati Uniti». A livello di singoli Paesi, la Germania guida la graduatoria con 44,4 miliardi, seguita dalla Francia (24,1) e dal Regno Unito (20). Dopo l’Italia quarta (15,6), i Paesi Bassi chiudono la top five con 14,4 miliardi.

A questi impegni si aggiunge ora il pacchetto da 90 miliardi di prestiti, adottato dal Consiglio dell’UE lo scorso aprile nell’ambito di una cooperazione rafforzata, dopo che il veto dell’Ungheria è decaduto. L’accordo coprirà il fabbisogno finanziario dell’Ucraina per il 2026 e il 2027: circa 60 miliardi saranno destinati al rafforzamento delle capacità industriali della difesa ucraina, mentre i restanti 30 miliardi forniranno assistenza macrofinanziaria e di bilancio, subordinata al rispetto di determinate condizioni per le riforme. Sono in fase di definizione le modalità per la prima erogazione. Il 26 febbraio 2026 il Consiglio esecutivo del FMI ha approvato un nuovo programma di finanziamento esteso (Extended Fund Facility) di 5,9 miliardi di DSP (Diritti Speciali di Prelievo) della durata di 48 mesi, nell’ambito di un più ampio pacchetto di sostegno internazionale da 136,5 miliardi di dollari volto a ripristinare la sostenibilità del debito e a promuovere le riforme strutturali. Un elemento chiave è che i rimborsi dei precedenti prestiti G7 ERA sono finanziati attraverso i proventi derivanti dagli attivi sovrani russi immobilizzati tramite il Meccanismo di cooperazione sui prestiti all’Ucraina, senza alcun costo per il Paese.

Sullo sfondo, il percorso di integrazione europea dell’Ucraina continua a essere al centro del dibattito politico. Al recente Consiglio europeo, il presidente Antonio Costa ha spinto perché «è il momento di aprire formalmente i primi cluster negoziali per l’adesione dell’Ucraina all’Unione europea», mentre la commissaria all’Allargamento, Marta Kos, ha dichiarato: «Quando parlo di Paesi speciali, mi riferisco proprio a questo Paese che, pur essendo in guerra, sta portando avanti le riforme e sta comunque portando avanti il processo di adesione. Sono piena di ammirazione per il popolo ucraino e per la loro leadership che sta portando avanti tutto questo». Tuttavia, nessuno ha ricordato che meno di un anno fa il presidente Zelensky aveva tentato di far passare una legge per eliminare l’indipendenza di due organi anticorruzione (NABU e SAPO), che indagavano su un caso di corruzione coinvolgente decine di suoi collaboratori. L’UE lo costrinse a fare un passo indietro, e dopo il ritiro della legge von der Leyen si complimentò per il «passo positivo». Pochi mesi dopo è esploso uno scandalo da 100 milioni di dollari in tangenti per la protezione di centrali elettriche, con coinvolti l’ex ministro dell’Energia, un ex vice premier e un ex consigliere di Zelensky. È ancora in vigore, infine, il decreto presidenziale che ha accorpato tutti i canali TV ucraini in «un’unica piattaforma informativa» per «un’informazione strategica» (United News) e che ha limitato l’attività di 11 partiti d’opposizione, misura legata alla legge marziale.